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Archivo » Aprile 2008

Politica 1.0

di Stefano Guerra · pubblicato il 30 Apr 2008
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Stefano Guerra

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Ormai si sono da poco concluse le elezioni nazionali, e quasi tutte le amministrative… e ancora una volta mi si è presentato davanti uno spettacolo che di 2.0 non aveva nulla… le elezioni sono il momento più aulico della democrazia, è l’istante in cui il popolo, milioni di persone, esprimono un parere per pochi, pochissimi (o almeno dovrebbero essere pochissimi ) candidati… nulla si adatta di più alla filosofia del 2.0 di questo!

E invece per l’intera campagna elettorale ci troviamo che a farla da padrone è ancora la tv… siamo alle solite: i candidati vengono ospitati, non si vedono facce nuove, non si vedono metodi nuovi… solite promesse… ogni candidato offriva, in un modo o in un altro, un’Italia migliore, e ci mancherebbe… eravamo pur sempre in campagna elettorale! Però, amaramente, per quanto siano divertenti questi dibattiti, e spesso anche davvero ben presentati, non sono altro che la solita minestra degli ultimi anni ri-ri-riscaldata! Basta…

E Internet? Certo qualche personaggio politico ha un blog, è vero, e infatti penso anche che questi possano dire di aver avuto dei vantaggi molto interessanti da analizzare… ma molti, e dico molti, in Rete non hanno fatto nulla, oppure se hanno fatto qualcosa è stato puramente di natura 1.0 … siamo alle solite… davvero alcuni credono che basti solo un sito o poco più? È una domanda che mi pongo ma… a guardare i sistemi usati per fare politica mi pare proprio che la risposta sia sì! E il 2.0? E la partecipazione? E l’utente attivo del nuovo millennio? O meglio… e l’elettore attivo? Nulla… al solito…

Alle prossime elezioni vorrei vedere dibattiti ondine, grandi giornalisti, ma anche normali cittadini, commentare il blog di ogni politico… i forum di ogni partito… vorrei scaricare i podcast dei dibattiti politici, seguire tutto quello che ho seguito in tv, su Internet, perché qui, anche io, comune cittadino, ho la possibilità di replicare e dire la mia… 

Mi rendo conto che sia un’utopia, la mia, al solito è solo una provocazione: abbiamo una classe politica dirigente che non è poi così aperta alle innovazioni e alla creatività come vuole far credere… che dipenda dal basso numero di giovani in politica? Cosa altro se no…

Assortimento e scelta del cliente

di Filippo Minelli · pubblicato il 28 Apr 2008
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Filippo Minelli

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Immaginiamo per un attimo di essere seduti al tavolo di una pizzeria, e ricevere un menu di 100 pizze! Che differenza ci sarebbe rispetto a riceverne uno contenente 20 pizze?

Ebbene, parto da questa domanda apparentemente banale per rispolverare un argomento forse in controtendenza con l’era della long tail, e cioè la curva di Pareto. Essenzialmente esiste una piccola parte (in termini di numero) di elementi cui si può far risalire la maggior parte di influenza in termini di effetto.

Facendo riferimento alla frase iniziali, molto probabilmente esiste un piccolo numero di pizze del menu che viene acquistato (mangiato!) da molti clienti…

Spostando leggermente il focus su settori più significativi, non è un mistero che le SKU (stock keeping unit, cioè referenze) presenti in negozio tendono ad aumentare ma, il tempo di visita medio in negozio diminuisce.

