Tra le scelte che con­di­zio­nano for­te­mente la nostra vita, quelle che riguar­dano l’alimentazione sono senza dub­bio cru­ciali per molti motivi che vanno dalla qua­lità al prezzo; con que­sto post vol­giamo con­si­de­rare quanto mar­gine il sistema di mer­cato lascia a noi con­su­ma­tori nelle scelte di consumo.


In realtà sem­bra assurdo doversi lamen­tare della poca pos­si­bi­lità di scelta in un sistema in cui abbiamo la sen­sa­zione di poter domi­nare il pro­cesso d’acquisto; tanto più che le prin­ci­pali bar­riere eco­no­mi­che e geo­gra­fi­che sono state abbat­tute dalla glo­ba­liz­za­zione e dall’iperconnessione del web.
Que­sto è ancora più evi­dente se con­fron­tato poi con il con­te­sto eco­no­mico che ci ha pre­ce­duto, nel quale una pic­cola elite era deten­trice del potere eco­no­mico e socio-politico, e il resto della popo­la­zione era costretta a sfa­marsi con quel che c’era a dispo­si­zione (figu­rarsi dun­que la pos­si­bi­lità di scelta!).

Eppure il pro­blema resta ed è il seguente: dalla rivo­lu­zione agri­cola (avve­nuta circa 10.000 anni fa e che ha dato l’avvio al cosid­detto Neo­li­tico) fino alla rivo­lu­zione indu­striale (che ha segnato defi­ni­ti­va­mente il pas­sag­gio da un’economia agra­ria di sus­si­stenza verso un’economia del con­sumo) tutto ciò che riguarda le scelte del mondo agroa­li­men­tare sono pas­sate dalla cul­tura con­ta­dina a quella industriale.

I beni di con­sumo, in un mer­cato con­cor­ren­ziale, sono allo­cati secondo le leggi di mer­cato, una di que­ste è la tanto abu­sata legge della domanda/offerta.
Un’evidenza? I pomo­dori tutto l’anno. Ora, nulla con­tro i pomo­dori, anzi, e nulla nep­pure con­tro il pro­gresso scien­ti­fico che ha reso pos­si­bile tutto ciò, ma biso­gna con­si­de­rare tutte le con­se­guenze fisio­lo­gi­che di qua­lun­que pro­cesso tec­no­lo­gico inno­va­tivo.
Un far­maco ad esem­pio rap­pre­senta una solu­zione tec­no­lo­gica a una malat­tia. L’uso di far­maci com­porta alcuni rischi e con­se­guenze ma que­sti, qua­lora siano tutti noti, sono sop­por­tati dai bene­fici che producono.

Quali con­se­guenze deri­vano dall’attuale orga­niz­za­zione economico-industriale dell’agroalimentare? Innan­zi­tutto uno sfrut­ta­mento inten­sivo, con mezzi mec­ca­nici e chi­mici, dei suoli agri­coli. In secondo luogo un inqui­na­mento atmo­sfe­rico dovuto al tra­sporto delle der­rate.
Que­ste sono le con­se­guenze che appa­ren­te­mente ci appa­iono imme­diate e che un po’ tutti cono­sciamo e tol­le­riamo.
Quello che sap­piamo poco invece riguarda l’inquinamento del pro­dotto che con­su­miamo e quindi tutto ciò che ne deriva per la nostra salute, que­sto per­ché sap­piamo pochis­simo del pro­cesso di pro­du­zione, cono­sciamo con dif­fi­coltà la pro­ve­nienza, abbiamo una limi­ta­tis­sima pos­si­bi­lità di scelta riguardo ad un approv­vi­gio­na­mento alternativo.

È a que­sto punto che diventa cru­ciale un cam­bio di sce­na­rio note­vole: la rivo­lu­zione digi­tale, e cioè (almeno in potenza) un pas­sag­gio dall’economia di con­sumo all’economia di svi­luppo. Uno svi­luppo con­di­viso, respon­sa­bile, sostenibile.

In que­sto sce­na­rio è pos­si­bile imma­gi­nare qual­cosa che appa­riva uto­pico: sce­gliere cosa man­giare, cioè sce­gliere in che modo ciò sarà pro­dotto, da chi, dove, quando.
Una rivo­lu­zione! O, per restare coi piedi per terra, una pos­si­bi­lità di nuovo svi­luppo per il mondo agri­colo e un nuovo modello di con­sumo.
Que­sta è l’idea che sta alla base di una delle più pro­met­tenti start-up che coniuga web e food: Cofar­ming, una piat­ta­forma per il cro­w­d­fun­ding ali­men­tare, cioè una forma di micro­fi­nan­zia­mento d’impresa di pro­du­zioni agri­cole e semi­la­vo­rati.
Un sistema di disin­ter­me­dia­zione tra il con­ta­dino e il con­su­ma­tore finale.

