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Soft skills per il lavoro

di Ilaria Paparella · pubblicato il 09 Apr 2008
Archiviato in Lavoro e careers39 commenti

Ilaria Paparella

Il passaggio studenti-lavoratori non è certo semplice, le dinamiche cambiano e, come molte altre volte abbiamo ribadito in questa sede, non serve solo l’ambito “pezzo di carta”, ma tante altre skill più o meno collegate al saper fare ma che investono sempre di più il saper essere.
Determinazione, tenacia e voglia di emergere, si sa, sono requisiti essenziali per entrare nel mondo del lavoro, ma spesso non bastano.
Senza pensare al fenomeno (molto italiano) delle raccomandazioni, vediamo di fare una panoramica delle competenze chiave richieste:

- Conoscere del business a 360° : la tendenza è verso la personalizzazione spinta, quindi bene saper fare in maniera eccellente una singola mansione ma non ci si può esimere dal conoscere le dinamiche di mercato in cui ci si trova ad operare anche soltanto per saper dialogare con vari interlocutori rivendicando ruoli di trait d’union tra molteplici figure

- Anticipare i fenomeni: in un epoca di velocità massima e di cambiamenti continui fa la differenza chi è capace di fiutare “l’aria che tira”, accorgendosi velocemente di cosa sarà trend e di cosa sarà destinato ad essere dimenticato nel giro di poco tempo. Per questo ci vuole curiosità, desiderio di partecipazione all’attività dell’azienda e del mercato, ambizione ad arrivare per primi, anche solo in un’idea.

- Senso di responsabilità: concepire l’azienda o l’attività che si svolge come fosse qualcosa di proprio che si desidera portare al massimo e su cui si auspica di limitare le spese e fare investimenti corretti. A mio parere questa cosa è strettamente collegata al senso imprenditoriale proprio di ciascuno ma è un’abilità che comunque si può coltivare e far crescere.

- Empatia: sembra banale ma saper dialogare con le persone è cruciale in un mondo di personalizzazione spinta e attenzione al cliente. Concetti che vanno ancor più rafforzati all’interno del gruppo di lavoro quando si tratta di far andar d’accordo caratteri diversi. Chi riesce a fare questo ha la possibilità di vedere grandi risultati con pochi sforzi ed eventualmente di fidelizzare una clientela che vede nel rapporto umano il vero valore aggiunto di un prodotto/servizio rispetto ad un altro.

- Entusiasmo: probabilmente è la caratteristica più importante, mettere passione e amore in ciò che si fa, credere che le energie che attiviamo ogni giorno in quell’attività ci rendono soddisfatti di noi, appagati e ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi.

Fare una valutazione di questi aspetti in ogni momento della propria vita lavorativa penso sai importante. Considerando che il lavoro occupa una buona fetta della nostra vita penso sia giusto fare il possibile per farla diventare piacevole, per essere protagonisti attivi e per cercare di ottenere gratificazioni ulteriori rispetto alla busta paga.

39 commenti a “Soft skills per il lavoro”

1Caos ha detto:

Complimenti per lo sforzo ma la lista di soft skill non potrà mai essere abbastanza analitica e completa e allo stesso tempo sintetica. E’ paradossale come spesso queste liste più che cercare di descrivere il fenomeno in modo da avere una panoramica di tutti gli elementi, che possono poi essere combinati assieme, cerchino di stereotipizzare la realtà nell’illusione di poterla controllare meglio in questo modo.

Ad esempio una persona può essere motivata dall’entusiasmo ma anche dalla rabbia.

Comunque se posso fare un appunto alla scuola in generale è quello di non far capire agli studenti quanto queste soft skill siano importanti. E questo dopo tutti i libri che ha venduto Goleman!

Inserito il 9 Aprile 2008 alle 12:14

2Mauro ha detto:

Ciao Ilaria, complimenti per l’articolo.

Personalmente credo che si potrebbero ridurre a 3 punti.

La “conoscenza del business a 360°” è la condizione necessaria per poter “anticipare i fenomeni”, si tratti di un prodotto, un’idea o un trend comportamentale. E’ molto proficuo, e non vedo grossi problemi per la NET Generation, avere il contributo di una rete estesa di relazioni. Internet aiuta.

“L’empatia” e “l’entusiasmo” sono due skills che vanno a braccetto per la loro reciprocità, possiamo tradurle in “passione”, non credi?

Un saluto
Mauro

Inserito il 9 Aprile 2008 alle 17:02

“Considerando che il lavoro occupa una buona fetta della nostra vita penso sia giusto fare il possibile per farla diventare piacevole, per essere protagonisti attivi e per cercare di ottenere gratificazioni ulteriori rispetto alla busta paga”. La conclusione di Ilaria ricalca esattamente il mio pensiero, e credo che tutti dovrebbero cercare, tolti gli eccessi, di compiere le proprie scelte in questo senso.

Inserito il 9 Aprile 2008 alle 18:45

4Caos ha detto:

Sono d’accordo e ricordo che la retribuzione è di norma un fattore igienico e quindi variabile soglia come effetti sulla motivazione.

Bene o male per accedere a un ruolo una persona deve sempre soddisfare dei requisiti in termini di abilità ed è difficile differenziarsi dagli altri perchè si è letto qualche libro in più. Invece le soft skill non si imparano a scuola e quindi non solo ognuno deve farsi un percorso proprio ma sono quindi meno equamente distribuite. Queste sono spesso un elemento differenziante anche perchè più difficile da trasmettere in forma codificata.

Inserito il 9 Aprile 2008 alle 20:47

5Ilaria Paparella ha detto:

@caos:
Hai probabilmente evidenziato la cosa più importante: quanto queste competenze siano trascurate nella didattica tradizionale, competenze che invece rischiano di divenire fondamentali per il successo ma anche per il benessere del proprio lavoro!
Per quanto riguarda la classificazione…hai ragione, è impossibile delimitare l’infinità di sfumature dell’animo umano ma proprio per questo avrei piacere emergesse una discussione interessante coi vari punti di vista.

@Mauro
effettuare sintesi è un metodo d’analisi che ritengo sempre molto ultile e chiaro, anche se, a ragione di Caos, probabilemnte si rischia di perdere qualcosa. Inutile dire che condivido anch’io la centralità della passione come elemento discriminante, motore delle azioni e dell’impegno, nel lavoro come in molti altri ambiti della vita.

Forse queste competenze soft saranno la chiave di una nuova meritocrazia. In uno scenario in cui la laurea bene o male se la prendono tutti pensare che qualcosa di assolutamente personale possa fare la differenza è già una soddisfazione!

