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Pepsi sgasa il Super Bowl

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 07 Feb 2010
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Giorgio Soffiato

20 milioni di dollari. E’ questo il budget per il nuovo grande progetto digitale di Pepsi, Pepsi Refresh Project. Un budget importante soprattutto se si considera che buona parte di tale investimento arriva dall’abbandono della sponsorizzazione del più grande evento sportivo e di comunicazione dell’anno negli Stati Uniti: il Super Bowl. E’ un bell’articolo su Brand Channel a segnalare la svolta, una svolta che Ralph Santana del marketing pepsi spiega cosi:

“We’re living in a new age with consumers. They are looking for more of a two-way dialogue, storytelling and word of mouth. Mediums like the digital space are much more conducive towards that.”

Pepsi rilancia quindi, non più un insieme di termini modaioli ma un vero progetto che comprende:

    un’idea forte su una piattaforma altrettanto forte: resto personalmente convinto che su facebook si possa fare molto ma lo strumento è ancora acerbo per chi, come pepsi, ha le possibilità di creare uno spazio di atterraggio importante. Ecco perché un sito di supporto rende tutto più facile, i media sociali fungono da grande, immenso amplificatore ma è giusto e sensato (e, diciamocelo, comodo per il data mining) che gli utenti interagiscano anche sullo spazio dedicato promosso dal brand.

    un cambio di marcia: pepsi non fa mistero del proprio voler “rinfrescare” la comunicazione e con un abile gioco di parole da vita ad un cambio di paradigma nel proprio marketing. Per chi fino ad oggi ha creduto nei media tradizionali l’unico modo per entrare nel nuovo web digitale con forza era proprio quello di partire da una domanda talmente diretta da sembrare imbarazzante: “una bibita gasata può in qualche modo migliorare il mondo?”

    un pò di sana comunicazione 1.0: il trucco sta sempre nel non farsi abbagliare, i 20 milioni di dollari di budget ed il fatto di avvalersi di testimonial come Demi Moore per lanciare il progetto non sono fattori che passano inosservati. Si tratta di un dato che andrebbe ricordato a chi crede che con 3.000 euro e un video virale si possa cambiare il mondo. Pepsi ha cambiato marcia, non ha rinnegato la comunicazione.

Ritengo molto interessante l’idea di Pepsi perché dimostra da subito una sorta di maturità nel social media marketing. Grande trasparenza, idea vincente, progetto avanzato, ottima relazione con l’utenza. Oltre che una bella iniziativa mi sembra anche un bel passo avanti in termini di maturità nell’utilizzo del mezzo, un progetto strutturato che farà di certo un bel pò di rumore.

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Ah, l’utente

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 05 Feb 2010
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Giorgio Soffiato

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Siamo 2.0 da matti, o no? Oggi le aziende che non hanno una fanpage su facebook o non twittano la propria quotidianità sono considerate dinosauri in estinzione, tagliate fuori dall’elite del blogging aziendale e degli strumenti partecipativi, incapaci di comprendere le opportunità di uno strumento innovativo e molto potente. Tutto vero, tutto giusto, tutto bello ma… è davvero tutto cosi semplice?

L’esperienza con le aziende, la fuori, ci dice due cose:

    Le aziende non amano aprirsi all’utenza: una delle maggiori attenzioni delle aziende in merito alla gestione di progetti 2.0 è legata alla moderazione dei commenti e al controllo dei contenuti, un “2.0” attutito insomma..

    Gli utenti non sono sempre imparziali con le aziende: è più che probabile che un utente “straziato” dalla troppa comunicazione sfoghi sull’azienda colpevole della goccia che fa traboccare il vaso tutta la propria ira accumulata nei confronti di un sistema di offerta ben più complesso.

