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Risposta: boh. Dopo alcuni mesi in cui la componente formativa del mio lavoro è stata piuttosto presente e interessante non potevo non dar conto di quanto si palesa ai miei occhi parlando di apprendimento, universitario in particolare. Mi sento di escludere subito dalla “torta” quelle specializzazioni e lauree scientifiche, tecniche, mediche, che di certo risentono dell’andamento generale ma solo in parte affrontano le problematiche che travolgono le famigerate parole marketing e comunicazione.Ciò che più preoccupa è il trionfo dei luoghi comuni (l’università è quello che un tempo erano le superiori.., oggi ci vuole il master) unito a una generale situazione di rassegnazione che sembra molto lontana dal fervore che altrove è invece ben presente come riporta Loretta Napoleoni nel suo bel “Maonomics“: “Nella Cina contemporanea come in poche altre nazioni al mondo si ha l’impressione di essere parte della storia, anche se solo in qualità di spettatore“. In Italia si ha l’impressione di essere parte della disfatta, figli di un declino che costringe a vivere sulle spalle di genitori stanchi e ancora loro malgrado lavoratori in un clima di ansia, stress e malcontento. E’ quanto emerge dalle varie chiacchierate con tanti giovani tra i 20 e i 35 che forse anagraficamente più giovani non sono ma che tali si sentono visto che non hanno ancora trovato una collocazione stabile e per questo credono che quello che “faranno da grandi” debba ancora arrivare.

Spero sinceramente di essere l’osservatore distratto di un errato campione statistico, temo però che la realtà sia quella che si presenta ogni giorno di fronte ai nostri occhi. Dal giovane del sud che cito testualmente “mi conviene molto di più imbiancare la casa del mio vicino, guadagno 1.500 euro in tre giorni, piuttosto che fare il commerciale con questo trattamento, non solo economico” o il neolaureato in comunicazione, a piedi dopo un anno e mezzo di ricerche che si iscrive ad un master ben conscio del fatto che “so di pagare il placement“.

Dalle mie parti si direbbe “è un casino“, non tutti hanno la possibilità di fare impresa a 23 anni, e non tutti ne hanno l’attitudine. La parola “flessibilità” sta diventando sinonimo di “domani incerto” e lo stage non è più una moda, ma una solida e triste realtà. In questo scenario, cosi debole e incerto, si colloca l’offerta dell’università italiana, oggi grande organizzatrice di eventi atti a promuovere la propria offerta ma incapace di formare le figure più richieste sul mercato, dai web marketers (economia?) ai seo specialist (informatica?) ad esempio.. L’università è sempre più un passaggio obbligato per apprendere un dizionario concettuale di sicuro interesse che resta però lontano dalle richieste di un mercato tanto mutevole quanto incerto sulle proprie sorti. Meritocrazia è una parola di moda, che perde però valore. Incontro ogni giorno ragazzi che fanno di tutto per essere dei veri e propri “studenti 2.0″ compreso il blog personale, una buona valutazione finale e una decente cultura di base. Il mercato però se li rimbalza come raramente ha fatto, di certo a causa di saturazione e crisi, la mia sensazione però è che stia venendo a mancare quella fascia di mezzo di onesti lavoratori che non aspirano a decidere ma prima o poi vogliono smettere di fotocopiare, a breve un post su cosa significa “stage fotocopie” al tempo del web.. visione troppo drastica?

P.s. un appunto sull’immagine: il titolo iniziale del post era “laurea..ah..ah”, poi mi sono dato un contegno :-)

22 commenti a “Ha ancora senso andare all’università?”

1alexia ha detto:

hai certamente ragione sul punto di vista offerto, ma da una parte c’e’ il nepotismo che in Italia e’ una realta’( sono stata buona, non l’ho chiamata “raccomandazione”), mentre dall’altra c’e’ poca formazione ( a partire dal lavoro piu’ umile a salire). Chi si “getta” nel mondo del lavoro deve essere anche consapevole che non ci sono solo i diritti, sacrosanti peraltro, ma che ci sono i doveri, si anche i doveri MORALI nell’epletare un lavoro in maniera corretta ed esaustiva.Grazie per l’attenzione

Inserito il 20 June 2010 alle 21:27

2Mattia ha detto:

Mi piace questo articolo Giorgio, e sono d’accordo quasi su tutto.
Solo una cosa: chi sono i poveracci dell’errato campione statistico? :-)