Inserito il 9 Aprile 2008 alle 21:03

6Caos ha detto:

Scusa la puntualizzazione ma non solo intendevo che che si potevano perdere sfumature ma che stereotipizzando troppo alcune cose si rischia, “andando a naso”, di crearsi dei limiti più che degli spunti di riflessione. Ad esempio se tra i vari aspetti dell’intelligenza emotiva cito solo l’empatia interpreterò e valuterò le persone in base solo al fatto che abbiano piò meno empatia. Visto che in questi fenomeni è difficile risalire alle cause a partire dagli effeti che si manifestano (ad esempio la performance) si rischia che qualsiasi ipotesi abbia posto all’inizio (l’elenco di soft skill iniziale) venga confermata. Essendo riuscito a spiegare la realtà in modo semplice probabilmente sarò soddisfatto del risultato e meno propenso a cercare una riflessione, iniziativa o uno sforzo creativo.

Comunque fuori dall’uni c’è molta più sensibilità a questi temi basta vedere le vendite che hanno avuto libri interessanti come quelli di Goleman o anche altri meno come One Minute Manager o il Metodo Antistronzi.. Non mancano certo libri di analisi su questi temi ma col fatto che l’università è strutturata per darti una specializzazione tecnica questi argomenti tendono a essere trattati solo nelle facoltà di psicologia. Tra le uni non italiane c’è poca sensibilità ma secondo me questi temi dovrebbero essere proposti sin dalla tenera infanzia perchè generali, semplici da imparare, sperimentabili da un bambino nella realtà di tutti i giorni e che coinvolgono parecchio.
Inoltre risultano spesso interessanti perchè falsificano molte ipotesi del buon senso comune.

Continuate così :)

Inserito il 10 Aprile 2008 alle 09:39

7Caos ha detto:

Le analisi sono sempre imperfette come noi

P.S. comunque visto che sei di Ca’ Foscari se volessi approfondire questi argomenti c’è il corso di psicologia del lavoro e delle organizzazioni che è proprio nel prossimo periodo. Te lo consiglio perchè girano in giro molti libri di analisi che definirei “poco scientifici” e il modo più semplice per farsi un metodo è seguire corsi come quello.

Inserito il 10 Aprile 2008 alle 09:48

8Samuel ha detto:

Ciao a tutti,

e complimenti per la vivacità del dibattito: provo ad aggiungere un tassello.

Sottoscrivo in pieno il discorso sulla busta paga: vogliamo lavorare per vivere, e non il contrario.
La scelta tuttavia è sempre soggettiva, e dipende da diversi fattori (personali e ambientali: pensate ad un bocconiano caricato di aspettative dalla McKinsey, che lo tiene in ufficio fino alle DUE di notte - modalità “limone”).

In un mondo in cui l’informazione e la formazione di base diventa appunto prerequisito (se non hai la laurea non mi puoi mandare il cv), la differenza la fa la persona. Ma ci sono ambienti - e li ho provati personalmente - in cui il focus è sulle competenze tecniche, e non sui valori/visioni che puoi mettere a valore per l’azienda. Anzi, diventano un problema perchè magari ragioni con la tua testa e metti in discussione le gerarchie aziendali. Sei un numero.

L’empatia, la passione, la voglia di cambiare (in meglio) le cose nascono dallo stomaco - e non dal cervello. Anche perchè, alla fine, la formazione è job-specific (fatto 100 il corpus di conoscenze apprese all’università, quanto applichiamo direttamente sul lavoro?).

La vera scommessa è uscire dagli schemi preconfezionati (anche dentro all’università, in cui se non ti laurei col massimo dei voti, giovanissimo, e poi non lavori per quella megasocietà sei una pippa) e indagare giorno dopo giorno, sbagliando ma ragionando con la propria testa, per capire almeno cosa NON vogliamo fare.
Focalizzare lo spettro dei futuri possibili con una bussola in mano, perchè avere un piano preciso del “dove sarò, cosa farò” è impossibile in un mondo complesso come questo. Sarebbe forse anche noioso.
Qui serve una “fame” positiva - non quella che sbrana il vicino, in pieno stile italiano - che ti permetta di crescere come persona, prima che come etichetta.

Vi saluto con un video :)
http://it.youtube.com/watch?v=AYuWEBGWLfE

Inserito il 10 Aprile 2008 alle 11:11

9Giorgio Soffiato ha detto:

Mi sembra che il discorso prenda una duplice piega:

- le soft skills come nuova carta d’accesso: è palese che l’università fornisce alcuni strumenti, mi rendo sempre più conto che altri strumenti come le soft skills non possono essere chiesti all’università ma devono essere chiesti alla cultura. L’empatia non si può insegnare, si può però portare in aula un manager postmoderno che fa dell’empatia un suo driver, in questo senso credo che l’università debba portare e mediare cultura più che soft skills, la cultura resta, le soft skills cambiano di volta in volta. E’ come dire che è meglio portare in Africa i pozzi piuttosto che le bottiglie d’acqua.

- una nuova idea di lavoro: oggi a molti neolaureati sta stretto lo stage non pagato o il secondo stage, cosi come è maggiore la voglia di vivere rispetto ad un tempo in cui il modello era quello del mulo e l’arrivismo regnava sovrano. In questo senso io voto per l’intraprendenza, proviamo adesso, se andrà male la chiameremo esperienza (la partita iva a fondo pagina dimostra che noi ci stiamo provando :-)

Inserito il 10 Aprile 2008 alle 14:25

10Caos ha detto:

Non penso che la volontà esista almeno come si pensa comunemente, e pensarlo vuol dire perdersi molti rapporti di scambio con l’esterno.
E’ vero che siamo stati abituati a sottovalutare l’importanza di certe cose come ad esempio l’esplorazione e valutare i prodotti e la nostra vita in termini di soli bisogni primari, di materialità e non di significati.
Il tasso di cambiamento attuale richiede molta più esplorazione che in passato e quindi un continuos learning.
Comunque le aziende che non riconoscono l’importanza delle soft skill sono destinate a scomparire perchè promozioni e sistemi di controllo influenzano molto più delle parle e il middle managment così selezionato non farà che fare ai propri dipendenti del “coaching” e “counselling” che ricalca quest’impronta.
Visto che la scuola sottolinea le conoscenze tecniche e l’expertise siamo indotti a dargli un valore maggiore che non è detto abbiano. Questa cosa ha prodotto danni enormi da Vertice Strategico e Tecnostrutture a cui si consigliava di chiudersi in una torre d’avorio e date le loro superiorità tecniche calare dall’alto la propria visione/piano (non riconoscendo il valore dell’apprendimento) e definire improduttivo tutto ciò che non fosse menzionato come input del processo produttivo. I significati dati al mondo o le soft skill erano poco misurabili e quindi non potevano essere formalizzate o misurate.