Fatte queste necessarie premesse voglio intervenire, per una volta, in difesa delle aziende. Stavo leggendo i commenti ad un’innocente informazione da parte di una compagnia telefonica riportata su facebook in merito ad una nuova tariffa. Molti commenti positivi tranne uno, negativo e iroso. Purtroppo, credo per un difetto psicostrutturale dell’essere umano, diamo molto più peso alle negatività rispetto ai pareri positivi, realtà ben conosciuta da chi gestisce la reputazione degli hotel che spesso per 2 commenti negativi su 100 rischiano di giocarsi buona parte del proprio business. Sono convinto che alla lunga e nella media anche questo fenomeno tenda a stabilizzarsi con questi “outliers” normalizzati dalla gran parte dei commenti reali che rendono giustizia, in positivo o in negativo, alla verità nel rapporto azienda-utente. Non escluderei però retaggi passati in termini di percezione del brand o viralità eccezionali che rischiano di far saltare aziende o singoli business a causa di distorsioni occasionali in cui l’unica colpa dell’azienda è quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Stanno nascendo professionalità ad hoc per curare questi malati o prevenire certe epidemie, di certo il mezzo internet non perdona e forse a volte le virtù richieste a chi era abituato a comunicare dal piedistallo sono persino troppe, giusta punizione per un passato di privilegi o necessità di regole anche in questo ambito?

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La resurrezione dei banner

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 03 Feb 2010
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Giorgio Soffiato

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Il marketing on line è fatto di bravi e bravissimi, Jacopo Pasquini (alias doctorbrand) è uno dei bravissimi. Leggo sul blog di zooppa, di cui parliamo in questo gustoso post-dibattito, un articolo di Jacopo che colpisce per lucidità. Uno dei grandi protagonisti dell’advertising on line, il banner, è sempre più spesso dato per morente a causa della resa sempre minore ma concordo con Jacopo nello scommettere sul fatto che la resa non sarà incondizionata e cosi semplice. Opero un doppio furto di testo riportando le idee di Jacopo in merito al futuro del display advertising, settore che a suo avviso si risolleverà ricorrendo a behavioral targeting e retargeting, ecco come Jacopo li spiega:

Per questo mi piacciono molto sia il behavioral targeting, sia il retargeting. Che cosa sono?

Behavioral targeting significa targettizzare il navigatore in base al comportamento tenuto all’interno del sito; se ad esempio sono in un negozio di e-commerce e visito la sezione cellulari, quando tornerò nel sito una successiva volta, mi apparirà (probabilmente in home page) un banner dei cellulari visti in precedenza.

Il retargeting invece funziona così: visito la sezione cellulari, esco dal sito, vado su un secondo sito (affiliato) e magicamente ecco che apparirà un banner intelligente con i cellulari che mi interessavano prima. Semplice, impattante e gestito con un solo cookie.

Da parte mia aggiungo che l’innovazione nella “banneristica” si avrà probabilmente sui formati e porto una ulteriore riflessione: in un periodo di aumento della domanda di web advertising e diminuzione di quella dell’off line è normale che alcune figure commerciali si spostino dalla carta al web. Questo fattore, aggiunto al fatto che sempre più spesso le pmi approcciano il web marketing, a mio avviso rilancia alla grande il banner perchè è molto più semplice spiegare all’imprenditore il tangibile manifesto luccicante piuttosto che proporre una campagna di search marketing o, peggio, il seo puro. Quale destino quindi per il caro amato banner?

Fonte immagine: aquest.it

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Sarà questo il nuovo logo dell’upim? E’ una delle possibilità.. L’azienda ha infatti scelto di proporre su zooppa un contest per l’ideazione grafica del nuovo logo aziendale. Un premio importante, 10.000 euro circa al vincitore, e un grande rumore sul web per questa iniziativa. Prendo come esempio questo caso per una riflessione più ampia e mi chiedo, quanto sarebbe costato un logo presso un’agenzia di comunicazione classica? Forse molto di più per un progetto di immagine coordinata o forse meno da un free lance, magari lo stesso che vincerà il contest, ma cosa ci dice questa scelta di upim?La scelta di zooppa può apparire in qualche modo un “autoconvincimento” dell’azienda che non solo si affida alla folla (qualificata questa volta) per il proprio logo, ma con questa scelta palesa la propria apertura alla nuova filosofia di rete, solo due spunti, rapidissimi:

Cambiare un logo non significa cambiare un’azienda, almeno non più di quanto cambia un’automobile dopo che è stata riverniciata. Se è quindi apprezzabile la scelta di Upim, il bello viene adesso. Oggi più di ieri, parlando di nuova vision e apertura all’utenza, risulteranno insopportabili un CRM che funziona male o una commessa maleducata. Il vero 2.0 è sempre più un cambiamento aziendale, non di comunicazione.

La comunicazione deve ripensare sé stessa, proprio come propone l’ottimo libro Invertising è tempo per i grandi operatori della comunicazione di prendere atto di realtà come zooppa e delle possibilità che il web offre per emergere. E’ sempre meno la dimensione di operatività a fare la differenza ed è sempre più la capacità di consigliare percorsi a rendere un’agenzia degna di esistere.