Ma veniamo al mio punto: e se non fosse tutta colpa del mercato e della famigerata crisi??? E se qualche responsabilità la avessimo anche noi giovani????
Non voglio parlare di fatti personali, non sarebbe di buon gusto e nemmeno giusto, però mi sento di dire che il lavoro, per quanto meno di qualche anno fa, C’E’.
E non parlo mica di stage a 50€ al mese eh, parlo di contratti a tempo indeterminato, presso grandi aziende che aspettano i giovani con un pizzico di voglia di farsi il mazzo.
Se poi tanti preferiscono iscriversi a fantastici corsi di laurea fuori dal mondo, per poi cercare posizioni lavorative inesistenti o sottopagate beh, ma saranno affari loro!
Però dai, voglio essere buono. Non è solo colpa dei giovani. Al termine delle scuole superiori si dovrebbero tenere corsi di “orientamento al mercato” in cui si spiegano le reali opportunità lavorative per ogni corso di laurea, guardando sempre bene in faccia la realtà. Bisognerà pur dirlo ai ragazzi che certe facoltà sono delle autentiche zappate sui piedi, no?

Inserito il 20 June 2010 alle 22:06

3Giorgio Soffiato ha detto:

Ho letto con interesse i vostri commenti, e sostanzialmente concordo. Probabilmente il mercato è diventato iper-selettivo quindi è più difficile emergere ma di certo non mancano alcune posizioni interessanti anche se mi preoccupa “l’andazzo generale” tanto lato domanda quanto lato offerta. Interessante anche la Tua osservazione, Alexia, in merito alla formazione sull’onestà morale nello svolgere il proprio mestiere credo che sia anche compito di chi ospita i giovani che si affacciano al mondo del lavoro spiegare la qualità di un lavoro onesto ed il ritorno che esso offre, questo è fondamentale. Per il resto io sono sempre stato un assiduo sostenitore della meritocrazia, segnalo solo che l’asticella si è alzata di molto ma resta da capire se a fronte di nuove e più pressanti pretese si ha anche una maggiore garanzia di un sereno futuro

Inserito il 20 June 2010 alle 23:24

4Giorgio Soffiato ha detto:

Giancarlo segnala 3 vie per uscire da questa situazione.. che ne dite?

http://www.firstdraft.it/2010/06/19/i-giovani-e-il-lavoro-che-manca/

Inserito il 21 June 2010 alle 07:09

5Chiara ha detto:

Ha senso fino ad un certo punto. Poi, qui sono scritte cose che per il tipo di corso di laurea che faccio io sono lontane anni luce! Giorgio, un giorno prova a venire nel mio dipartimento e poi vediamo cosa scrivi. Il master quelli (soggetto: i miei docenti) nemmeno sanno cosa sia. Finch… Mostra tuttoé abbiamo docenti di settanta e passa anni che nemmeno usano mail o telefono fisso (non parliamo di cellulare, troppo avvenieristico per loro!) cosa vuoi che siamo competitivi?! Da me c’è pura ricerca, la ricerca per il sapere, la questione economica loro nemmeno sanno cosa sia; uno studente lavoratore è visto malissimo! Lavori uguale non ti dedichi allo studio e ciò significa che non te ne frega nulla dell’università e dei tuoi studi, quando invece è proprio l’opposto: che lavori per poter studiare!!! Ma la storia sarebbe troppo lunga per un semplice commento a questo post… e troppo avvilente (soprattutto) (e, aggiungo, purtroppo).

Inserito il 21 June 2010 alle 09:24

6Dario Ciracì ha detto:

Mattia ti invito a citare qui quali sono queste famigerate aziende che assumono a tempo indetermintato. Forse se vuoi fare l’operaio, qualcosa trovi.

Giorgio, complimenti per il post, mi trovi del tutto allineato.
Io sono un web marketer, mi sono laureato a Urbino in Internet Marketing (senza che mi avessero mai spiegato cos’era il web marketing, il seo il sem, ecc.) e per ovviare a tale fame di conoscenza ho anche fatto il famigerato master, che molti vogliono far passare come chiave d’accesso sicura al mondo del lavoro.

Col master ho imparato a fare seo, a scoprire WordPress e ho sviluppato da solo le conoscenze di social media marketing, studiando personalmente. Ho fatto anche i 5 mesi di stage (gratis) previsti dal master.

