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Pepsi sgasa il Super Bowl

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 07 Feb 2010
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Giorgio Soffiato

20 milioni di dollari. E’ questo il budget per il nuovo grande progetto digitale di Pepsi, Pepsi Refresh Project. Un budget importante soprattutto se si considera che buona parte di tale investimento arriva dall’abbandono della sponsorizzazione del più grande evento sportivo e di comunicazione dell’anno negli Stati Uniti: il Super Bowl. E’ un bell’articolo su Brand Channel a segnalare la svolta, una svolta che Ralph Santana del marketing pepsi spiega cosi:

“We’re living in a new age with consumers. They are looking for more of a two-way dialogue, storytelling and word of mouth. Mediums like the digital space are much more conducive towards that.”

Pepsi rilancia quindi, non più un insieme di termini modaioli ma un vero progetto che comprende:

    un’idea forte su una piattaforma altrettanto forte: resto personalmente convinto che su facebook si possa fare molto ma lo strumento è ancora acerbo per chi, come pepsi, ha le possibilità di creare uno spazio di atterraggio importante. Ecco perché un sito di supporto rende tutto più facile, i media sociali fungono da grande, immenso amplificatore ma è giusto e sensato (e, diciamocelo, comodo per il data mining) che gli utenti interagiscano anche sullo spazio dedicato promosso dal brand.

    un cambio di marcia: pepsi non fa mistero del proprio voler “rinfrescare” la comunicazione e con un abile gioco di parole da vita ad un cambio di paradigma nel proprio marketing. Per chi fino ad oggi ha creduto nei media tradizionali l’unico modo per entrare nel nuovo web digitale con forza era proprio quello di partire da una domanda talmente diretta da sembrare imbarazzante: “una bibita gasata può in qualche modo migliorare il mondo?”

    un pò di sana comunicazione 1.0: il trucco sta sempre nel non farsi abbagliare, i 20 milioni di dollari di budget ed il fatto di avvalersi di testimonial come Demi Moore per lanciare il progetto non sono fattori che passano inosservati. Si tratta di un dato che andrebbe ricordato a chi crede che con 3.000 euro e un video virale si possa cambiare il mondo. Pepsi ha cambiato marcia, non ha rinnegato la comunicazione.

Ritengo molto interessante l’idea di Pepsi perché dimostra da subito una sorta di maturità nel social media marketing. Grande trasparenza, idea vincente, progetto avanzato, ottima relazione con l’utenza. Oltre che una bella iniziativa mi sembra anche un bel passo avanti in termini di maturità nell’utilizzo del mezzo, un progetto strutturato che farà di certo un bel pò di rumore.

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La resurrezione dei banner

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 03 Feb 2010
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Giorgio Soffiato

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Il marketing on line è fatto di bravi e bravissimi, Jacopo Pasquini (alias doctorbrand) è uno dei bravissimi. Leggo sul blog di zooppa, di cui parliamo in questo gustoso post-dibattito, un articolo di Jacopo che colpisce per lucidità. Uno dei grandi protagonisti dell’advertising on line, il banner, è sempre più spesso dato per morente a causa della resa sempre minore ma concordo con Jacopo nello scommettere sul fatto che la resa non sarà incondizionata e cosi semplice. Opero un doppio furto di testo riportando le idee di Jacopo in merito al futuro del display advertising, settore che a suo avviso si risolleverà ricorrendo a behavioral targeting e retargeting, ecco come Jacopo li spiega:

Per questo mi piacciono molto sia il behavioral targeting, sia il retargeting. Che cosa sono?

Behavioral targeting significa targettizzare il navigatore in base al comportamento tenuto all’interno del sito; se ad esempio sono in un negozio di e-commerce e visito la sezione cellulari, quando tornerò nel sito una successiva volta, mi apparirà (probabilmente in home page) un banner dei cellulari visti in precedenza.

Il retargeting invece funziona così: visito la sezione cellulari, esco dal sito, vado su un secondo sito (affiliato) e magicamente ecco che apparirà un banner intelligente con i cellulari che mi interessavano prima. Semplice, impattante e gestito con un solo cookie.