Inserito il 10 Aprile 2008 alle 14:26

11Caos ha detto:

Supponi male Giorgio a dire a dire che queste soft skill non siano insegnabili, sono invece più difficili da insegnare rispetto alle conoscenze e non insegnabili senza un learning-by-doing. Se non fossero insegnabili tucourt nessuno potrebbe averle perchè nessuno è nato imparato. E poi anche le conoscenze sono semplici da insegnare perchè ti fai 5 anni di elementari, 3 di medie, 5 di superiori e poi l’Università… e ovvio che su queste soft-skill non siamo abituati a parlarne con un linguaggio un minimo scientifico e cadiamo nei trannelli del buon senso comune. E’ solo da 10-20 anni che si è diffuso il riconoscimento dell’importanza di questi elementi ci vuole tempo per cambiare la struttura della scuola, specie in Italia.
Sbagli a dire che le soft-skill sono più instabili, semmai è l’esatto contrario l’esigenza di veicolare cultura deriva anche dal fatto che le conoscenze cambiano col cambiare di ambiente e ricerca scientifica. Poi le conoscenze si tendono a dimenticare più velocemente perchè quando le impari provi poche emozioni e si appoggiano sulla parte conscia del cervello che è molto più piccola di quella tacita che è ancora più piccola di quella si potrebbe definire come irrazionale.

In passato regnava l’arrivismo perchè il lavoro era ancora più degradante (dal punto di vista psicologico) di quanto sia oggi, era facile “scalare l’organizzazione” e c’era molto più fedeltà a dovere e morale. Si cresceva in un mondo dove si pensava impossibile creare valore con l’immateriale (cultura, rapporti interpersonali,…), con la creatività,… e contavano solo le cose materiali e misurabili. Grazie allo sviluppo tecnologici almeno le professioni intellettuali si sono emancipate dal lavoro ripetitivo e grazie alle ICT persino il ricordare è meno necessario. Inoltre era più difficile comunicare e il mondo era abbastanza stabile.
Non so quanto si possa confrontare due mondi così distanti….

Inserito il 10 Aprile 2008 alle 14:47

12Giorgio Soffiato ha detto:

Caos, io credo che le soft skills siano figlie della cultura (immutabile e “insegnabile”) ma le ritengo mutevoli perchè oggi il “fit” con il mercato del lavoro chiede cose diverse da 10 anni fa e diverse da ciò che chiederà fra 10 anni, parlo di fit perchè se le skills primarie non interessano questo post io credo che siano sempre esistite ed esisteranno sempre skills secondarie come l’empatia e la passione ma è lo stesso mondo del lavoro a valorizzarle (per capirci se ti trovi di fronte un recruiter postmoderno o semplicemente senziente da all’empatia il giusto valore se invece il tuo destino è affidato a un test a crocette io ne vedo ben poca) quindi anche le soft skills richieste possono cambiare e per cambiarle è necessaria una base culturale forte, quella si non mutevole.

Un appunto: i termini “sbagli” e “supponi male” non mi convincono per temi cosi delicati, come si dice “nessuno nasce imparato” e credo che nessuno abbia la verità in tasca per cui secondo me è meglio sostituire “sbagli” con “Non sono d’accordo” :-)

Inserito il 11 Aprile 2008 alle 07:40

13Caos ha detto:

Si, la base culturale è importante ma non penso che se nella scuola avessero ritagliato uno spazio per le soft skill avremmo perso frammenti così importanti di cultura. E poi questo tipo di argomenti sono molto coinvolgenti perchè dicono cose importante su cose che ognuno ha vissuto spesso in prima persona.

E’ vero che dato che le soft skill sono più difficili da imparare e quindi avere qualcosa in più non guasta ma tranne alcune soft skill come l’attitudine al problem solving o l’accuratezza mi è difficile pensare migliori la mia empatia, il mio autocontrollo o la mia autostima anche se uno ha studiato letteratura. E’ vero che queste qualità non sono definite una volta per tutte (non è certo matematica) ma presuppongono una fase pratica e di esplorazione per acquisirle che facilitano molto chi già le possiede.
Poi nel modo in cui si è esternano ovviamente si combinano con altri fattori in particolare sociologici ma visto che stiamo parlando del lavoro anche di conoscenze, abilità, capacità…. E quindi vengono declinate sempre in maniera diversa ma il loro nucleo è stabile perchè si basa sulla gestione delle emozioni che risiedono nella parte più ancestrale della nostra mente. Questa parte della mente è di tipo routinario ( a esempio se uno ha la mano sudata allora ha sicuramente paura, se vedo un leone scappo…) e come dimensione è molto più grande della materia grigia e quindi più rilevante per la persona.

I toni duri erano dovuti al fatto che dopo tutti i libri che hanno scritto Goleman, Boyatsiz,… ci sia una tendenza comune a partire ancora dalla propria esperienza invece che da una base scientifica forte come dovrebbe essere, capisco che lo faccia un fisico o un matematico ma un economista no. Comunque hai ragione vedrò di correggere il linguaggio.

Inserito il 11 Aprile 2008 alle 08:32

14Giorgio Soffiato ha detto:

Nessun problema, l’errore è a mio avviso terminologico. Per come la vedo io la cultura è una spugna mentre le soft skills sono l’acqua. Il mio obiettivo deve essere quello di avere una spugna molto grande e molto assorbente per poter contenere il maggior quantitativo di acqua. Quando parlo di cultura non parlo di letteratura ma di strumenti per capire, Goleman è cultura.

Ti porto un esempio: quando ho fatto la tesi il mio relatore mi ha consigliato di associare (con audacia) google al racconto “la lotteria di Babilonia” di Borges, io ho molto apprezzato questa finezza perchè la capacità di contestualizzare e spaziare su mondi diversi è oggi importantissima, ci diciamo multitasking ma se non capiamo che quello che accade sul web è modellizzabile con teorie di rete del 1950 non abbiamo capito nulla, la cultura è l’astronave che ti permette di muoverti in più mondi, le soft skills invece vanno adattate ai singoli mondi, in medicina probabilmente è più importante la sensibilità verso un paziente come soft skill rispetto al teamwork che forse per questo tipo di lavoro è una skill primaria, e questo ci porta a pensare che le soft skill di un settore possono essere le hark skill di un’altro.. o no?