Risultato? Ora ho tanta cultura, ma non un lavoro. Scrivo di strategie di social media marketing sul mio blog e informo e posto di news di web marketing sui miei canali social, tutto gratis, e sicuramente c’è gente che legge i miei post per sfruttarli poi comodamente sul loro posto di lavoro. Quelli più fortunati magari. Quelli che sono riusciti a trovare lavoro prima della crisi.

E’ una triste realtà quella che incombe ora; la disoccupazione giovanile si fa sentire dal sud(profondamente) al nord, anche in città che potevano sembrare esentate dalla crisi, come ad esempio la capitale economica Milano, dove peraltro, magari qualcosa trovi, ma con uno stipendio che ti permetterebbe appena di pagarti l’affitto (forse).

Poi se pensate che il lavoro non lo trovi in un’area/settore che dovrebbe essere la più innovativa, come ad esempio quelle del web Marketing/Web Design, davvero arrivi a pensare che è tutta un’ingiustizia.

Dario

Inserito il 21 June 2010 alle 09:40

7Enrico ha detto:

giorgio c’è il ban per chi è politically scorrect..?!
Tema attuale, purtroppo, che a mio modo di vedere ha una risposta semplice.
Se l’università continuerà “produrre” laureati seguendo la logica di Ford per produrre la T andare all’università sarà conveniente per chi inizierà a vendere pizze e piadine all’ingresso delle aule.
Non ci possono essere milioni di laureati, l’università deve tornare ad essere luogo di vera cultura ed eccellenza.
Si preservino poi tali eccellenze: numeri chiusi ai corsi di laurea, basta con questo vergognoso 3+2 ed un bel si agli albi professionali.

Inserito il 21 June 2010 alle 10:08

8Mattia ha detto:

Caro Dario,

per la felicità di Giorgio la discussione si anima… :D

Confermo quanto detto: esistono oggi in Italia aziende che assumono a tempo indeterminato (tranquillo, non per fare l’operaio).
Quali? Io le ho trovate, e sono nomi così grandi che nemmeno servono ricerche tanto avanzate, un esperto di internet come te non dovrebbe avere problemi.

Spero di non offenderti con questa piccola provocazione: dici di non trovare lavoro. Ti sei chiesto se il settore in cui ti sei imbarcato è quello che tira? Il fatto che sia “innovativo” non significa sia ricercato.

Vedi, abbiamo due possibilità: 1) piangerci addosso; 2) cercare, per quanto possibile, di essere artefici del nostro destino.
Io ho scelto la seconda, tu?
Ciao

Inserito il 21 June 2010 alle 10:29

9Enea ha detto:

Vengo da una realtà diversa da qualla italiana, ma comunque piuttosto confinante.
Giovani che dopo l’università si aspettano di trovare il lavoro grazie alla laurea, ma si vedono sorpassare da persone meno qualificate (in termini di diplomi) ma più volenterose.
Il lavoro non manca, di lavoro ce n’è sempre. Ogni situazione economica di una nazione porta a nuovi posti di lavoro specifici per tale situazione.

La crisi, quella poveraccia a cui si dà la colpa, non centra molto secondo me.

È il target di lavoro che si è alzato, in luoghi dove non c’è possibilità di trovare lavoro nel target che ci si aspetta.

Quanti stranieri fanno lavori umilissimi e sottopagati? In un cantiere qui in svizzera le lingue più parlate sono:
spagnolo, portoghese, croato, macedone, ecc.

C’è un boom nell’edilizia che fà paura (parlo della svizzera, ma anche in italia non si scherza), e i pochi che ci lavorano sono persone non laureate e di lingua madre diversa. Rarissimo trovare giovani di lingua italiana.

Perchè?
Perchè non si ha voglia di lavorare, perchè ci si aspetta di uscire con un diploma e una scrivania con PC e cazzeggio a palla.

Chi ha abiuato tutta la generazione dai 20 ai 40 anni a questa visione del lavoro?
Principalmente i media, che ci mostrano stili di vita di persone che hanno avuto fortuna, e che “sfottono” la classe di lavoratori che ancora sudano il salario in lavori dove ci si sporcano le mani.

Tanti durante la laurea fanno lavoretti per mantenersi gli studi, ma dovrebbero rendersi conto delle reali offerte di lavoro.

Bisognerebbe analizzare meglio la società e i suoi reali bisogni prima di intraprendere una strada, ma tantè che tutti fanno gli studi per lavori inesistenti, e si ritrovano senza un’impiego non perchè c’è crici, ma perchè il lavoro offerto è completamente diverso da quello imparato (che poi per imparare un lavoro bisogna farlo, quello che insegnano in certe scuole è lontano anni luce dalla realtà).