Da parte mia aggiungo che l’innovazione nella “banneristica” si avrà probabilmente sui formati e porto una ulteriore riflessione: in un periodo di aumento della domanda di web advertising e diminuzione di quella dell’off line è normale che alcune figure commerciali si spostino dalla carta al web. Questo fattore, aggiunto al fatto che sempre più spesso le pmi approcciano il web marketing, a mio avviso rilancia alla grande il banner perchè è molto più semplice spiegare all’imprenditore il tangibile manifesto luccicante piuttosto che proporre una campagna di search marketing o, peggio, il seo puro. Quale destino quindi per il caro amato banner?

Fonte immagine: aquest.it

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Sarà questo il nuovo logo dell’upim? E’ una delle possibilità.. L’azienda ha infatti scelto di proporre su zooppa un contest per l’ideazione grafica del nuovo logo aziendale. Un premio importante, 10.000 euro circa al vincitore, e un grande rumore sul web per questa iniziativa. Prendo come esempio questo caso per una riflessione più ampia e mi chiedo, quanto sarebbe costato un logo presso un’agenzia di comunicazione classica? Forse molto di più per un progetto di immagine coordinata o forse meno da un free lance, magari lo stesso che vincerà il contest, ma cosa ci dice questa scelta di upim?La scelta di zooppa può apparire in qualche modo un “autoconvincimento” dell’azienda che non solo si affida alla folla (qualificata questa volta) per il proprio logo, ma con questa scelta palesa la propria apertura alla nuova filosofia di rete, solo due spunti, rapidissimi:

Cambiare un logo non significa cambiare un’azienda, almeno non più di quanto cambia un’automobile dopo che è stata riverniciata. Se è quindi apprezzabile la scelta di Upim, il bello viene adesso. Oggi più di ieri, parlando di nuova vision e apertura all’utenza, risulteranno insopportabili un CRM che funziona male o una commessa maleducata. Il vero 2.0 è sempre più un cambiamento aziendale, non di comunicazione.

La comunicazione deve ripensare sé stessa, proprio come propone l’ottimo libro Invertising è tempo per i grandi operatori della comunicazione di prendere atto di realtà come zooppa e delle possibilità che il web offre per emergere. E’ sempre meno la dimensione di operatività a fare la differenza ed è sempre più la capacità di consigliare percorsi a rendere un’agenzia degna di esistere.

Che ne dite?

Update: segnalo anche l’interessante caso “design your cat“, una divertente applicazione facebook che ha riscosso un discreto successo on line

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La domenica è il giorno dell’autoreferenzialità, visto che non so da dove cominciare, lo faccio citandomi:Giorgio Soffiato

quando un cartellone pubblicitario ti oscura il campo di rugby e non puoi vedere la partita ti arrabbi, se è di intimissimi ti arrabbi un pò meno (facebook)

La foto che vedete è la veduta dicembrina da casa mia, oltre all’albero (che definirei strategico per il futuro) è presente un fattore di ingombro più tattico chiamato cartellone pubblicitario che oscura la mia visuale verso il tanto amato campo di rugby. Questa immagine è per me emblematica, scarto ogni mattina le comunicazioni del saturo settore della telefonia e mi soffermo magari sulla più interessante donzella, il messaggio è però chiaro “la mattina, prima di incontrare mia madre io incontro la vodafone”.

Il libro Invertising di Paolo Iabichino, direttore creativo Ogilvy, si candida a fenomeno editoriale nel marketing italiano per gennaio, se il primo capitolo già disponibile è l’antipasto, il resto del banchetto sarà di rara qualità.

Quello della pubblicità in Italia è un problema vero, che comprende almeno 3 attori:

Le aziende: la benzina della pubblicità, il denaro disponibile, anche tanto, per far penetrare nelle menti dei consumatori il messaggio, l’identità, il prodotto, il servizio, la promozione, lo sconto, l’evento, l’idea.

Le agenzie e i creativi: tutti quei professionisti che per anni hanno lavorato (bene e male) in pubblicità e oggi con iniziative come mettiamocilatesta fanno quadrato attorno al problema del taglio dei budget alla comunicazione.

Le persone: che dire delle persone? Oggetto di test, soggetto di marketing, target, bersaglio, interlocutore..

