Oggi c’è un gran fer­mento intorno al mondo delle star­tup, in par­ti­co­lare per quelle digi­tali: imprese emer­genti che met­tono radice nel vasto prato dell’IT per con­ta­mi­nare set­tori dif­fe­renti. Come ha sot­to­li­neato recen­te­mente l’Eco­no­mist (imma­gine), anche la pro­du­zione mani­fat­tu­riera sta cam­biando per alli­nearsi a società ed inno­va­zione. Appli­ca­zioni, device tec­no­lo­gici e stru­menti per comu­ni­care accor­ciano la catena del valore e faci­li­tano pro­cessi di con­di­vi­sione e col­la­bo­ra­zione (supe­rando, almeno in parte, la vec­chia e fisio­lo­gica com­pe­ti­zione) tra le imprese. In que­sto con­te­sto, l’ascesa del ter­zia­rio digi­tale all’interno di un sistema reti­co­lare moderno sem­pre più inter­con­nesso, entra in col­li­sione con sfal­da­mento del potere e della cre­di­bi­lità poli­tica, con la chiu­sura delle fab­bri­che ma soprat­tutto con la crisi eco­no­mica che ha inve­stito il mondo industriale.

Par­tendo dal pre­sup­po­sto che in un periodo di crisi uno dei pochi set­tori in cre­scita è quello legato al Web e al digi­tale (mar­ke­ting, gra­fica, svi­luppo, e-commerce, appli­ca­zioni) con pos­si­bi­lità di con­ta­mi­na­zione e svi­luppo locale (pro­du­zione arti­gia­nale for­te­mente loca­liz­zata); la con­ver­genza tanto decan­tata ed auspi­cata di mate­riale e imma­te­riale andrà al di là delle (uti­lis­sime) stam­panti tri­di­men­sio­nali, offrendo nuove pro­spet­tive per diversi set­tori e crean­done di nuovi. Oggi, stiamo gra­dual­mente e fati­co­sa­mente migrando verso nuove tipo­lo­gie edu­ca­tive e lavo­ra­tive: l’accesso al sapere, le nuove tec­no­lo­gie e la comu­ni­ca­zione in tempo reale influi­ranno sulle dina­mi­che di pro­du­zione, per­met­tendo alle per­sone e alle imprese di risol­vere pro­blemi tem­po­rali e pro­get­tuali, limi­tando i costi rispetto al recente pas­sato. Que­sta muta­mento avverrà len­ta­mente e non per tutti allo stesso modo, solo se si veri­fi­che­ranno alcune deter­mi­nanti strut­tu­rali, se riu­sci­remo a rispon­dere ad altret­tante domande.