Io ho studiato vendita e tecniche di vendita, e mi trovo a fare l’autista (per mia scelta, è un lavoro che mi piace molto).
Spesso la gente chiede “ma perchè fai l’autista, non hai avuto altre opportunità?”.
Questo è il genere di persone che rovina i giovani, portandoli ad aspirare a lavori rari da trovare, e accompagnandoli in una vita di insoddisfazione e in continua ricerca di qualcosa di meglio.

Non è un male, ma si insegnasse ai ragazzi che anche l’idraulico, lo spazzacamino, il muratore, il cameriere, lo spazzino, l’autista, il panettiere, il salumiere, l’impiegato in un negozio, ecc, sono lavori utilissimi e che possono piacere, sicuramente si avrebbe meno malcontento e più giovani occupati, e magari meno immigrazione.

Scusate se mi sono dilungato ;)

Inserito il 21 June 2010 alle 10:35

11Giorgio Soffiato ha detto:

Mi soffermo un attimo sul commento, interessantissimo, di Enea. Tutto giusto, tutto sensatissimo, va detto però che il tuo ragionamento porta alla risposta che il futuro di un paese è legato alla tecnica (spazzacamino, idraulico) più che alla consulenza, alla progettazione, ai servizi, un ritorno a primario e secondario quindi.. Io non credo che solo i media portino a prendere “la strada sbagliata” perché anche all’interno del singolo ateneo o corso di laurea vi sono percorsi maggiormente conservatori ed altri più audaci (commercialista vs web marketer con la mia laurea ad esempio).

Il secondo dato interessante è sicuramente legato al trade off tra fatica fisica e stress, su questo rimando al concetto di “downshifting” di cui abbiamo parlato anche su questi schermi. Sembra che chi fa lavori “meno mentali” (per quanto guidare un camion senza testa rappresenti un bel rischio) abbia la possibilità di godere del famoso “fresco d’state, caldo d’inverno” a scapito però di un’offerta sempre più satura e domanda calante, che causa quindi infelicità e stress e incertezza. Sensazioni sconosciute all’imbianchino che lavora al caldo ma la sera riposa sereno.

La crisi, in realtà, esiste, ed esiste forse perchè non abbiamo compreso quello di cui abbiamo bisogno davvero, la strada però è stata tracciata in maniera piuttosto pesante, un ritorno al passato è una provocazione affascinante e la grande domanda finale è quindi: adattarsi alle regole o cambiarle?

Inserito il 21 June 2010 alle 10:54

12Enea ha detto:

Primario e secondario son lavori abbastanza sottovalutati e malvisti dai giovani, fin qui penso concordino bene o male tutti.
Più che un tuffo al passato è un tuffo nel bisogno. La gente lavora e vive di quei settori.
Il settore primario è il più ambito dai giovani, perchè secondo me c’è anche una visione di guadagno maggiore, cosa non sempre veritiera.
Penso che molti giovani intraprendino la strada giusta e che i loro studi non siano solo frutto di pressioni da luoghi comuni, e che realmente dopo una laurea possano inserirsi nel lavoro che tanto hanno sudato.

Ma tanti altri, portati a pensar male di lavori più umili, saranno sprecati in università. Servono magari imprenditori edili, persone con passione che coltivino l’orto.
Non c’è un’orientamento, si viene scaraventati in università e indirizzi senza sapere bene cosa c’è dopo.

La laurea serve, gli studi servono.
Non ho bene approfondito prima perchè scritto tutto d’un fiato, ma è ovvio che ad ogni lavoro c’è una fatica sia fisica che mentale. Anche il muratore se mette il muro portante al posto sbagliato fa crollare una casa.

In svizzera abbiamo dei diplomi per la maggior parte delle professioni.
Dal muratore al giardiniere. Dal cameriere al fotografo.

Son scuole apposite, non è un’università dove la laurea è generale per una certa materia, ma uno studio dove impari quella professione e tutto quello che la circonda.

In Italia non avete penso questo genere di scuola – lavoro chiamato apprendistato, dove studio e pratica si fanno assieme.

Anche qui comunque c’è molta disoccupazione, e molti escono con lauree su storia dell’arte, quando in zona abbiamo una decina di musei per una decina di laureati all’anno. Per zona intendo il Ticino, cantone italofono della Svizzera.