Secondo una recente ricerca di Confimprese (http://www.confimprese.it/pdf/pubblicazioni/marca-retailing-moda.pdf), la curva di Pareto vale per la maggior parte delle aziende di abbigliamento e calzature. In questi scenari il 10% dell’offerta genera il 50% delle vendite, mentre il 20% di codici è pressoché invenduto. Questa è una situazione abbastanza tipica. Qual è allora la struttura dell’assortimento che determina la massimizzazione delle vendite? L’offerta tradizionale, wholesale, è caratterizzata da tre principi: un’offerta ampia, ritenuta in grado di ridurre il rischio, ma in realtà dispersiva e con un gran numero di approcci e varianti modello/colore; una profondità indifferenziata, ossia tutti i codici vengono acquistati e allocati con la stessa profondità; una bassa rotazione, con il prodotto che rimane statico nel punto vendita per quasi tutta la stagione. La prima criticità sta quindi nella fase di programmazione commerciale. Quando si passa alle vendite cosa succede? I pochi prodotti best seller si esauriscono rapidamente, mentre tutto il resto della stagione viene gestito con i tanti prodotti slow seller, che generano alte rimanenze e scarsa attrattività del punto vendita nel suo complesso.

Anche in altri settori, tuttavia, la questione risulta aperta, come nell’elettronica di consumo (es. tel cellulari). Ma se il numero di referenze rimane molto elevato, studi di psicologia cognitiva hanno dimostrato che la “confusione nella scelta d’acquisto” avviene in seguito al sovraccarico informativo derivante dall’interpretazione degli attributi delle singole referenze, e non tanto dal numero totale.
In pratica, sempre in riferimento alle pizze, non tanto le 100 pizze nel menu, ma la diversa interpretazione degli attributi delle singole pizze a trarre in inganno al momento della scelta!

A questo punto, mi sopraggiungono alcune domande

- Quanto conta il punto vendita e la preparazione del personale per aiutare i consumatori?
- Quanto conta l’influenza di persone a noi vicine nella scelta?
- Quanto conta la comunicazione dell’azienda e la scelta di spingere una referenza (o un gruppo) rispetto ad un’altra in base alle indicazioni delle analisi di vendita?
- Quanto conta la presenza di un “facilitatore” nella categorizzazione degli attributi quale può essere internet?

Valore del brand: +390% per BlackBerry

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 22 Apr 2008
Archiviato in Marketing5 commenti

Giorgio Soffiato

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Diffusi i dati sui 100 marchi più potenti del mondo, A dividere Google e Microsoft, rispettivamente primo e terzo sul podio, tiene duro Geneal Electric con un valore del marchio stimato di 71 miliardi di dollari (contro i 70 di Microsoft e gli 86 di google). In termini di crescita però interessanti i balzi di Apple che vola al 7° posto con un +123% e di BlackBarry 51° con un +390%.

I grandi brand tecnologici sembrano oggi farla da padrone, da notare che google è in testa alla speciale classifica senza mai aver investito direttamente in marketing.. rivoluzione della brand equity o semplice superiorità del servizio?

Quando l’assistenza fa la differenza

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 21 Apr 2008
Archiviato in Marketing18 commenti

Giorgio Soffiato

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Quello dell’assistenza è un tasto che spesso molti sottovalutano soprattutto nel momento dell’acquisto, in realtà le esperienze ravvicinate fastweb e vaio mi hanno fatto capire che questa leva di marketing è oggi imprescindibile.
(Continua a leggere… )

L’ (in)sostenibile leggerezza del Pil

di Ilaria Paparella · pubblicato il 18 Apr 2008
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Ilaria Paparella

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Come si fa a pesare un’economia? Bisognerebbe addizionare le tonnellate di grano e di acciaio, i barili di petrolio, i televisori e i pc, i telefoni e i telefonini, le tovaglie e le auto, i mezzi agricoli e le case, fare attenzione a non contare le cose più di una volta, nel prodotto intermedio e in quello finito…Bella domanda però quella che si pone un articolo del Ventiquattr, magazine del Sole 24 Ore, affermando che in America sono a questo proposito arrivati alla seguente conclusione: Il PIL reale degli anni 2000 pesa più o meno quanto il Pil del 1870, pur essendo cresciuto di circa 20 volte e pur essendoci miliardi di nuove “cose” rispetto ad allora, con una popolazione cresciuta di centinaia di milioni.
(Continua a leggere… )

Chi?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 16 Apr 2008
Archiviato in Tecnologia e innovazione, Web marketing e 2.08 commenti

Giorgio Soffiato

Marco Camisani Calzolari ha messo a disposizione delle slide interessanti sul web 2.0. Nessuna novità nei termini dialogo, partecipazione etc.. mi sembra interessante invece la domanda: Chi si occupa in azienda di queste cose?

