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Il libro di Jaron Lanier, guru 2.0 (uno dei tanti ormai visto quanti auto­mil­lan­tano la qua­li­fica), You are not a gad­get, è un mani­fe­sto che mette in guar­dia dai rischi del web del futuro. La lunga ana­lisi di Gianni Riotta su IlSole24Ore con­tiene due spunti molto inte­res­santi sul futuro di internet.

Il declino della qua­lità: la paura di non garan­tire la demo­cra­zia sta por­tando, secondo alcuni teo­rici, all’estremo oppo­sto in cui l’idea di dar voce a tutti genera vera e pro­pria spaz­za­tura (spam, com­menti fuori di senno, con­get­ture e teo­rie stram­pa­late, manie col­let­tive) che il web deve pren­dersi carico di eli­mi­nare in qual­che modo per non ren­dere poi pro­ble­ma­tica la frui­zione del con­te­nuto di qua­lità da parte dell’utente.

L’assenza di una vera guida: Pro­ba­bil­mente ognuno di noi passa gran parte del pro­prio tempo su 10, 15 siti al mas­simo con 2 o 3 di que­sti a coprire almeno il 50% del nostro web time (goo­gle, face­book, twit­ter etc..) è però la strut­tura pesan­te­mente reti­co­lare di inter­net (stu­pen­da­mente descritta in que­sto libro) a por­tare le per­sone da un sito all’altro senza solu­zione di con­ti­nuità. Ieri sera a cena un ragazzo che ha un’impresa mi diceva “qui siamo molto igno­ranti, non abbiamo il sito anche se ne com­pren­diamo l’importanza”, ho rispo­sto che la cosa che temo di più è pro­prio l’aumento del gap tra chi resta fermo e chi invece deve tenere conto di scienze nuove come la repu­ta­zione, l’usabilità, il bran­ding (più che nuove direi ora gesti­bili) e crea spe­ci­fici spazi di azione che aumen­tano la com­ples­sità di quello che è ormai, for­za­ta­mente, un mondo a sé stante: il web marketing.

Mi ven­gono in mente in pro­po­sito alcune rifles­sioni che vor­rei sot­to­li­neare: in primo luogo una volta aperto goo­gle, inter­net è lo stesso per tutti, dal 15enne scal­ma­nato (beato lui) al filo­sofo pen­sa­tore, la per­so­na­liz­za­zione dei con­te­nuti pro­po­sti è facile e pos­si­bile ma richiede uno sforzo anche se minimo di con­fi­gu­ra­zione (di goo­gle, dei fil­tri etc..) ed ini­zial­mente il modello di “pro­po­sta” dei con­te­nuti da parte dei siti è abba­stanza vicino a quello tele­vi­sivo, più è dif­fi­cile cer­care più le per­sone accet­tano di farsi sot­to­porre qual­cosa, pren­den­dolo per vero. Su que­sto tema leggo per caso men­tre scrivo l’interessante pre­sen­ta­zione del gruppo search engine mar­ke­ting italy su face­book, la riporto integralmente:

Il search engine mar­ke­ting ha cam­biato il modo di fare pub­bli­cità, inver­tendo le regole del gioco. Se nei mass media tra­di­zio­nali sono gli inser­zio­ni­sti a tra­smet­tere infor­ma­zioni a milioni di con­su­ma­tori, nei motori di ricerca avviene esat­ta­mente il con­tra­rio: milioni di utenti ogni giorno comu­ni­cano agli inser­zio­ni­sti ciò di cui hanno desi­de­rio o biso­gno in quello che Danny Sul­li­van ha bril­lan­te­mente defi­nito reverse broa­d­cast system.

Sono filo­so­fi­ca­mente in pieno accordo con l’idea, non vor­rei però che il lento aprire gli occhi delle aziende por­tasse qual­cuno a gio­care secondo regole non sta­bi­lite ripor­tando in auge quel modello broa­d­cast che tanto abbiamo tenuto lon­tano. Come? Sem­pre più spesso il con­te­nuto è pen­sato per il motore e non per l’utente e non è sem­pre cosi vero che le esi­genze coin­ci­dono, ecco per­chè for­tu­na­ta­mente quando ci si avvi­cina vor­ti­co­sa­mente al punto di rot­tura Goo­gle e gli altri cam­biano le regole del gioco, pro­prio come sem­bra stiano facendo ora iniet­tando caf­feina nei pro­pri sistemi. Tra la demo­cra­zia e la ricerca si pre­senta la realtà: sarebbe inte­res­sante pren­dere in mano uno dei nostri quo­ti­diani nazio­nali e allo stesso momento ana­liz­zare la home page del rela­tivo sito, “i video più inte­res­santi” sono gli stessi che gli utenti con­di­vi­dono su face­book e buona parte dei titoli è con­dita da gos­sip, grande fra­tello e stra­nezza dal mondo. In parte mi viene da dire che è quello che la gente vuole o forse è quello che la massa che fa i numeri (numeri che ven­gono poi ven­duti agli inser­zio­ni­sti) cerca, Il cor­riere della sera deve quindi gal­leg­giare tra far pagare un euro off line per la penna, la qua­lità, la rifles­sione e 0 on line por­tan­dosi in casa però un’utenza arruf­fata e rumo­rosa che inquina i com­menti e, in qual­che modo, por­terà prima o poi il gior­nale (e molti altri spazi) a dover pren­dere una deci­sione, un pò come se la Fer­rari avesse come clienti gli sceic­chi e i fans dell’auto low cost. Il pro­blema non sta quindi, a mio avviso, nel fatto che inter­net è minac­ciato dall’impuro o che la qua­lità va sca­dendo, quella mass rumo­rosa fa in realtà gola a chi pre­ce­den­te­mente (o attual­mente ma in altri canali) era pala­dino della qua­lità ma oggi deve soste­nere la gra­tuità della rete e i costi della pro­du­zione dei con­te­nuti. E’ un pro­blema vero che pro­ba­bil­mente si risol­verà solo facendo un passo avanti ed indi­vi­duando seg­menti e spazi di qua­lità da con­trap­porre ad arene di massa, fino a che però pri­vi­le­ge­remo “i più visti” non abbiamo alcun diritto di lamen­tarci della scarsa pro­fon­dità del con­te­nuto, forse è meglio un buon libro.