Che ne dite?

Update: segnalo anche l’interessante caso “design your cat“, una divertente applicazione facebook che ha riscosso un discreto successo on line

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Il libro di Jaron Lanier, guru 2.0 (uno dei tanti ormai visto quanti automillantano la qualifica), You are not a gadget, è un manifesto che mette in guardia dai rischi del web del futuro. La lunga analisi di Gianni Riotta su IlSole24Ore contiene due spunti molto interessanti sul futuro di internet.

Il declino della qualità: la paura di non garantire la democrazia sta portando, secondo alcuni teorici, all’estremo opposto in cui l’idea di dar voce a tutti genera vera e propria spazzatura (spam, commenti fuori di senno, congetture e teorie strampalate, manie collettive) che il web deve prendersi carico di eliminare in qualche modo per non rendere poi problematica la fruizione del contenuto di qualità da parte dell’utente.

L’assenza di una vera guida: Probabilmente ognuno di noi passa gran parte del proprio tempo su 10, 15 siti al massimo con 2 o 3 di questi a coprire almeno il 50% del nostro web time (google, facebook, twitter etc..) è però la struttura pesantemente reticolare di internet (stupendamente descritta in questo libro) a portare le persone da un sito all’altro senza soluzione di continuità. Ieri sera a cena un ragazzo che ha un’impresa mi diceva “qui siamo molto ignoranti, non abbiamo il sito anche se ne comprendiamo l’importanza”, ho risposto che la cosa che temo di più è proprio l’aumento del gap tra chi resta fermo e chi invece deve tenere conto di scienze nuove come la reputazione, l’usabilità, il branding (più che nuove direi ora gestibili) e crea specifici spazi di azione che aumentano la complessità di quello che è ormai, forzatamente, un mondo a sé stante: il web marketing.

Mi vengono in mente in proposito alcune riflessioni che vorrei sottolineare: in primo luogo una volta aperto google, internet è lo stesso per tutti, dal 15enne scalmanato (beato lui) al filosofo pensatore, la personalizzazione dei contenuti proposti è facile e possibile ma richiede uno sforzo anche se minimo di configurazione (di google, dei filtri etc..) ed inizialmente il modello di “proposta” dei contenuti da parte dei siti è abbastanza vicino a quello televisivo, più è difficile cercare più le persone accettano di farsi sottoporre qualcosa, prendendolo per vero. Su questo tema leggo per caso mentre scrivo l’interessante presentazione del gruppo search engine marketing italy su facebook, la riporto integralmente:

Il search engine marketing ha cambiato il modo di fare pubblicità, invertendo le regole del gioco. Se nei mass media tradizionali sono gli inserzionisti a trasmettere informazioni a milioni di consumatori, nei motori di ricerca avviene esattamente il contrario: milioni di utenti ogni giorno comunicano agli inserzionisti ciò di cui hanno desiderio o bisogno in quello che Danny Sullivan ha brillantemente definito reverse broadcast system.

Sono filosoficamente in pieno accordo con l’idea, non vorrei però che il lento aprire gli occhi delle aziende portasse qualcuno a giocare secondo regole non stabilite riportando in auge quel modello broadcast che tanto abbiamo tenuto lontano. Come? Sempre più spesso il contenuto è pensato per il motore e non per l’utente e non è sempre cosi vero che le esigenze coincidono, ecco perchè fortunatamente quando ci si avvicina vorticosamente al punto di rottura Google e gli altri cambiano le regole del gioco, proprio come sembra stiano facendo ora iniettando caffeina nei propri sistemi. Tra la democrazia e la ricerca si presenta la realtà: sarebbe interessante prendere in mano uno dei nostri quotidiani nazionali e allo stesso momento analizzare la home page del relativo sito, “i video più interessanti” sono gli stessi che gli utenti condividono su facebook e buona parte dei titoli è condita da gossip, grande fratello e stranezza dal mondo. In parte mi viene da dire che è quello che la gente vuole o forse è quello che la massa che fa i numeri (numeri che vengono poi venduti agli inserzionisti) cerca, Il corriere della sera deve quindi galleggiare tra far pagare un euro off line per la penna, la qualità, la riflessione e 0 on line portandosi in casa però un’utenza arruffata e rumorosa che inquina i commenti e, in qualche modo, porterà prima o poi il giornale (e molti altri spazi) a dover prendere una decisione, un pò come se la Ferrari avesse come clienti gli sceicchi e i fans dell’auto low cost. Il problema non sta quindi, a mio avviso, nel fatto che internet è minacciato dall’impuro o che la qualità va scadendo, quella mass rumorosa fa in realtà gola a chi precedentemente (o attualmente ma in altri canali) era paladino della qualità ma oggi deve sostenere la gratuità della rete e i costi della produzione dei contenuti. E’ un problema vero che probabilmente si risolverà solo facendo un passo avanti ed individuando segmenti e spazi di qualità da contrapporre ad arene di massa, fino a che però privilegeremo “i più visti” non abbiamo alcun diritto di lamentarci della scarsa profondità del contenuto, forse è meglio un buon libro.