E’ interessante pensare ad un change&innovation manager che di lavoro pensa la rete come qualcosa di diverso da internet e il 2.0 come una filosofia e quasi uno stile di vita in cui si vive un nuovo equilibrio di potere tra chi comandava, chi subiva e chi vendeva (istituzioni, persone, aziende). Questo nuovo contesto richiede capacità specifiche che le aziende non sono di certo pronte ad integrare cosi come le università non sono pronte a formare, il dato interessante è che la diffusione di questa nuova era avviene a macchia d’olio ma senza alcuna regola, non è gerarchica e non rispetta alcun parametro (non viene adottata dai più ricchi o dai più poveri, dai più grandi o dai più piccoli), è solo la propensione all’innovazione immateriale a guidare l’evoluzione verso un modello di rete che coinvolge tanto le imprese quanto i sistemi locali e nazionali.

La domanda è: 2.0 è un modo di pensare o di fare business? C’è il rischio bolla? Andiamo in un’unica direzione o ognuno ha la sua idea di 2.0 in testa? Cos’è 2.0 off line?

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Skysoldiers è un progetto editoriale nato come spin-off della graphic-net novel United We Stand sceneggiata da Simone Sarasso (al suo attivo un romanzo noir Confine di stato pagg. 414 Marsilio Editore) e disegnata da Daniele Ridoni (già disegnatore Marvel).

Il progetto è strutturato con una parte principale, il blog, in cui vengono narrate le vicissitudini della Compagnia Alpha. 2° Battaglione “The Rock” della 173ma brigata aviotrasportata US Army di stanza a Vicenza all’interno del mondo creato dal fumetto.
Una seconda parte del progetto prevede schede di approfondimento sulla brigata aviotrasportata e la questione dell’ampliamento della presenza della stessa a Vicenza presso l’aeroporto Dal Molin.

Tale iniziativa nasce principalmente per supportare l’attività, e si spera anche le vendite, del fumetto United We Stand che non è edito da alcuna casa editrice ma è “autoprodotto” dai due autori e distribuito esclusivamente tramite il portale di self-publishing Lulu.com.

Mentre United We Stand racconta racconta la storia del primo Colpo di Stato militare nella storia del nostro paese, che avrà luogo il 12 aprile 2013, un minuto dopo la vittoria democratica delle sinistre e l’elezione del primo Presidente del Consiglio donna nella storia della Repubblica sullo sfondo si delinea uno scenario tanto tragico quanto fantapoliticamente plausibile: uno scontro nucleare tra Cina e Stati Uniti causato dall’ “affare Corea del Nord”.
Skysoldiers si muove su quest’ultimo piano narrativo. Come si comporteranno i soldati americani della 173ma brigata aviotrasportata? Saranno fedeli a mamma america e combatteranno il nemico o aiuteranno la comunità che da oltre 60 anni li ospita?
Scopritelo

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Proprio mentre lodavo senza mezzi termini le possibilità che il salone del mobile aprirà al sistema Italia, cado rumorosamente dalle nuvole leggendo questo articolo su fisrtdraft. Gli economisti del gruppo TEDIS (di cui faccio parte) sono da sempre attenti alla Cina e la studiano dall’interno, il messaggio che nell’ultimo anno si rinforza è quello di una Cina nuova, la cui competitività non è più legata ai costi ma i lungimiranti e determinatissimi imprenditori con gli occhi a mandorla iniziano a pensare all’ambiente, all’innovazione, al management come attività a valore aggiunto, tocca ora al Vietnam il ruolo del cost killer mondiale, ruolo sempre più demonizzato che ogni Paese sa di dover giocare per iniziare un percorso virtuoso attraente per il capitale straniero ma di certo scomodo per motivi umani e non conveniente a livello economico. La Cina si scrolla di dosso la patina del grande succhiacarbone e scende in massa a Milano per rubare la creatività italiana e rivolgersi a quel mercato interno che le nostre mancanze distributive stanno lasciando cadere. La Cina non è Shangai e Pechino, è molto di più. Fuori da queste due megalopoli l’Italia non c’è perchè non sa come arrivare e non ha ancora capito che non esserci sarà un problema, se un’azienda italiana non sarà presente a ChangSha, qualcuno (cinese) porterà qui il made in Italy live from Milan.