Inserito il 11 Aprile 2008 alle 09:24

15Caos ha detto:

Ha OK io intendevo la cultura come conoscenze provenienti alla base di ogni campo specialistico di conoscenze che ti permettano di vedere il problema da una prospettiva più ampia, non pensavo a una base ampia su cui poi attaccare i signoli mattoncini. Pensavo fosse soprattutto il metodo e metaconoscenze a fare da base…
Pensavo alle soft skill come competenze comportamentali più tutto ciò che impari, relativo al lavoro, senza che ci sia una formazione in senso istituzionale ma tramite normali scambi.

Certo le soft skill come le conoscenze vanno certamente adattate agli obbiettivi perchè si sedimentino in qualcosa di più routinario come capacità e abilità. Probabilmente per un ragioniere o un ingegnere le competenze comportamentali contano poco ma per tutti gli altri spiegano circa il 50% della differenza tra best performer e non e visto che possono anche migliorare di molto la qualità del tempo libero dovrebbero essere parte della cultura (nella tua definizione) che dovresti ricevere in qualche modo.

Sul fatto che la cultura sia un’astronave per il proprio viaggio penso di si ma quante altre cose servirebbero? E poi se non hai competenze comportamentali rischi di viaggiare solo sui libri, no?

Inserito il 11 Aprile 2008 alle 10:01

16Samuel ha detto:

Al di la’ del vocabolario, occhio a non entrare in ansia ragazzi ;)

http://www.changethis.com/45.05.EvolveAnxiety

Grazie a tutti per gli interessanti spunti, buon proseguimento!

Inserito il 11 Aprile 2008 alle 10:43

17Caos ha detto:

Hai pienamente ragione, chiedo venia

Inserito il 12 Aprile 2008 alle 12:02

18LordYayo ha detto:

Bello questo articolo! un saluto. Yayo

Inserito il 18 Aprile 2008 alle 09:43

19sybillinux ha detto:

“il passaggio studenti-lavoratori…”

la vita non è così deterministica, non vedo un passaggio di questo genere, specialmente se si usa un trattino in mezzo

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“… non è certo semplice”

infatti per alcuni è praticamente impossibile, non si tratta di un passaggio, ma di un salto indietro, perché oggi i laureati lavorano nei call-center o come segretari-e (con il trattino, che non è ideologico in questo caso)

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“le dinamiche cambiano”

è come dire che l’accelerazione accelera? cioè il concetto espresso da voi espresso in questa sede, è davvero così profondo da spingersi all’endiadi, all’analessi? o non è una figura retorica? perché in questo caso si arriverebbe alla paralisi totale: se la modalità di movimento cambia con il movimento, allora qualsiasi movimento comporta un cambiamento del movimento che rende del tutto imponderabile la realtà…

cioè una sorta di heisenberg al’ipercubo che ci getta in un sistema n-dimensionale, nel quale, però, grazie a dio, non ci è consentito muoverci
perché facciamo già abbastanza danni nel piattume della nostra realtà intellettualmente bidimensionale

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“abbiamo ribadito in questa sede, non serve solo l’ambito ‘pezzo di carta’”

infatti non solo esso non serve da solo, ma non serve del tutto, se non in quanto tale

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“ma tante altre skill”

perché il pezzo di carta sarebbe una skill? cioè uno che esce da una scuola qualsiasi saprebbe fare qualcosa?

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“skill più o meno collegate al saper fare”

ma una skill come fa a non essere collegata al saper fare? cioè dal dizionario apprendo che skill = abilità, destrezza, capacità; perizia; mestiere!!!!!

pensate! addirittura mestiere! chi di voi conosce un mestiere?

perché al massimo avrete una professionalità, non di più

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“ma che investono sempre di più il saper essere”

cari tutti, mi dispiace

o si è, o non si è

saper essere, per definizione, è la finzione di un altro essere (fiction per capirci)

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“determinazione, tenacia e voglia di emergere, si sa, sono requisiti essenziali per entrare nel mondo del lavoro, ma spesso non bastano”

infatti non bastano mai….

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“senza pensare al fenomeno (molto italiano) delle raccomandazioni, vediamo di fare una panoramica delle competenze chiave richieste”

perché non ci dobbiamo pensare alla raccomandazione?

no, no, pensiamoci pure, perché questo anticipare una domanda e svalutarla, per evitarla, è un classico

e soprattutto: se la frase è stata scritta tutta dalla medesima persona, qui si sta affermando che una raccomandazione è una skill

ora io però chiederei di tornare alla definizione precedente

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“- conoscere il business a 360°”

impossibile

“la tendenza è verso la personalizzazione spinta, quindi bene saper fare in maniera eccellente una singola mansione”

una mansione non si fa, ma si svolge, e quella di cui si parla è specializzazione non personalizzazione;

una mansione non è personalizzata (vi piacerebbe che personalizzassero le mansioni in funzione di quello che non sapete fare)

inoltre la specializzazione è fruttuosa solo quando si arriva a livelli di eccellenza

in tal caso però, quando si è eccellenti, difficilmente si “fa una mansione”, quando si è eccellenti si viene sfruttati oppure si va via, questa è vita quotidiana, non teoria

“ma non ci si può esimere dal conoscere le dinamiche di mercato in cui ci si trova ad operare”

un lavoratore non opera in un mercato, viene considerato un bene produttivo e in particolare oggi contabilizzato tra i costi variabili

operare in un mercato vuol dire avere voce in capitolo in quel mercato

ma un lavoratore, per quanto ben pagato, non ce l’ha, anche perché anche se l’avesse la sua presenza è talmente aleatoria che non può aver nessun peso

gli unici ad avere voce sono i padroni di quel lavoratore

le dinamiche di mercato oggi non esistono più. le concentrazioni, le acquisizioni, la riduzione della concorrenza, sostanzialmente non creano mercati, ma bacini di sfruttamento del reddito altrui

l’unico modo per essere “operatori” del mercato è quello di comportarsi responsabilmente anche verso se stessi quando si acquistano beni e servizi: il rifiutarsi alle logiche del marketing manipolatorio, e operare scelte indipendenti, è l’unica cosa che fa veramente paura alle aziende, di qui le pubblicità progresso che ti dicono di comprare, purché sia, e quelle che reclamizzano non un marchio, ma il concetto di marchio

“anche soltanto per saper dialogare con vari interlocutori rivendicando ruoli di trait d’union tra molteplici figure”

tradotto per i lettori comuni: “evitare di rincoglionirsi”