London Marketing

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 13 Gen 2010
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Giorgio Soffiato

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Ho la fortuna di visitare Londra circa 3 volte l’anno, per passione e per lavoro. Ogni volta è bello guardarsi intorno e provare anche a ragionare in chiave di marketing per comprendere differenze e somiglianze con la comunicazione di casa nostra. La prima cosa che mi ha colpito questa volta è stata la massiccia campagna di comunicazione, rigorosamente off line, che Google sta portando avanti su Londra per il suo Chrome. E’ in particolare la metropolitana ad essere oggetto dell’attenzione del browser che comunque non risparmia affissioni e giornali, per un operatore full on line la cosa fa notizia, sicuramente merita un post ad hoc una decisione di questo tipo, lo metto in agenda. A livello di comunicazione a colpire è il copy degli annunci, molto semplici e diretti, forse il tutto è facilitato anche dalla lingua inglese che consente di farsi capire anche senza articolare troppo le discussioni.

Da notare senza dubbio la grandissima integrazione sociale delle persone, una coesistenza probabilmente impensabile sul treno Bologna - Venezia, e i più rumorosi sono sempre gli italiani.. L’idea che Londra da ad oggi è quella di una multinazionale della vita, è possibile fare tutto ed in periodo di saldi l’acquisto è frenetico ma non spasmodisco, veloce ma ordinato e tutte le grandi catene si ritrovano per offrire quello che è senza dubbio lo spettacolo della merce, estremizzato dal re del commercio londinese, il magazzino Harrod’s. I saldi a Londra sono saldi veri, non è infrequente portare a casa vestiti a 1, 2, 3 pound, assolutamente di marca. Si tratta di un’estremizzazione della promozione che ha molti adepti, non pochi partiti dall’Italia con la valigia vuota (o senza valigia per comprarla la) per tornare con l’armadio pieno e le tasche quasi vuote, dopo aver vissuto senza dubbio un’esperienza d’acquisto non banale.

La foto “di copertina” riporta uno dei protagonisti del food marketing londinese, non tanto per numero di punti vendita quanto per originalità dello stesso, da Itsu a Londra i ristoranti (in stile fast food) sono un inno al claim dell’azienda “health & happyness”, massima attenzione ai valori nutrizionali del cibo e offerte molto particolari (dalla limonata al basilico al misu sparato un pò ovunque), bella però l’ambientazione che comprende manuali e libri di nutrizione ed un menu basato sul mangiar sano, non banale per un potenziale competitori di Burger King e McDonald’s che però si è di certo ritagliato uno spazio nel complesso mondo dell’offerta di cibo rapido di cui di certo Londra è regina in Europa.

Il sogno di Londra quindi continua, anche ieri una ragazza mi ha contattato su facebook per qualche informazione in merito ad uno stage a Londra, il fascino della città è grandissimo e tutti vogliono viverci e viverla, voci però dicono che dopo il credit crunch (la crisi) anche nella capitale del business le cose non siano più dorate come un tempo, di certo grazie a Ryanair, una vacanza low cost ci sta sempre..