L’ordine è voluto, le persone sono all’ultimo posto perchè sono sempre state confinate in fondo alla scala di importanza, Le aziende chiedevano, Le agenzie consigliavano, Le persone subivano. Invertising non solo prende coscienza del mea culpa tardivo dei professionisti della pubblicità (e di quello ancora atteso dalle relazioni pubbliche), il libro soprattutto invita a cambiare rotta e marcia, evitando i falsi moralismi ma la domanda è: come fare? Nel mio piccolo io indico il driver dell’onestà come collante di nuovi valori fondanti per una pubblicità etica, sostenibile e di servizio, che non può che essere specchio di aziende che credono in questi valori. Il problema a mio avviso infatti sta più nella struttura competitiva delle imprese che nell’invasività negli spazi e nei luoghi, ripensare l’offerta a servizio del cliente utilizzando la comunicazione per informare e offrire vantaggi reali anziché la pubblicità per martellare le teste è forse l’unico modo per uscire da uno stallo che rischia di rivelarsi fatale, per tutti.

Chi ha ucciso la pubblicità?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 16 Sep 2009
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Giorgio Soffiato

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Non serviva di certo la penna acuta di Gianluca Diegoli, il minimarketer, per capire che la pubblicità “tradizionale” non attraversa un bel momento, il suo articolo su apogeo però ci dice qualcosa in più, in particolare Gianluca solleva due temi forti: il primo è legato al fatto che l’advertising on line non è poi cosi florido come sembra, il secondo riguarda invece l’assenza di un indirizzo preciso per brand e aziende che intendono migliorare la propria presenza sul mercato, anche con dei budget a disposizione.
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Sono lieta di presentarvi Riccardo Pulliero, laureando in Marketing e Gestione delle Imprese a Ca’ Foscari! Riccardo condivide con me la passione per il marketing non convenzionale! Ecco il suo primo post, mi auguro il primo di molti altri! Enjoy!

Voglio portare all’attenzione di tutti un’originale campagna realizzata dallo studio di comunicazione madrileno Waskman, per pubblicizzare un nuovo prodotto offerto da Vodafone ES.
Il servizio che si intende promuovere, lanciato proprio in questo periodo da Vodafone nel mercato spagnolo, consiste in un sistema che permette agli utenti utilizzatori, in particolare uffici, di “staccare” la propria dipendenza dal tradizionale posto fisico come luogo di lavoro.
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Di Claudia Ferrari, salsagitale.net

Vi ricordate quando entrando in Banca si vedevano solo colletti bianchi e i vestiti blu scuro? La distanza tra le due parti della scrivania o dello sportello sembrava infinito. L’assetto organizzativo interno e il rapporto Banca-Consumatore si è evoluto ed è mutato gradualmente subendo un’accelerazione negli ultimi 20 anni quando fusioni e riorganizzazioni hanno prodotto grandi gruppi e nuovi outsider dedicati ad un mercato giovane e tecnologico.

Grazie ai nostri ricordi possiamo dirci testimoni di questa evoluzione ma basta analizzare i marchi e gli spot degli istituti di credito per notare una traccia indelebile delle mutate filosofie di comunicazione. Qualche esempio: Intesa Sanpaolo deriva dalla fusione, nel 2007, tra Banca Intesa e Sanpaolo IMI. L’attuale logo è un misto tra i due precedenti unendo il verde e la font dell’istituto Torinese con gli archi colorati di Intesa (). L’azione di comunicazione effettuata, in questo caso, è stata di far convivere due anime piuttosto differenti ma il passaggio più capitale fu dal marchio CARIPLO, un rigido maiuscolo blu scuro, all’arcobaleno di Banca Intesa: metamorfosi avvenuta nel 1998.

Cromaticamente il blu è il colore “istituzionale” per eccellenza. Come tonalità fredda richiama una certa rigidità e distacco ma anche precisione e serietà. Negli anni, la Cassa di risparmio delle Province Lombarde si è anche abbellita dell’arancione probabilmente dopo il 1991 quando iniziarono le revisioni societarie a causa della legge Amato-Carli (ma è solo una mia supposizione: non ho ancora trovato dati e riferimenti storici per sostenerlo). L’arancione è solare, energico, deciso e smorza la lontananza del serioso blu. Da qui all’effetto multicolor, onnicomprensivo di qualsiasi sentimento o effetto comunicativo, il passo è breve.