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“- anticipare i fenomeni: in un epoca di velocità massima e di cambiamenti continui fa la differenza chi è capace di fiutare “l’aria che tira”, accorgendosi velocemente di cosa sarà trend e di cosa sarà destinato ad essere dimenticato nel giro di poco tempo. per questo ci vuole curiosità, desiderio di partecipazione all’attività dell’azienda e del mercato, ambizione ad arrivare per primi, anche solo in un’idea”

sottolineo “anche solo in un’idea”

di nuovo, urge una traduzione per il lettore non tecnico: “capire subito dov’è il pollo e spennarlo in fretta prima che se ne accorga lui o qualcun altro”

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“- senso di responsabilità: concepire l’azienda o l’attività che si svolge come fosse qualcosa di proprio che si desidera portare al massimo e su cui si auspica di limitare le spese e fare investimenti corretti. a mio parere questa cosa è strettamente collegata al senso imprenditoriale proprio di ciascuno ma è un’abilità che comunque si può coltivare e far crescere.”

non so se ve ne siete accorti, ma molta gente non ambisce ad avere senso imprenditoriale, gli basterebbe avere un lavoro dignitoso

siccome oggi il lavoro non è dignitoso, a nessun livello, specialmente quello subordinato a qualsiasi titolo, non vedo in quale senso di responsabilità si possa sperare

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“- empatia: sembra banale ma saper dialogare con le persone è cruciale in un mondo di personalizzazione spinta e attenzione al cliente. concetti che vanno ancor più rafforzati all’interno del gruppo di lavoro quando si tratta di far andar d’accordo caratteri diversi. chi riesce a fare questo ha la possibilità di vedere grandi risultati con pochi sforzi ed eventualmente di fidelizzare una clientela che vede nel rapporto umano il vero valore aggiunto di un prodotto/servizio rispetto ad un altro.”

questa non è empatia, è comunicazione programmata e strumentale, l’empatia fa parte delle relazioni umane non legate ai soldi, dove ci sono soldi (o dove ci dovrebbero essere ma non ci sono e comunque non abbastanza) non c’è empatia, di nuovo non teoria, semplice vita quotidiana

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“- entusiasmo: probabilmente è la caratteristica più importante, mettere passione e amore in ciò che si fa, credere che le energie che attiviamo ogni giorno in quell’attività ci rendono soddisfatti di noi, appagati e ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi”

l’entusiasmo è un valore, e come tale va pagato, quindi non seguite questo consiglio a regalarlo gratis

mettete entusiasmo nel rendere felici i vostri cari finché ne siete capaci con la vostra sola presenza

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“fare una valutazione di questi aspetti in ogni momento della propria vita lavorativa penso sai importante. considerando che il lavoro occupa una buona fetta della nostra vita penso sia giusto fare il possibile per farla diventare piacevole, per essere protagonisti attivi e per cercare di ottenere gratificazioni ulteriori rispetto alla busta paga”

per il lettore ormai ottenebrato da questi attacchi alla sua intelligenza che io cerco di arginare, semmai dovesse atterrare su questa pagina, vorrei solo ricordare una cosa:

cominciamo a vedere la “busta paga” non solo un mese sì e dieci no, poi del resto ne parliamo, eh?

auguri,

syb

Inserito il 3 Giugno 2008 alle 16:51

20Giorgio Soffiato ha detto:

“il passaggio studenti-lavoratori…”
la vita non è così deterministica, non vedo un passaggio di questo genere, specialmente se si usa un trattino in mezzo
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La vita non è fatta di trattini.. e mi sembra che il passaggio tra studiare e lavorare ci sia eccome
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“… non è certo semplice”
infatti per alcuni è praticamente impossibile, non si tratta di un passaggio, ma di un salto indietro, perché oggi i laureati lavorano nei call-center o come segretari-e (con il trattino, che non è ideologico in questo caso)
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E perché i laureati non aprono un’azienda cercando di far fruttare le proprie conoscenze? Non è che quei laureati siano un po’ “seduti”?
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“le dinamiche cambiano”
è come dire che l’accelerazione accelera? cioè il concetto espresso da voi espresso in questa sede, è davvero così profondo da spingersi all’endiadi, all’analessi? o non è una figura retorica? perché in questo caso si arriverebbe alla paralisi totale: se la modalità di movimento cambia con il movimento, allora qualsiasi movimento comporta un cambiamento del movimento che rende del tutto imponderabile la realtà…
cioè una sorta di heisenberg al’ipercubo che ci getta in un sistema n-dimensionale, nel quale, però, grazie a dio, non ci è consentito muoverci
perché facciamo già abbastanza danni nel piattume della nostra realtà intellettualmente bidimensionale
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Di recente è stato scoperto (osservando le supernove) che l’espansione dell’universo accelera quindi non vedo nulla di sconcertante nel fatto che il cambiamento cambi, magari quello che una volta era un cambiamento “Pianificabile e lineare” oggi è caotico, ma se vogliamo giocare con le parole stiamo qui fino a domani
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“abbiamo ribadito in questa sede, non serve solo l’ambito ‘pezzo di carta’”
infatti non solo esso non serve da solo, ma non serve del tutto, se non in quanto tale
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Non è vero
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“ma tante altre skill”
perché il pezzo di carta sarebbe una skill? cioè uno che esce da una scuola qualsiasi saprebbe fare qualcosa?
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Uno che esce da una università italiana è legittimato a fare qualcosa, ad esempio ad operare un paziente o a dire che occhiali mettere (se metterli)
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“skill più o meno collegate al saper fare”
ma una skill come fa a non essere collegata al saper fare? cioè dal dizionario apprendo che skill = abilità, destrezza, capacità; perizia; mestiere!!!!!
pensate! addirittura mestiere! chi di voi conosce un mestiere?
perché al massimo avrete una professionalità, non di più
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La skill del saper scrivere sui blog non è molto legata al saper fare, cucire le scarpe è invece una cosa un po’ più legata a questo concetto
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“ma che investono sempre di più il saper essere”
cari tutti, mi dispiace
o si è, o non si è
saper essere, per definizione, è la finzione di un altro essere (fiction per capirci)
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“determinazione, tenacia e voglia di emergere, si sa, sono requisiti essenziali per entrare nel mondo del lavoro, ma spesso non bastano”
infatti non bastano mai….
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A volta bastano
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“senza pensare al fenomeno (molto italiano) delle raccomandazioni, vediamo di fare una panoramica delle competenze chiave richieste”
perché non ci dobbiamo pensare alla raccomandazione?
no, no, pensiamoci pure, perché questo anticipare una domanda e svalutarla, per evitarla, è un classico
e soprattutto: se la frase è stata scritta tutta dalla medesima persona, qui si sta affermando che una raccomandazione è una skill
ora io però chiederei di tornare alla definizione precedente
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Pensiamoci, l’Italia è in vacca al 90% a causa delle raccomandazioni, Ilaria prende giustamente l’esistenza di queste come un dato di fatto, l’utopia di cambiare il mondo spesso porta molti a teorizzare senza fare, noi siamo per il contrario
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“- conoscere il business a 360°”
impossibile
“la tendenza è verso la personalizzazione spinta, quindi bene saper fare in maniera eccellente una singola mansione”
una mansione non si fa, ma si svolge, e quella di cui si parla è specializzazione non personalizzazione;
una mansione non è personalizzata (vi piacerebbe che personalizzassero le mansioni in funzione di quello che non sapete fare)
inoltre la specializzazione è fruttuosa solo quando si arriva a livelli di eccellenza
in tal caso però, quando si è eccellenti, difficilmente si “fa una mansione”, quando si è eccellenti si viene sfruttati oppure si va via, questa è vita quotidiana, non teoria
(SCUSA IL MAIUSOLO MA NON DISTINGUIAMO) SE SI E’ ECCELLENTI SI FA IMPRESA NON LA SI SUBISCE, NON E’ DETTO CHE PER FARE IMPRESA SERVANO I MILIARDI O UNA PARTITA IVA, SOPRATTUTTO SE SI E’ ECCELLENTI CON QUALCOSA CHE RIGUARDA IL WEB
“ma non ci si può esimere dal conoscere le dinamiche di mercato in cui ci si trova ad operare”
un lavoratore non opera in un mercato, viene considerato un bene produttivo e in particolare oggi contabilizzato tra i costi variabili
operare in un mercato vuol dire avere voce in capitolo in quel mercato
ma un lavoratore, per quanto ben pagato, non ce l’ha, anche perché anche se l’avesse la sua presenza è talmente aleatoria che non può aver nessun peso
gli unici ad avere voce sono i padroni di quel lavoratore
QUESTA NON E’ UNA CAZZATA, E’ LA CAZZATA E SCUSA IL TERMINE, TROVO QUESTO CONCETTO ARROGANTE E BANALE, INDIFENDIBILE
le dinamiche di mercato oggi non esistono più. le concentrazioni, le acquisizioni, la riduzione della concorrenza, sostanzialmente non creano mercati, ma bacini di sfruttamento del reddito altrui
l’unico modo per essere “operatori” del mercato è quello di comportarsi responsabilmente anche verso se stessi quando si acquistano beni e servizi: il rifiutarsi alle logiche del marketing manipolatorio, e operare scelte indipendenti, è l’unica cosa che fa veramente paura alle aziende, di qui le pubblicità progresso che ti dicono di comprare, purché sia, e quelle che reclamizzano non un marchio, ma il concetto di marchio
“anche soltanto per saper dialogare con vari interlocutori rivendicando ruoli di trait d’union tra molteplici figure”
tradotto per i lettori comuni: “evitare di rincoglionirsi”
COME E’ GIUSTO CHE SIA
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“- anticipare i fenomeni: in un epoca di velocità massima e di cambiamenti continui fa la differenza chi è capace di fiutare “l’aria che tira”, accorgendosi velocemente di cosa sarà trend e di cosa sarà destinato ad essere dimenticato nel giro di poco tempo. per questo ci vuole curiosità, desiderio di partecipazione all’attività dell’azienda e del mercato, ambizione ad arrivare per primi, anche solo in un’idea”
sottolineo “anche solo in un’idea”
di nuovo, urge una traduzione per il lettore non tecnico: “capire subito dov’è il pollo e spennarlo in fretta prima che se ne accorga lui o qualcun altro”
NO, CAPIRE SUBITO DOV’E’ IL CACCIATORE E SCAPPARE IL PIU’ LONTANO POSSIBILE PER BRUCARE ERBA FRESCA PRIMA CHE ALTRI VENGANO A BRUCARLA (INSEGUITI DAL CACCIATORE)
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“- senso di responsabilità: concepire l’azienda o l’attività che si svolge come fosse qualcosa di proprio che si desidera portare al massimo e su cui si auspica di limitare le spese e fare investimenti corretti. a mio parere questa cosa è strettamente collegata al senso imprenditoriale proprio di ciascuno ma è un’abilità che comunque si può coltivare e far crescere.”
non so se ve ne siete accorti, ma molta gente non ambisce ad avere senso imprenditoriale, gli basterebbe avere un lavoro dignitoso
siccome oggi il lavoro non è dignitoso, a nessun livello, specialmente quello subordinato a qualsiasi titolo, non vedo in quale senso di responsabilità si possa sperare
FORSE QUEL SENSO DI RESPONSABILITA’ PORTEREBBE ALCUNE AZIENDE A NON FALLIRE E ALCUNI LAVORATORI AD UN MIGLIOR LAVORO O MAGARI TE (SE HAI MENO DI 30 ANNI) AD UNA PENSIONE CHE ARROGANTEMENTE QUALCUNO NON VUOLE TOCCARE, E’ GIUSTO CHE UNA NONNA QUALSIASI PRENDA LA REVERSIBILITA’ DI UN MORTO E ARRIVI A 3000 EURO AL MESE QUANDO GIA’ SAPPIAMO CHE TRA X (CHE E’ MENO DI 10) ANNI I SOLDI PER LE PENSIONI FINIRANNO? PERCHE’ IO DEVO PAGARE LA DISOCCUPAZIONE A UN CAZZONE?
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“- empatia: sembra banale ma saper dialogare con le persone è cruciale in un mondo di personalizzazione spinta e attenzione al cliente. concetti che vanno ancor più rafforzati all’interno del gruppo di lavoro quando si tratta di far andar d’accordo caratteri diversi. chi riesce a fare questo ha la possibilità di vedere grandi risultati con pochi sforzi ed eventualmente di fidelizzare una clientela che vede nel rapporto umano il vero valore aggiunto di un prodotto/servizio rispetto ad un altro.”
questa non è empatia, è comunicazione programmata e strumentale, l’empatia fa parte delle relazioni umane non legate ai soldi, dove ci sono soldi (o dove ci dovrebbero essere ma non ci sono e comunque non abbastanza) non c’è empatia, di nuovo non teoria, semplice vita quotidiana
INFATTI ILARIA PARLA DI EMPATIA UMANA, I SOLDI NON CONTANO
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“- entusiasmo: probabilmente è la caratteristica più importante, mettere passione e amore in ciò che si fa, credere che le energie che attiviamo ogni giorno in quell’attività ci rendono soddisfatti di noi, appagati e ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi”
l’entusiasmo è un valore, e come tale va pagato, quindi non seguite questo consiglio a regalarlo gratis
mettete entusiasmo nel rendere felici i vostri cari finché ne siete capaci con la vostra sola presenza
INFATTI LO STIPENDIO COSA COMPRA? 8 ORE DI UNA COSA CHE OGGI PUO’ FARE UNA MACCHINA?
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“fare una valutazione di questi aspetti in ogni momento della propria vita lavorativa penso sai importante. considerando che il lavoro occupa una buona fetta della nostra vita penso sia giusto fare il possibile per farla diventare piacevole, per essere protagonisti attivi e per cercare di ottenere gratificazioni ulteriori rispetto alla busta paga”
per il lettore ormai ottenebrato da questi attacchi alla sua intelligenza che io cerco di arginare, semmai dovesse atterrare su questa pagina, vorrei solo ricordare una cosa:
cominciamo a vedere la “busta paga” non solo un mese sì e dieci no, poi del resto ne parliamo, eh?
OK COMINCIAMO ANCHE A PARLARE DI QUEGLI IMPRENDITORI CHE LA NOTTE NON DORMONO PER I DEBITI OK? NON E’ TUTTA SARDEGNA..
auguri,
syb