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L’abilità non serve a molto senza opportunità. Questa frase è di Napoleone Bonaparte e credo ben riassuma la tesi di Malcom Gladwell, contenuta nel libro “Fuoriclasse: storia naturale del successo”. Il nome inglese del libro “Outliers” è molto esplicativo, si tratta infatti di quei dati statistici talmente anomali da non essere presi in considerazione, i picchi e le frenate fuori posto all’interno di quelle curve regolari che siamo abituati a vedere e analizzare nelle scienze sociali. Gladwell porta una sola, grande idea forte: la correlazione tra talento e successo non è diretta, e non è nemmeno la sola aggiunta di perseveranza a fare la differenza, per quanto personalmente una frase come questa appaia eccezionalmente di effetto:

il successo è una funzione della perseveranza, della caparbietà e e della propensione a impegnare ventidue minuti per trovare il senso a qualcosa che la maggior parte delle persone lascerebbe perdere dopo 30 secondi

Cosa si interpone tra talento e successo? Le opportunità fornite dal contesto:

  • ambientale
  • sociale
  • culturale

sono questi fattori i veri punti discriminanti nello sfornare geni come Bill Gates e Einstein, ma ancor più a cuore sembra avere Gladwell i geni mancati, i talenti canadesi dell’hockey che a causa della differenza di 11 mesi con i coetanei al momento della scelta di quelli che accederanno alle squadre migliori non hanno l’opportunità di accedere ad un sistema più professionale di allenamento e divenire quindi delle star e ancora gli studenti che “misurati” in un certo periodo si guadagnano l’accesso alle scuole migliori a discapito di coetanei di annata che scontano però diversi mesi di differenza, periodi che a 5-6 anni fanno la differenza. Quello che molti vedono come mix di talento e destino ed altri danno etichettano come fatalità (disastri aerei che Gladwell analizza con dovizia) o predisposizione, è in realtà spesso spiegabile da questo Sherlock Holmes della conoscenza che porta il lettore alla scoperta dell’importanza del contesto e dell’ambiente di riferimento. Colpisce ad esempio il fatto che l’abilità matematica dei cinesi non sia da ricondurre al talento innato degli stessi ma alla forma linguistica della numerazione che permette agli stessi di ricordare con maggiore facilità i numeri producendosi in complessi calcoli con minore affanno (è facile comprendere che “tre fratto cinque” risulta meno friendly di “di cinque parti prendine tre”, traduzione letterale della matematica cinese) e, solo ora interviene la conseguenza, ovviamente trovandosi più predisposti a studiare ed amare quella che diviene una materia più comprensibile. Ecco il punto forte, il contesto predispone un terreno fertile per la crescita di persone speciali che, dotate di abilità non convenzionali e di una perseveranza non comune si aprono la strada per l’olimpo delle rispettive discipline. Fingendosi economisti veri, il contesto è quindi condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo di attività di successo. Un mix di abilità anche esterne che ci porta, appoggiandoci al contributo di firstdraft sul tema, a confermare che la scienza del futuro non sarà tanto l’ottimizzazione delle risorse scarse in contesti economici frenetici, quanto piuttosto il pensiero creativo che porta alla creazione di opportunità di valore all’interno di uno scenario particolare, l’interazione con lo scenario stesso e la capacità di rileggere anche quanto riteniamo assodato è senza dubbio la killer app per un miglioramento complessivo del sistema. Chiudo con uno degli esempi più calzanti del libro che palesa la diretta relazione tra le ore di studio ed i risultati scolastici evidenziando come gli alunni che non fanno le vacanze estive (cinesi vs americani) o che durante il periodo estivo hanno la possibilità di frequentare corsi extra e campus di approfondimento (classi agiate vs classi meno ricche) ritornano a settembre con una migliore preparazione e, estate dopo estate, costruiscono quel gap che i nostri formatori hanno invece imputato all’assenza di strumenti e tecniche. La scuola funziona, ci dice Gladwell, non serve un computer per ogni studente, gli strumenti non mancano, quello che serve è la possibilità di lavorare di più e meglio con gli studenti, sviluppando abilità collaterali. Operativamente appare molto più profittevole l’idea di puntare su campi estivi e scambi culturali, l’aggiornamento al pc all’ultima moda non per forza produrrà i nuovi Bill Gates o Einstein. Il tema è senza dubbio gustoso e si inserisce all’interno di un più ampio dibattito che riguarda la presa di coscienza dell’irrazionalità economica e la fusione tra scienze psico-sociali ed economiche alla ricerca di dinamiche che solo le materie del futuro (dall’econofisica all’economia comportamentale) potranno spiegare, alle università lungimiranti il compito di andare oltre i corsi di marketing dando spazio a queste novità, magari avendo anche il coraggio di spostare qualche autore da “economia politica” a “storia economica”, mi rendo però conto che non è cosi banale..