Come fun­ziona?
L’idea di Pie­tro Fabeni e Flo­ren­tin Hor­to­pan, fon­da­tori di Coo­far­ming, è quella di creare un Social Digi­tal Ambient, all’interno del quale gli utenti pos­sono inter­fac­ciarsi secondo due moda­lità: pro­dut­tori e inve­sti­tori.
I pro­dut­tori sono i con­ta­dini, le aziende agri­cole che vogliono smar­carsi dalle logi­che del mer­cato, che così facendo impo­stano la loro stra­te­gia azien­dale sul cro­wd­sour­cing; gli inve­sti­tori invece sono i con­su­ma­tori che inten­dono entrare nel pro­cesso pro­dut­tivo da pro­ta­go­ni­sti, non tanto raf­for­zando il loro potere d’acquisto (come pre­vi­sto dai GAS ad esem­pio) ma par­te­ci­pando atti­va­mente al pro­cesso pro­dut­tivo finan­ziando alcune pro­du­zioni piut­to­sto che altre, pro­po­nendo nuove pro­du­zioni o addi­rit­tura inve­stendo in tempo e lavoro.

La “Borsa Tempo” pre­vede, nel caso in cui il con­ta­dino sia favo­re­vole, un inve­sti­mento da parte dei cofar­mers in ore-lavoro, che ven­gono poi tra­dotte in quote di pro­du­zione; un valore aggiunto alla piat­ta­forma web in quanto getta un ponte natu­rale tra online e offline, ampliando così le poten­zia­lità di mar­ke­ting e comu­ni­ca­zione del progetto.

Cosa avviene sulla piat­ta­forma Cofar­ming?
L’idea è quella di pun­tare molto sul local e quindi di dare la pos­si­bi­lità agli utenti che vogliono inve­stire di cono­scere la rete di con­ta­dini Cofar­ming più vicini. Un inve­sti­mento dun­que si tra­duce in una quota di pro­du­zione. Cofar­ming garan­ti­sce il cor­retto svol­gi­mento delle tran­sa­zioni, la mas­sima tra­spa­renza da parte del con­ta­dino, e il buon esito di tutte le con­se­gne.
Cofar­ming ha inten­zione di creare un sistema di rating delle pro­du­zioni e dei pro­dut­tori ma di lasciare libera scelta al con­ta­dino riguardo la dif­fu­sione di que­sti dati. Sarà, dun­que, il con­ta­dino a sce­gliere o meno di fare social book­mar­king col pro­prio rating, così come potrà gestire libe­ra­mente i feed­back dei cofarmers.

L’idea di Cofar­ming appare dun­que molto sem­plice ma al tempo stesso rivo­lu­zio­na­ria: ai con­su­ma­tori ridare, o meglio dare final­mente, voce in capi­tolo nelle scelte così impor­tanti, quali quelle agroa­li­men­tari e ai con­ta­dini ridare un potere con­trat­tuale oggi ine­so­ra­bil­mente ves­sato dalle logi­che eco­no­mi­che degli inter­me­diari e della GDO.
Basta con­si­de­rare che solo il 16% del prezzo di un pro­dotto ali­men­tare è deter­mi­nato dai con­ta­dini, eppure, come sostiene Ezio Man­zini, tutte le scelte ali­men­tari sono scelte che riguardo l’agricoltura.

Tutto que­sto rende cofar­ming un brand for­te­mente carico di valori posi­tivi, come il bio, il local, il tra­di­tio­nal, l’ecosostenibilità, svi­lupo soli­dale, con una poten­zia­lità enorme di presa e dif­fu­sione su un seg­mento molto ampio della long tail del suo poten­ziale sviluppo.

Un punto di debo­lezza sul quale Cofar­ming dovrà inve­stire molto appare, invece, quello dell’investimento. Infatti, sic­come è cen­trale nella busi­ness l’idea del ribal­ta­mento, soprat­tutto cul­tu­rale, da una sistema dell’acquisto a quello dell’investimento, biso­gna con­si­de­rare le pre­ve­di­bili resi­stenze e per­ples­sità degli utenti che devono in qual­che modo cam­biare la loro abi­tuale frui­zione di approv­vi­gio­na­mento.
Cofar­ming, però, potrà comu­ni­care in maniera sem­plice ma effi­cace un’idea che è parte inte­grante della sua mis­sion e cioè che quell’investimento non solo rende il cofar­mer parte inte­grante del pro­cesso di pro­du­zione ma libera anche il con­ta­dino dai costi di inve­sti­mento (soprat­tutto ban­cari) e dal rap­porto oggi ine­vi­ta­bile con la GDO, con il risul­tato quindi che: i costi si abbas­sano così che ci gua­da­gnano i con­ta­dini e i cofar­mers; il cofar­mer non dovrà più sem­pli­ce­mente limi­tarsi a sce­gliere, e quindi magiare, solo quello che la GDO ha scelto per lui, ma sarà parte attiva di un pro­cesso deci­sio­nale e pro­dut­tivo.
Per con­clu­dere: a che punto è Cofar­mig?
Lo tro­viamo su Eppela a fare cro­w­d­fun­ding, naturalmente!