  • L’ecosistema favo­rirà lo svi­luppo? Come sot­to­li­nea l’ottimo arti­colo di Ste­fano Micelli su Lin­kie­sta la con­ta­mi­na­zione tra web e indu­stria non si trova sola­mente nell’incontro tra inno­va­zione (comu­ni­ca­zione, tec­no­lo­gia) e pro­du­zione (Impresa/lavoro) o in una vision da incul­care e assi­mi­lare nelle teste di impren­di­tori (tra­di­zio­nali) e makers (visio­nari), ma di una sfera sociale (e poli­tica) che sup­porta que­sto incon­tro d’intenti e idee: nuove strut­ture distri­bu­tive, nuovi stru­menti di comu­ni­ca­zione, nuove forme di accesso al cre­dito, sem­pli­fi­ca­zioni fiscali e ammi­ni­stra­tive per chi vuole fare impresa e co-partecipare alla stessa ma anche, sot­to­li­neo, corsi di aggior­na­mento (mar­ke­ting, gestione, inno­va­zione) gra­tuiti per lavo­ra­tori e impren­di­tori. La con­ver­genza media­tica è sotto gli occhi di tutti, quella pro­dut­tiva è ancora spiata dalla ser­ra­tura e chiusa da bar­riere buro­cra­ti­che, ideali e tal­volta ideologiche.
  • Start-up, imprese, liberi pro­fes­sio­ni­sti, orga­niz­za­zioni, faranno rete tra loro? Una start-up da sola non cam­bia il mondo e nean­che risol­leva l’economia, ma quanto può influire una rete sociale di start-up orga­niz­zate (digi­tali e non, gio­vani e meno gio­vani) sull’economia reale? Quanti posti di lavoro potrebbe gene­rare? Pro­ba­bil­mente molti. Certo alcune forme lavo­ra­tive (e tipo­lo­gie con­trat­tuali) potreb­bero sca­dere, rag­giun­gendo la fine di un ciclo di vita, ma altret­tante ne nasce­ranno dalle ceneri e dovranno essere soste­nute e rego­la­men­tate. Il futuro, di domani, è imbri­gliato nello schema a rete (online e offline), repli­cato su diverse imprese orga­niz­zate che col­la­bo­rano tra loro.
  • Da dove par­tire per cam­biare la men­ta­lità? In pri­mis dai gio­vani: inve­stire sull’istruzione, col­ti­vare nuovi talenti offrendo loro una visione stra­te­gica, garan­tire scambi for­ma­tivi con l’estero, supe­rare il pro­blema del merito e creare con­nes­sioni col mondo del lavoro, quello di oggi e dei pros­simi 20 anni. In secondo luogo, dalla poli­tica. Biso­gne­rebbe fare molte riforme (agenda digi­tale, scuola, lavoro, fiscale), abbas­sare i pri­vi­legi e azze­rare gli spre­chi di denaro pub­blico. Di sicuro non serve ante­porre l’evidenza dell’inconsistenza, ser­vono nuove leve (gio­vani) con­sa­pe­voli di un nuovo ruolo, poli­tico, sociale, mana­ge­riale, sem­pre più inter­con­nesso. Serve un rilan­cio dell’impresa con inve­sti­menti (sta­tali) su com­pe­tenze tec­ni­che e pro­get­tuali in grado di ali­men­tare un mer­cato locale che potrebbe offrire grandi sod­di­sfa­zioni se comu­ni­cato, orga­niz­zato e distri­buito (espor­ta­zioni) in modo migliore e oltre con­fine. Forse è arri­vato il momento di far sen­tire la pro­pria voce, il web può darci una mano ma occorre par­te­ci­pa­zione, idee, impe­gno. Una neces­sità, quella sociale (ambien­tale, poli­tica, glo­bale), che deve fon­dersi con la rea­liz­za­zione per­so­nale (eco­no­mica e non) supe­rando vec­chi schemi dicotomici.
  • Qual è il mol­ti­pli­ca­tore del valore nel “nuovo lavoro”? La pas­sione e le per­sone, del resto lo sono sem­pre stati, oggi a mag­gior ragione per­ché ne abbiamo più biso­gno. Coniu­gare rea­liz­za­zione per­so­nale, lavoro e con­sa­pe­vo­lezza sociale, sarà alla base della nuova eco­no­mia. Chia­ma­tela nuova impren­di­to­ria, open inno­va­tion, l’economia del futuro tra rispar­mio, riuso e inno­va­zione digi­tale sarà reti­co­lare e per neces­sità dovrà diven­tare più sociale. Per effet­tuare que­sto shift dovremo abban­do­nare vec­chi “modi di pen­sare” al lavoro: l’agenda diven­terà dina­mica per impren­di­tori e lavo­ra­tori, flui­ranno sem­pre più respon­sa­bi­lità e co-partecipazione agli utili per que­sti ultimi (almeno nel pri­vato), la rou­tine quo­ti­diana che scan­di­sce il tempo della nostra vita cam­bierà sem­pre di più, fino a scom­pa­rire, se non per tutti, per la mag­gior parte.

Star­tup, aziende, orga­niz­za­zioni, liberi pro­fes­sio­ni­sti ma soprat­tutto per­sone, che uti­liz­zano cre­scenti risorse tec­no­lo­gi­che per miglio­rare e sem­pli­fi­care la vita di altret­tante per­sone, potranno fun­gere da cata­liz­za­tori per il mondo pro­dut­tivo rimet­tendo in moto con­sumo e con­di­vi­sione di valore eco­no­mico e sociale, spa­lan­cando le porte di quella fase, ancora incom­piuta, che Rif­kin chiama Terza Rivo­lu­zione Indu­striale. Un pas­sag­gio (in corso) nel quale abbrac­ce­remo la col­la­bo­ra­zione pro­dut­tiva tra mani­fat­tura e digi­tale, nel quale il mar­ke­ting non è morto ma più com­plesso, veloce e imme­diato, diven­terà forma cul­tu­rale indi­spen­sa­bile per tutte le aziende. Un’epoca post-moderna e post-fordista che dovrà essere anche post-carbonio, basata cioè su fonti d’energia soste­ni­bile e rin­no­va­bile. Fonti ener­ge­ti­che che ripro­du­cendo il modello a rete di Inter­net ne sca­ri­che­ranno sulla Terra i bene­fici. Per il momento la chia­me­rei sola­mente Rivo­lu­zione Digi­tale, con le dovute cri­ti­cità (socio­lo­gi­che) e le indub­bie poten­zia­lità (comu­ni­ca­tive, pro­dut­tive, sociali).