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La domenica è il giorno dell’autoreferenzialità, visto che non so da dove cominciare, lo faccio citandomi:Giorgio Soffiato

quando un cartellone pubblicitario ti oscura il campo di rugby e non puoi vedere la partita ti arrabbi, se è di intimissimi ti arrabbi un pò meno (facebook)

La foto che vedete è la veduta dicembrina da casa mia, oltre all’albero (che definirei strategico per il futuro) è presente un fattore di ingombro più tattico chiamato cartellone pubblicitario che oscura la mia visuale verso il tanto amato campo di rugby. Questa immagine è per me emblematica, scarto ogni mattina le comunicazioni del saturo settore della telefonia e mi soffermo magari sulla più interessante donzella, il messaggio è però chiaro “la mattina, prima di incontrare mia madre io incontro la vodafone”.

Il libro Invertising di Paolo Iabichino, direttore creativo Ogilvy, si candida a fenomeno editoriale nel marketing italiano per gennaio, se il primo capitolo già disponibile è l’antipasto, il resto del banchetto sarà di rara qualità.

Quello della pubblicità in Italia è un problema vero, che comprende almeno 3 attori:

Le aziende: la benzina della pubblicità, il denaro disponibile, anche tanto, per far penetrare nelle menti dei consumatori il messaggio, l’identità, il prodotto, il servizio, la promozione, lo sconto, l’evento, l’idea.

Le agenzie e i creativi: tutti quei professionisti che per anni hanno lavorato (bene e male) in pubblicità e oggi con iniziative come mettiamocilatesta fanno quadrato attorno al problema del taglio dei budget alla comunicazione.

Le persone: che dire delle persone? Oggetto di test, soggetto di marketing, target, bersaglio, interlocutore..

L’ordine è voluto, le persone sono all’ultimo posto perchè sono sempre state confinate in fondo alla scala di importanza, Le aziende chiedevano, Le agenzie consigliavano, Le persone subivano. Invertising non solo prende coscienza del mea culpa tardivo dei professionisti della pubblicità (e di quello ancora atteso dalle relazioni pubbliche), il libro soprattutto invita a cambiare rotta e marcia, evitando i falsi moralismi ma la domanda è: come fare? Nel mio piccolo io indico il driver dell’onestà come collante di nuovi valori fondanti per una pubblicità etica, sostenibile e di servizio, che non può che essere specchio di aziende che credono in questi valori. Il problema a mio avviso infatti sta più nella struttura competitiva delle imprese che nell’invasività negli spazi e nei luoghi, ripensare l’offerta a servizio del cliente utilizzando la comunicazione per informare e offrire vantaggi reali anziché la pubblicità per martellare le teste è forse l’unico modo per uscire da uno stallo che rischia di rivelarsi fatale, per tutti.

Come sta la comunicazione in Italia?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 05 Dic 2009
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Giorgio Soffiato

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Sono stato molto colpito da un articolo di KTTB Blog in merito allo sciopero in McCann Erickson che fa seguito al licenziamento di 4 dipendenti dell’azienda.. Non capita molto spesso di vedere uno sciopero nel mondo della comunicazione ma è piuttosto diffusa la sensazione che non tutto vada per il meglio. Il lamento del mio amico luca su facebook “sia maledetto quell’orribile giorno sciagurato in cui mi sono iscritto alla fottutissima laurea in scienze della comunicazione“, ha raccolto 16 “mi piace” ed altrettanti commenti, quasi il 5% dei suoi amici, cosa pensare? Voglio andare piacevolmente contro corrente:

- se il mercato italiano non ha bisogno di comunicatori evitiamo di orientare i ragazzi a queste università

- se invece questo mercato ne ha bisogno, come credo, prendiamo atto che non è formando “un acculturato gestore di contenuti, conscio dell’importanza della creatività, con nozioni di pubblicità e marketing” che si fa il bene del mercato, servono percorsi specifici perchè oggi la realtà è che trovano lavoro i grafici, gli strategic planner, i consulenti bravi a portare valore vero, gli sviluppatori, ma non generici comunicatori preparati a tutto ma non pronti a niente.