Inserito il 3 Giugno 2008 alle 19:04

21sybillinux ha detto:

gentile Giorgio Soffiato

lei ha perso una bella occasione

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non dialogo con chi URLa e insulta

nel suo caso poi non vedo assolutamente nulla a cui rispondere, anzi non vedo nulla e basta a parte URLi e insulti, debitamente registrati

auguri

syb

Inserito il 3 Giugno 2008 alle 19:22

22Giorgio Soffiato ha detto:

Mi sono scusato per il maiuscolo che ho usato solo per distinguere i testi, non vedo insulti nella mia risposta :-)

Inserito il 3 Giugno 2008 alle 19:54

23Caos ha detto:

Se posso darti un consiglio sybillinux essere meno precipitoso nel trarre conclusioni si potrebbe anche confrontarsi non pensi? :-) …Cmq alcune tue frasi hanno poco fondamento economico

Inserito il 3 Giugno 2008 alle 21:26

24Ilaria ha detto:

Sono contenta che un mio parere possa infiammare così gli animi.
Penso molto semplicemente che c’è chi è nato per subire un lavoro, incazzandosi, mostrando i pugni al”padrone”, pretendendo pretendendo, recriminando, scalpitanto e chi prende coscenza di una realtà dura per tutti ma che ha il sogno di diventare lui qualcuno, che ha il sogno di rischiare in nome di altro, magari rinunciando alla busta paga e alle vacanze per “10 mesi”. Per questa seconda categoria, dalla mentalità imprenditoriale che anche per un esiguo aspetto della loro vita vogliono “cambiare le cose” con i fatti e non con le pretese, ecco a questi dico che gli aspetti che ho elencato potrebbero ritornare utili (sottolineo che ritengo si possa avere mentalità imprenditoriale anche all’interno di un contesto aziendale).
L’umiltà, la passione, il sapersi confrontare con tutti contano nel lavoro molto più di tante altre cose (soldi, laurea etc)e, lasciami essere poco umile, sono felice di dirti che giornalmente sto verificando questo e non sai quante soddisfazioni e gioie ne ricavo anche se non esco tutte le sere, se vado a letto e non dormo “per i pensieri” (MIEI!!!!),se domani tutto può crollare e se non vedo “buste paga”…
Che dici, tutta questa serenità merita o no una tua risposta? ;-)

Inserito il 3 Giugno 2008 alle 21:54

25sybillinux ha detto:

buonasera Sig.ra Ilaria Paparella,

certo che merita una risposta, e merita anche una risposta densa:

“soft skills” in italiano si dice “l…. i… c…” (lavorare il capo)

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 14:55

26Ilaria ha detto:

…o diventare il capo ;-)

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 16:17

27sybillinux ha detto:

capi non si diventa, capi si è

inoltre, memore del monito “siamo uomini o caporali?”, la parola capo è una delle più odiose

tramontate purtroppo le tribù, il primo contesto in cui si usa la parola capo è la malavita organizzata

detto ciò ecco a cosa servono tutto l’amore, l’entusiasmo, l’autentica e spontanea passione per un lavoro (che fa arricchire principalmente qualcun altro)

a diventare il capo

auguri

syb

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 16:24

28sybillinux ha detto:

se poi penso a cosa le pedine dicono dei capi, tremo al pensiero che l’ambizione riveli la natura

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 16:26

29sybillinux ha detto:

per non parlare del buon saporino in bocca, che rimane per il resto della vita

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 16:56

30Ilaria ha detto:

secondo me sei pessimista, non dico sia facile ma con un pò di sconsideratezza ed euforia perchè non si può pensare in grande?se poi ci si perde qualcosa almeno non si avranno rimpianti!
Credo nelle sfumature, non ci sono “capi” (cattivi) e poveri lavoratori sfruttati, questo è una visione marxista se vuoi affascinante ma limitata per me.
C’è gente che ha voglia di creare, di lavorare, chi vuole solo “comandare”, chi è fortunato o no ma è triste precludersi delle possibilità

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 17:58

31Giorgio Soffiato ha detto:

Per esperienza diretta ci sono persone che hanno bisogno di essere guidate quindi non vedo tutto questo scempio nella presenza di persone che guidano ed altre che seguono, detto questo se chi segue vuole guidare si accomodi, ci sono i mezzi per farlo

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 19:13

32Caos ha detto:

Sybillinux mi pare che parli molto per sentito dire. Se il principale vantaggio competitivo attuale sono date dalle conoscenze e quindi in particolare dalla qualità del contributo delle risorse umane la tua visione mi sembra obsoleta…
Abbando gli stereotipi che proponi c’è ampia letteratura sull’argomento. Ogni si può ogni volta pretendere di reinventare la ruota o di sostuirla con credenze dovute a esperienze molto molto particolari e quindi quasi impossibili da generalizzare

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 20:35

33Caos ha detto:

P.S. Non è che per caso sei frustrato perchè nessuno valorizza c’ho che hai imparato all’università

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 20:37

34sybillinux ha detto:

non ho capito tutto questo darmi del tu: siamo amici? abbiamo mangiato insieme? non mi pare

continuate a perdere ottime occasioni

sperate nelle prossime

anche perché se è l’ultima parola che volete, l’ultima parola vi lascio

io infatti, non spalo più

a seppellirvi ci penseranno le risate

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30 - Ilaria ha detto:

. “secondo me sei pessimista”:

sybillinux > più realista del re

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. “…ma con un pò di sconsideratezza ed euforia perchè non si può pensare in grande?…”:

sybillinux > prima di pensare in grande bisogna pensare

quanto, vi state chiedendo? “un pò” sarebbe più che sufficiente (direbbe la signora Paparella)

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. “Credo nelle sfumature, non ci sono ‘capi’ (cattivi) e poveri lavoratori sfruttati”

sybillinux > accomodarsi su
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/11_Novembre/17/caporalato.shtml

il corriere della sera, noto quotidiano comunista, parla nel 2006 di sfruttamento dei lavoratori (che ovviamente non esiste, ma il corriere, forte dei suoi agganci, sfugge al processo per falso ideologico)

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. “questo è una visione marxista se vuoi affascinante ma limitata per me”

sybillinux > il corriere della sera l’ha fondato marx? prego linkare

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. “C’è gente che ha voglia di creare, di lavorare, chi vuole solo ‘comandare’, chi è fortunato o no ma è triste precludersi delle possibilità”

sybillinux > c’erano una volta il soggetto, il verbo e il complemento (senza tanti complimenti, ma tutti felici e contenti)

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32 - Caos ha detto:

. “Sybillinux mi pare che parli molto per sentito dire”

sybillinux > signora/signor caos, non c’è bisogno della maiuscola, la ringrazio

ma dove si trova questo caos? io avrei un’idea:

meditiamo infatti, tutti, sulla seguente frase, emersa dal caos, ma attenzione: non proprio completamente emersa

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. “Se il principale vantaggio competitivo attuale sono date dalle conoscenze e quindi in particolare dalla qualità del contributo delle risorse umane la tua visione mi sembra obsoleta”

sybillinux > l’unica cosa a cui ha senso rispondere è la parola “Se”, dopodiché il ragionamento si impenna

e la risposta è:

“appunto: Se”

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. “Abbando gli stereotipi che proponi c’è ampia letteratura sull’argomento.”

sybillinux > abbando gli stereotipi? e che cosa vuol dire?

comunque letteratura su quale argomento? sul caos?

quale che sia l’argomento, prego postare titoli, autori, editori, anno di pubblicazione (o anche il primo link preso da google, in mancanza di letteratura)

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sybillinux > anche perché affido ai posteri l’ardua sentenza sulla letteratura prodotta dal caos:

. “Ogni si può ogni volta pretendere…” (???)

. “…di reinventare la ruota…” qui tutto giusto

. “…o di sostuirla…” (???)

. “con credenze dovute a esperienze molto molto particolari e quindi quasi impossibili da generalizzare”

sybillinux > quali credenze? nelle streghe? in un santo patrono? nei tarocchi? nell’ipotesi che berlusconi non si sia iscritto alla loggia deviata golpista p2?

qualcuno in questa pagina o altrove può trovare l’autentico sybillinux che abbia mai affermato di affidarsi alle credenze?

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33 - Caos ha detto:

il caos, per sua natura, tende a un caos sempre maggiore, e infatti, non pago del commento 32, genera il numero 33

. “P.S. Non è che per caso sei frustrato perchè nessuno valorizza c’ho che hai imparato all’università”

sybillinux > prego gli studiosi posteri di avventurarsi negli abissi di questo pezzo di letteratura, che isolo per maggiore evidenza:

“nessuno valorizza C’HO che” (caos dixit, e chi altri sennò?)

credo che questo sia uno dei contributi più importanti alla letteratura e all’evoluzione della cultura italiani…

…forse, ma dico forse, solo leggermente meno importante di ‘quel gran pezzo dell’ubalda, tutta nuda e tutta calda’, ma qui lascio spazio agli esperti

per quanto riguarda l’apprendimento, comunque, devo dire che ho smesso di crederci:

in 25 anni di scuole di tutti i gradi, non sono riuscito a insegnare niente ai miei professori

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sybillinux > ps: immagino che mi crederete se vi dico che la cosa che mi è costata più fatica in questo commento è trovare ‘quel gran pezzo dell’ubalda, tutta nuda e tutta calda’

e non crediate che sia off topic!

‘quel gran pezzo dell’ubalda, tutta nuda e tutta calda’ è la summa maxima delle “soft skills”
(il primo trattato ufficiale sulla materia, a dire il vero)

per concludere, vorrei far notare anche che lo spelling esatto è probabilmente “softs kills”

auguri

syb

Inserito il 4 Giugno 2008 alle 22:59

35sybillinux ha detto:

ps: non so se è ancora in vigore nell’italica patria

in ogni caso vorrei sottolineare che ho esercitato il diritto di satira

Inserito il 5 Giugno 2008 alle 12:50

36Caos ha detto:

Ah Ah Ah e il Corriere della Sera sarebbe un quotidiano attendibile. Per la cronaca quasi tutti gli economisti concordano sul fatto che il principale vantaggio competitivo sia oggi dato dalle conoscenze.

Su cosa si basano altrimenti i servizi forniti da software house o da società di consulenza

Cmq ripeto il confronto è positivo e forse avresti dovuto apprendere un po’ di più da chi è là per insegnarti qualcosa.

Penso che la foga con cui esponi le tue idee e attaccare gli altri mascherandoti dietro la satira (e non è satira al massimo hai cercato di fare ironia) come sono soliti fare alla tv.

Il fatto che abbia nickname Caos non ti autorizza a fare della volgare ironia.
La foga con cui esponi e cerchi di attare gli altri (non è satira quella) mi fa propendere che tu credi che ciò che hai detto sia la “Verità” e invece sono pregiudizi.

Ma non mi hai risposto sul fatto della scuola. Se hai fatto 25 anni di scuola devi aver fatto l’università e esserti laureato come minimo a 30 anni.

Inserito il 5 Giugno 2008 alle 14:15

37sybillinux ha detto:

non discutete con uno stupido (cioè con me): la gente potrebbe non notare la differenza

Inserito il 5 Giugno 2008 alle 14:52

38Caos ha detto:

Potresti evitare le doppie negazione cmq non penso sia un problema di capacità di elaborare le informazioni quanto di controllo delle proprie emozioni (quando esponi) e non dico di scientificità ma almeno verosimiglianza di ciò che si sostiene… quando uno ha troppe risposte a problematiche complesse o sa tutto o crede di sapere tutto

Inserito il 5 Giugno 2008 alle 22:25

39sybillinux ha detto:

omnia serviliter pro dominatione

[Tacitus, Liber primus historiarum, cap. XXXVI]

Inserito il 7 Giugno 2008 alle 15:43

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