E l’Italia? Il problema è serio. Se la Cina avanza i dazi sembrano muri di gomma contro i bulldozer (anche se personalmente sono favorevolissimo alla regolamentazione rigida quindi questo è un argomento che non tocco per ignoranza), la vera sfida si gioca sul valore aggiunto e la sensazione è quella che l’Italia vada arroccandosi a difesa del proprio valore arrampicandosi sempre di più sugli specchi della creatività e dell’arte, a mio avviso insostenibili senza fare sistema. Aziende come Boffi e Alessi ci hanno fatto capire che la creatività può essere industrializzata, il problema è che abbiamo 5 canotti di salvataggio (modelli virtuosi) per migliaia di aziende che ogni anno tagliano costi e ricavi per sopravvivere, che può fare il nostro paese per uscire da questo circolo vizioso e rilanciarsi?

Intervista a G-com

di Luca Dalla Villa · pubblicato il 11 Apr 2008
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Luca Dalla Villa

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Che cos’è G-com e cosa significa comunicare nel “modo-G”?

G-Com è un gruppo di persone che hanno trovato nel guerrilla marketing l’espressione più adatta delle loro diverse passioni, in primis quella per la pubblicità. Comunicare nel modo-G vuol dire tante cose: vuol dire per esempio comunicare attraverso il guerrilla ed anche con avvalendosi di G-Com.

Quando vi ho contattati, siete rimasti un po’ sorpresi dicendomi che altri blog non si interessano al vostro caso? Come mai secondo voi?

L’abbiamo detto si, ma forse dovremmo ritirare questa affermazione. Il recente caso di Gazzetta dello Sport ci ha fatto ricredere. Tieni conto che noi non abbiamo chiesto a nessuno di postarci per quell’azione; a quanto so, un noto blogger entusiasta dell’azione l’ha fatto in maniera del tutto spontanea, non programmata ma comunque molto gradita. Come dicevo, questo è stato un cambio inatteso comunque, la situazione precedente sinceramente non ha spiegazioni logiche.

Qual è il servizio offerto e chi sono i vostri clienti in genere?

Guerrilla. Questo è quello che sappiamo fare, che vogliamo fare. In alcuni casi, rari per la verità, ci vengono chieste campagne tradizionali o eventi piuttosto convenzionali. Ma basta la metà delle dita di una mano per contare questi casi. I nostri clienti sono solitamente grandi aziende. Il che ci fa da un lato piacere, perché di fatto concede una certa sicurezza economica e perché ci sta dando la possibilità di imparare meccaniche e funzionamenti di questo genere di imprese che altrimenti non avremmo probabilmente mai conosciuto; dall’altro però ne pone altri: burocrazia, poca propensione al rischio vero, meno audacia dei piccoli brand che non hanno nulla da perdere.

La vostra sede è Bologna che non a caso è da sempre sinonimo di creatività ed anticonformismo…è stata una scelta voluta od è capitata per caso? Il contesto ha in qualche modo influito?

La tua domanda è graditissima: è la prima volta che ce la fanno e sinceramente aspettavamo questo momento da tempo. Io (Moja) sono l’unico G-Com nato a Bologna: c’è della Toscana, della Liguria, del Lazio, della Calabria nel sangue misto dei nostri corpi. Bologna probabilmente non è più quella di un tempo, ma crediamo abbia ancora molto da dare sotto questo aspetto. Milano è indubbiamente la capitale della pubblicità, con un’elevata domanda di guerrilla (l’80% dei nostri clienti sono di Milano); a Bologna però c’è “un’aria” diversa. C’è il tempo di fermarsi a riflettere su quello che si sta facendo, di cercare, se possibile, di tenere più alto possibile il tasso di guerrilla di una strategia pur tenendo presente l’obiettivo finale: i media. Bologna ha visto Luther Blissett in prima persona, ed ha un passato politico-culturale che credo abbia giovato alla creatività ed alla voglia di fare. Rom a è un’altra città, così come anche Torino, che hanno potenzialità interessantissime se parliamo dell’influenza ambientale che possono avere nel campo della creatività.