Il primo problema, quindi, sta nella scarsa operatività della formazione nel marketing e comunicazione, troppe parole e troppo poca vita d’agenzia, agenzia dove anche gli stage stanno diventando drogati perchè chi lavora non ha tempo di insegnare ma al tempo stesso gli stagisti servono come il pane perchè il lavoro di manovalanza (data mining, data entry, contenuti) è fondamentale.. ha ben fotografato la realtà proprio kttb blog cui rubo la conclusione:

Qualunque professionista operi nel nostro settore deve battersi, nel suo piccolo o nel suo grande, dicendo no a tutte quelle situazioni che possono concorrere a minare ulteriormente il nostro settore.
Mi riferisco alle gare non remunerate, alla mancata applicazione di qualunque tariffario, al fenomeno degli stagisti ad libitum non pagati.
Non parlo di un “cartello”, ma dovrebbe essere evidente a tutti che vendere un radiocomunicato a 100 euro, o una campagna integrata a 10 mila, è una follia.
Sono manovre che posso comprendere in un giovane agli inizi, non in una delle prime 10 agenzie d’Italia.
Continuare ad adeguarci a questa politica commerciale significa essere complici e conniventi con tutte le consegu
enze.

La seconda realtà quindi, sta nel mercato drogato al ribasso, un mercato in cui tutti sono comunicatori e le aziende non sanno a chi si rivolgono, mantenendo comunque come discriminante di scelta il prezzo.

La mia risposta quindi è che la comunicazione sta male, sta male perchè non ha trovato una sua collocazione, perchè legalmente non esiste un albo di questi professionisti ed ho riso quando il commercialista non ha saputo dove inserirmi tra le categorie, sta male perchè le aziende non ne comprendono il valore e forse, diciamocelo, perchè in passato di questa ignoranza si è approfittato un pò troppo.. La realtà però è che il malato è bellissimo, facciamo un bel lavoro e siamo fortunati a farlo, senza un punto di incontro però non si va lontano, con questo post do piena adesione alle parole di kttb.. urge fare squadra

Web Marketing PMI

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 Nov 2009
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Giorgio Soffiato

artigiano.jpgWeb marketing PMI, tre parole che nel contesto di marketing, passatemi il termine “pesano come macigni“. Mi è stato recentemente chiesto di scrivere un articolo sul rapporto esistente tra il web marketing e le piccole e medie imprese, ed in particolare sull’utilizzo del web 2.0 nelle stesse. Rimando a chi, come il gruppo di lavoro TEDIS, ha fatto di questa ricerca un lavoro importante e non mi dilungo quindi sull’indagine e l’analisi, limitandomi ad una breve premessa e concentrandomi su una dimensione propositiva.

Cosa manca per portare il web marketing a divenire una leva strategica per le PMI? Mi concentro su 3 punti:

figure di raccordo: si assiste ad una palese assenza di figure intermedie capaci da un lato di soddisfare la domanda di consulenza proveniente dalle PMI e dall’altro di farlo rimanendo all’interno di parametri di costo sostenibili per la PMI. Probabilmente l’approccio di “downgrade e cost killing della soluzione per le grandi imprese “adattata” alle piccole non è quello vincente, servono soluzioni ad hoc per le piccole imprese e la fase di cost killing deve avvenire utilizzando le ottime tecnologie di software ad a service anche gratuite oggi disponibili

fiducia in queste figure: dalla parte del cliente, va detto, manca in toto la fiducia nello sviluppo e nelle competenze consulenziali, l’approccio di comunicazione “da giornale” non permette di applicare a progetti web aziendali quelle regole che potrebbero fare la differenza in termini di valore portato all’azienda come ad esempio le tecniche seo e di usabilità che a volte fanno sembrare “meno luminoso e grafico” un progetto web. L’imprenditore della PMI vuole l’ultima parola, anche se questo a volte inficia la buona riuscita del progetto nel suo complesso..

lungimiranza nell’investimento: un detto delle mie parti dice che “mal che si vuole non è mai troppo”, e a volta sembra ben adattarsi alle imprese locali. Internet è il mezzo residuale e risposte come “per noi è solo questione di immagine” o “ho un ragazzo che mi ha fatto una bella pagina” non sorprendono più nessuno, non è quindi difficile la risposta a chi si chiede perché questo business non decolla..

La sensazione è che le PMI siano un mercato potenziale enorme per il web marketing e che in molti casi il web marketing possa rappresentare la soluzione a diversi problemi di comunicazione delle piccole e medie imprese, la malattia sta nel punto di raccordo e, paradossalmente, è sempre la creazione di cultura in tal senso l’unica strada percorribile. Oggi come un anno fa associazioni di categoria e enti sono avvisati, l’innovazione passa anche da loro.

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