Insomma, un’orentamento più realistico da fare alla base, appena usciti dalla scuola dell’obbligo, per intraprendere la prima formazione nel settore più adeguato ai reali interessi e alle reali possibilità di lavoro.

Poi ci si ritrova a 30 anni a fare una riformazione professionale, ma è un bene, si è magari già lavorato e costruito qualcosa dai 20 ai 30 anni, e ci si evolve.

Non si è intrapresa una strada del tutto sbagliata.

Inserito il 21 June 2010 alle 11:11

13Giorgio ha detto:

In realta’ questo trend e’ stato ben eviscerato dall’economist, poche settimane fa’. L’Italia sta peggio, ma in tutto l’occidente il trend e’ uguale, il lavoro viene creato a bassi livelli o ad altissimi livelli tecnologici. Questo perche’la nostra societa’ha abbracciato un alto livello tecnologico nelle produzioni e comunicazioni, quindi i lavori con alto margine si sono concentrati li. Tutto il resto e’ andato alle nazioni emergenti, che ora stanno risalendo la curva tecnologica e occupando anche quei posti. L’Italia poi soffre di una cronica mancanza di investimenti in R&D, di fatto spingendo i nostri cervelli migliori ad andare all’estero. L’universita’ Italiana ha di conseguenza pochissimi centri di eccellenza, e tantissimi centri di mediocrita’ di massa, capitanati da una serie di professori anch’essi di scarso impatto. Questa crisi non e’ altro che la manifestazione acuta di un movimento epocale in atto gia’ da molti anni, che sta riallocando in maniera massiccia la ricchezza e le conoscenze planetarie. E’ stato facile fare i soldi fin quando il nostro mercato era in continuo boom dopo la seconda guerra mondiale. Ora il mercato e’ saturo, i margini si riducono, le conoscenze si appiattiscono. Quindi o imbianchino o ingegnere nucleare. Il resto, diciamocelo, sono tutte chiacchere.

Inserito il 21 June 2010 alle 11:20

14Dario Ciracì ha detto:

Mattia, tranquillo, io non sono affatto il tipo che si piange addosso. Ho creduto e credo ancora appieno nel mio percorso formativo, ho fatto degli studi in una determinata area e non vedo perchè dovrei fare una cosa che non amo fare e che non sento mia.

Le aziende che assumono? Le grandi? Ma hai visto bene le offerte i contratti e le mansioni? Se non hai aspettative qualcosa la trovi e ti ci accontenti ok, ma se hai seguito degli studi e ti sei specializzato in qualcosa e sai che sai fare quella cosa, permettimi di dire che sei un po’ più esigente, soprattutto se ci hai investito, tempo, denaro…fatica e passione!

Chi dice che la crisi non c’è permettetimi di dire che è chi ha già un posto di lavoro fisso, chi è sui 40-50 anni, perchè non essendo più giovane non può più identificarsi nel problema e non segue più la società.

Proprio oggi ho trovato una parte del mio lavoro come consulente. Un contratto di SEO. E sai come l’ho concluso? Non mandando CV a aziende, che come ripeto, non ti cagano! Ma facendomi notare nella blogosfera e in Internet e quindi facendo tutto da solo!

Altro che piangersi addosso…Non siamo noi giovani a farlo e la società, la politica e il mondo imprenditoriale, a farlo…

Inserito il 21 June 2010 alle 11:50

15Fede ha detto:

Post molto interessante. Concordo con i commenti di Enea ed Enrico. L’università si sta espandendo nella maniera sbagliata. Stanno crescendo centinaia di nuove lauree con specializzazioni che sono totalmente inutili. L’università deve insegnare le materie di base; se ci sono delle nuove conoscenze che il mercato richiede è giusto insegnarle ma non creare un corso di laurea intero dedicato. Deve esserci più selezione. Non si possono avere migliaia di iscritti ad un corso di laurea, se poi il mercato non sarà in grado di assorbirli. Ormai i ragazzi vanno all’università perchè sembra obbligatorio andarci per trovare un lavoro. Però non è affatto così. Quindi è necessario che ci sia maggior informazione anche nelle scuole superiori sulle varie facoltà e i vari corsi.

Inserito il 22 June 2010 alle 10:50

16Giulio A ha detto:

http://www.ted.com/talks/steve_jobs_how_to_live_before_you_die.html

Lui non si è laureato, però qualche lavorino lo ha fatto nella vita. Secondo me vale la pena di guardarlo.