La squadra di G-com come si compone? Qual è il vostro background?

E’ quasi il prosieguo della domanda precedente. Non importano a dire il vero granché le lauree in scienze della comunicazione, che comunque ci sono. Contano molto, come puntualizzi tu, background differenti che portano elementi interessanti nel team. Dovrei, per risponderti in maniera esaustiva, citarti esperienze personali che hanno decisamente influito sulla fertilità delle idee uscite dal nostro laboratorio, ma questo non è ovviamente possibile. Posso dirti che gli elementi di fusione sono molto diversi tra loro, e spaziano dalla provenienza dal mondo della pubblicità on-line fino all’attivismo nei centri sociali passando per incontri clandestini di thai-boxe.

Soft skills per il lavoro

di Ilaria Paparella · pubblicato il 09 Apr 2008
Archiviato in Lavoro e careers39 commenti

Ilaria Paparella

Il passaggio studenti-lavoratori non è certo semplice, le dinamiche cambiano e, come molte altre volte abbiamo ribadito in questa sede, non serve solo l’ambito “pezzo di carta”, ma tante altre skill più o meno collegate al saper fare ma che investono sempre di più il saper essere.
Determinazione, tenacia e voglia di emergere, si sa, sono requisiti essenziali per entrare nel mondo del lavoro, ma spesso non bastano.
Senza pensare al fenomeno (molto italiano) delle raccomandazioni, vediamo di fare una panoramica delle competenze chiave richieste:

- Conoscere del business a 360° : la tendenza è verso la personalizzazione spinta, quindi bene saper fare in maniera eccellente una singola mansione ma non ci si può esimere dal conoscere le dinamiche di mercato in cui ci si trova ad operare anche soltanto per saper dialogare con vari interlocutori rivendicando ruoli di trait d’union tra molteplici figure

- Anticipare i fenomeni: in un epoca di velocità massima e di cambiamenti continui fa la differenza chi è capace di fiutare “l’aria che tira”, accorgendosi velocemente di cosa sarà trend e di cosa sarà destinato ad essere dimenticato nel giro di poco tempo. Per questo ci vuole curiosità, desiderio di partecipazione all’attività dell’azienda e del mercato, ambizione ad arrivare per primi, anche solo in un’idea.

- Senso di responsabilità: concepire l’azienda o l’attività che si svolge come fosse qualcosa di proprio che si desidera portare al massimo e su cui si auspica di limitare le spese e fare investimenti corretti. A mio parere questa cosa è strettamente collegata al senso imprenditoriale proprio di ciascuno ma è un’abilità che comunque si può coltivare e far crescere.

- Empatia: sembra banale ma saper dialogare con le persone è cruciale in un mondo di personalizzazione spinta e attenzione al cliente. Concetti che vanno ancor più rafforzati all’interno del gruppo di lavoro quando si tratta di far andar d’accordo caratteri diversi. Chi riesce a fare questo ha la possibilità di vedere grandi risultati con pochi sforzi ed eventualmente di fidelizzare una clientela che vede nel rapporto umano il vero valore aggiunto di un prodotto/servizio rispetto ad un altro.

- Entusiasmo: probabilmente è la caratteristica più importante, mettere passione e amore in ciò che si fa, credere che le energie che attiviamo ogni giorno in quell’attività ci rendono soddisfatti di noi, appagati e ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi.

Fare una valutazione di questi aspetti in ogni momento della propria vita lavorativa penso sai importante. Considerando che il lavoro occupa una buona fetta della nostra vita penso sia giusto fare il possibile per farla diventare piacevole, per essere protagonisti attivi e per cercare di ottenere gratificazioni ulteriori rispetto alla busta paga.

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