La stessa Intesa Sanpaolo usa i “Mai dire” comici per cercare di sdrammatizzare, non sempre correttamente, l’immagine del Mega istituto di credito. E che dire di Mediolanum. La banca circolare, quella che ti accoglie, ti circonda e ti permette di stare comodamente in poltrona a parlare di quanto sia bello prelevare dal proprio conto corrente.

Veniamo ad oggi. Conosciamo già il Conto Arancio, nato per un nuovo target: flessibile, moderno, giovane e virtuale. Sulla scelta, quindi, del tono della comunicazione e del colore dominante mi sembra ci sia una coerenza totale. Da poco è sbarcata sul mercato Che Banca! (con il punto esclamativo, mi raccomando!) gialla, vivace, solare, fatta di balli e canzoni. Abbiamo abbandonato la necessità di fiducia verso l’ente che gestisce i nostri soldi per preferire l’impatto casual, amicale, da pari. Tutto molto bello salvo poi esporre come garanzia un old style-papale marchio blu di Mediobanca.

Gli ultimi scossoni economici hanno segnato un ulteriore passo avanti. Lo vediamo dal nuovo, ma raro, spot di Mediolanum insieme all’azione di marketing volta al check up finanziario di Intesa Sanpaolo. Il processo verso un approccio empatico e la condivisione di problemi e punti di vista tra consumatore ed ente finanziario è da considerarsi concluso? Ma soprattutto, vista la situazione attuale, cosa ci aspettiamo come consumatori: un ulteriore ringiovanimento o un ritorno alla seriosa austerità?

Marketing invasivo: molti dubbi

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 26 Oct 2008
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Giorgio Soffiato

Leggo su advertiser.it un interessante articolo sul marketing invasivo che allibisce parecchio, in particolare questo passaggio:

È quasi inutile spiegare i vantaggi di questa forma di comunicazione: altamente intrusiva, è difficile da mancare o evitare. Inaspettata e guerrigliera, sfrutta il vantaggio della sorpresa per spiazzare il teleutente che – stordito e confuso – non riuscirà ad impugnare il telecomando e cambiare canale. È quindi anche una forma che tende a ristabilire l’etica del libero mercato televisivo, in cui in cambio di programmazioni e contenuti, l’utente dovrebbe impegnarsi a godersi tutta la pubblicità che paga per quei programmi – anzi, dovrebbe pure impegnarsi ad acquistare i prodotti pubblicizzati per garantire il perpetuarsi di questo modello di business. Mutuando quindi tecniche collaudate nell’advertising online (basti pensare ai popup e simili meraviglie dell’interruption marketing), la rete televisiva apre un cammino per nuove e più efficaci forme di comunicazione.

Da utente ricordo solo che i contenuti interessanti sono sempre più a pagamento (non ultima la notizia delle olimpiadi a sky), ed il modello pay-per-view non risparmia la pubblicità, la chiave a mio avviso non sta nell’armarsi di più nella guerra con il consumatore / utente (palesemente persa in partenza) ma nel trovare modelli interessanti e sostenibili. Il marketing invasivo, almeno a casa mia, ha ben poco futuro.

Diesel XXX

di Alessandra Luise · pubblicato il 02 Oct 2008
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Alessandra Luise

Andate su YouTube, digitate “Diesel XXX” e vi troverete davanti all’ultimo geniale viral video di Diesel, quello qui sopra! Creato da The Viral Factory, il video si ispira ai porno americani degli anni settanta, rivisitati in chiave cartoon, ed è solo il primo step (di tre) della nuova campagna Diesel pensata per rilanciare l’abbigliamento casual giovanile tra un target dai 30 anni in su.
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Ummmmmmm Mc Donald’s!

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 30 Sep 2008
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Giorgio Soffiato

Di Claudia Ferrari, salsadigitale.net

Per quanto guardi poco la televisione mi capita, nei momenti di noia, di riaffacciarmi al buon vecchio tubo catodico. In questi giorni mi sono scontrata con l’ennesima pubblicità della Mc Donald’s e ancora una volta ho notato che… i panini non vengono mangiati dai protagonisti degli spot. Non una briciolina o una lieve flessione della michetta, nulla.
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