P.S. siccome ho 40 anni finalmente non sono più giovane! :)

Inserito il 23 June 2010 alle 22:44

17Sara Paolucci ha detto:

Mamma mia che bel post! Ma soprattutto che bella conversazione che ne è scaturita.
Sono d’accordo con tantissimi di voi, ho apprezzato molto i commenti di Enea e vorrei dire a Dario che il “lavoro” che fai ogni giorno con il tuo blog è una grandissima ricchezza per noi che ti leggiamo e per la porzione di rete italiana che si sta affacciando al mondo del social.

Anche io voglio rivolgermi a Mattia: quali sono queste grandi aziende pronte ad assumere? Non mi soffermo sul contratto a tempo indeterminato perchè la mitizzazione di questo trattamento mi sta quasi dando la nausea: questa rincorsa al contratto “a vita” piuttosto che la cicerca di una vera crescita.
Ma che ci siano grandi aziende disposte ad assumere questo non te lo lascio dire. Forse parli di quelle che cercano giovani con meno di 30 anni, lureati 3+2, magari con master ed esperienza e ti offrono la grande opportunità di fare uno stage gratuito nei loro meravigliosi uffici? di quelle Mattia ce ne sono in abbondanza hai ragione!
Non voglio essere polemica, voglio solo farti riflettere su queste dinamiche. Tra l’altro ho la fortuna di lavorare in una fantastica azienda dove si investe nell’innovazione, nel social e dove le persone possono davvero crescere, quindi di piangermi addosso non ne ho nessuna intenzione!
Grazie a tutti per le vostre considerazioni!

Inserito il 2 July 2010 alle 16:02

18.... ha detto:

ho sempre rifiutato perché pensavo che il periodo “straordinario” apparteneva ormai al passato e non poteva più tornare, poi mi vi è venuto anche la paura che se inavvertitamente avessi accettato mi avrebbero ucciso o mandato a guantanamo (avrei preferito la prima). E si che vi ho chiesto mille volte di collaborare ma giocate a nascondino, chissà che prima o poi non vi affidiate ad un intermediario e mi spieghiate esaurientemente come funziona il tutto perché altrimenti col cavolo che accetto, cercherò di fuggire il più distante possibile, in un’isola sperduta del pacifico a mangiare pesce crudo, se necessario. Mi sento un tantinello preso in giro che vedo le nuvole scomparire di mattina e ricomparire la sera, belle ragazze che spuntano come funghi e mi guardano, sconti al supermercato come piovesse, e nessuno che ci crede che è opera della mano invisibile del grande fratello, per non parlare dei terremoti e pozzi petroliferi che perdono. chiunque sarebbe impaurito difronte al dispiegamento di tanti mezzi. Tornerò controvoglia a teatro visto che è l’unica cosa che non ho ancora provato a fare e se va male mi sa che ci diremo addio.

Inserito il 3 July 2010 alle 12:54

21Jiki ADV ha detto:

Non saprei. Ci sono alcune cose, in università, che possono realmente essere utili nel mondo del lavoro. Altre che non servono se non a una cultura personale più completa.

Ovviamente parlo per la mia esperienza di “comunicazione” tradizionale, fatta di McLuhan, Floche e Semiologi bolognesi.

Penso altresì che l’università italiana si muova in maniera sbagliata, io mirerei di più a formare dei professionisti veri piuttosto che indottrinare dei ventenni con migliaia di pagine di teorie, controteorie e sviluppi.

Forse sono un pò prevenuto, a me l’università non è mai piaciuta.

My 2 cents.
Saluti

Inserito il 16 July 2010 alle 12:55

22Gloria ha detto:

Presente: studentessa di Comunicazione (Alma Mater Studiorum), che tiene un blog personale, che spera in una valutazione decente finale e che cerca di costruirsi un bagaglio culturale che le sappia far sostenere una conversazione di medio livello.
Il primo problema è soprattutto interno all’università e riguarda le persone che la animano.
Non mi riferisco solo all’offerta formativa, ma il primo cambiamento necessario è il ripensamento, da cima a fondo, del significato stesso dell’iscrizione a un corso di laurea. L’università non tanto, o meglio, non solo come investimento economico per la certezza (impensabile oggigiorno) di un lavoro, ma l’università come uno strumento di “interpretazione della realtà”. Sarà il contesto bolognese in cui mi trovo a studiare, sarà che ho avuto la fortuna di seguire lezioni di professori con la “P” maiuscola che si mettono al servizio dello studente, sarà che, nonostante i pregiudizi che ci sono su corsi di laurea come il mio, sono certa che il danno più grosso lo facciamo noi che contribuiamo a spargere del marcio alimentando la visione neagativa di un settore che, volenti o nolenti, investe tutto.
Ho avuto modo di confrontarmi con persone laureate in Comunicazione (comunicazione pura e non Marketing e Comunicazione o altre ibridazioni) in altre università (Milano e Roma) e il loro bagaglio conoscitivo è completamente differente. Dopo tre anni le mie competenze sono totalmente differenti rispetto a quelle di uno studente che NON esce dall’Alma Mater. Per fare un esempio io sto studiando Semiotica (e non parlo di dare SOLO uno o due esami) che mi dota di una metodologia di analisi qualitativa, una competenza e uno sguardo sul mondo che chi non ha studiato a Bologna e non ha avuto i miei professori non può avere e che pretendo mi venga riconosciuta. In questo senso racchiudere in macro-etichette il titolo che si ottiene una volta laureati, contribuisce solo a creare confusione anche tra i futuri datori di lavoro.
Il secondo passo è riconoscere che se l’università italiana va male, prima di tutto, è perché è bene che tutti si prendano le proprie responsabilità. Le continue riforme non hanno di certo aiutato (anche se devo ammettere che la trasformazione delle specialistiche in magistrale cerca davvero di dare un orientamento più pragmatico al mero studio). Temo anche che l’ultima http://www.repubblica.it/scuola/2010/07/29/news/riforma_universitaria_ultimo_round_emendamenti_non_stravolgono_il_testo-5931824/?ref=HRER1-1 non produrrà gli effetti sperati soprattutto in termini di meritocrazia. Tuttavia la percezione negativa dell’università dipende dal fatto che molti (per la mia esperienza direi una metà) degli studenti che la compongono la vedono come un punto di passaggio obbligatorio in attesa dell’illuminazione dall’alto su come orientare la propria vita. Stanno lì seduti sui banchi, oppure più semplicemente non frequentano, non perché impossibilitati, ma solo perché svogliati, facendo passare 3-4-5 anni senza cogliere quelle già scarse possibilità di crescita che sono offerte loro. La presenza di questi studenti contribuisce ad alimentare l’immagine di un’università incapace d’offrire possibilità. A sua volta questi ragazzi sono il prodotto di una scuola superiore sbagliata in cui ci sono professori che, per 5 anni, non fanno che ripetere loro che una volta passati al grado di formazione superiore saranno in balia di se stessi come carne da macello. Non voglio dire che ciò non sia vero, ma credo che questo dipenda più da quest’immagine creata e diffusa dell’ambiente universitario che porta a costruire un muro che divide gli studenti dagli insegnanti, mantenendo una separazione che si ritiene erroneamente necessaria, ma che non giova a nessuno. Solo abbattendo questo muro e vedendo i docenti come PERSONE e gli studenti come MENTI PENSANTI che hanno bisogno di essere ascoltati allora si potrà costruire un dialogo e una relazione che farà nascere idee e progetti in grado di migliorare la situazione attuale. Questo non è solo il Sogno di un’ingenua studentessa che ancora crede nell’istruzione come l’unica cosa che ci può salvare dagli avvoltoi che stanno fuori, ma c’è anche qualche professore che ci spera come puoi vedere qui http://laculturasottile.wordpress.com/2010/07/27/sogno-di-un-mattino-di-mezza-estate/#comments Paradossale dirlo, ma sembra che il problema sia semplicemente comunicativo.
Per quanto riguarda il caso dei tirocini o stage, le storie disastrose si sentono eccome. Per fortuna qualcuna va a finire bene e bisogna ricordarli questi casi positivi per evitare che il pessimismo preponderante continui a riprodursi e annulli le già minime speranze.
Per questo ti linko il blog di una mia professoressa di semiotica, Giovanna Cosenza, (una di quelle con la P maiuscola) che giustamente mette in luce questi casi positivi e fa capire cosa significhi DAVVERO occuparsi di COMUNICAZIONE (anche in rifermento all’ultimo post inserito in questo blog “5 domande per voi”) http://giovannacosenza.wordpress.com/
Gloria

Inserito il 30 July 2010 alle 14:01

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