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Archivo » March 2008

Blogger sotto tiro

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 30 Mar 2008
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Giorgio Soffiato

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Ultimamente il nostro info@ è bersagliato da campagne di permission marketing da sedicenti guerriglieri del web e del non convenzionale che sostanzialmente ci scrivono “abbiamo fatto questa campagna…se volete pubblicarla…” oppure ancora meglio “vogliamo inviarvi dei comunicati stampa..ma prima qualificatevi..” (mi scrivi tu e mi chiedi di qualificarmi??). Partendo dall’assunto che il blogger non è un pollo io cerco solo di dare un consiglio, cercate un driver.

Ho seguito e seguo operazioni di questo tipo e considero la fornitura di contenuti gratuiti (anche se sponsorizzati) ai blogger una fonte di spunti (spesso interessanti) ed il fatto di essere contattati un riconoscimento legittimante, se però volete che noi parliamo di voi, dateci uno zuccherino. Dateci un concorso, dateci un abbonamento al giornale rosa di cui volete farci parlare, dateci un pass per quell’evento che paga voi per un viral ben fatto. I blogger sono voci, la somma delle voci è la nuova voce, ma il vecchio concetto di “non tirare la corda” non è passato per nulla.. cercate il vostro driver, le redemption saliranno.

E tu che turista sei?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 29 Mar 2008
Archiviato in Turismo5 commenti

Giorgio Soffiato

Ci chiede aiuto Nicoletta, una bravissima studentessa di Venezia che sta portando avanti un’indagine sul turismo, possiamo aiutarla compilando il questionario?

http://www.esurveyspro.com/Survey.aspx?id=82ae38bd-506d-4473-a368-69cf0682bfc9

Grazie!

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Newsletter? Si, grazie.

di Luca Crivellaro · pubblicato il 28 Mar 2008
Archiviato in Marketing, Web marketing e 2.01 commento

Luca Crivellaro

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Stupiscono i risultati di una ricerca condotta da Human Highway per Contact Lab, ovvero la divisione di digital direct marketing di Tomato Interactive, che si occupa di progetti mirati di marketing e comunicazione e-mail e mobile based e guidata dall’ad Massimo Fubini. E’ emerso infatti che l’e-mail marketing, oltre ad essere uno strumento molto diffuso, è anche uno strumento piuttosto efficace, perché è apprezzato dagli utenti della rete.
I dati parlano chiaro: l’80% dei navigatori internet italiani è iscritto ad almeno 3 diverse newsletter, mentre in media le newsletter ricevute sono 6 per ogni utente. Un 5% di utenti addirittura ne riceve dalle 15 alle 20.

Qualsiasi dubbio su questa ricerca è fugato dal campione utilizzato: 19,1 milioni di italiani, di età superiore ai 15 anni, che usano internet almeno una volta a settimana. Il segmento di popolazione coperto è assai interessante per le sue caratteristiche peculiari: il 58% è composto da uomini, il 42% da donne; è un segmento giovane, con ben il 75% di persone al di sotto dei 45 anni, sostanzialmente urbano (il 36% abita in città con popolazione superiore al milione di abitanti) e senz’altro istruito (un elevatissimo 83% può contare su un diploma o su una laurea). Infine, il 73% del campione analizzato si connette ad internet almeno una volta al giorno.

Leggendo questi dati provo a fare un conto delle newsletter che personalmente ricevo. Mi vengono già in mente 9 mittenti: il mio gestore di telefonia mobile; una nota marca di impianti stereo; un importante attore attivo nel settore dell’editoria; una community online, una software house; un bookmaker; la società sportiva a cui sono iscritto. A questi si aggiungono una newsletter con contenuti relativi a comicità e intrattenimento e una da un famoso gestore di aste sul web. Che dire…sono anche sopra la media italiana e probabilmente non ho fatto un conto così accurato e preciso.

Altro dato importante, i contenuti delle newsletter. Sono cinque le categorie che prevalgono sulle altre, con percentuali fra il 44% e il 47%: viaggi/turismo, telefonia, informazione, e-commerce, community online.
Facendo un confronto con il mio caso concreto, l’unica categoria sulla quale non ricevo informazioni è viaggi/turismo.

Un altro elemento mi colpisce: se l’atteggiamento prevalente di fronte alle e-mail non desiderate è cancellarle senza nemmeno aprirle, più “rispettoso” è l’atteggiamento di fronte alla newsletter che non si vuole più ricevere: si fa “unsubscribe” e si chiede la cancellazione. Solo un’esigua minoranza, appena il 5% del popolo internet, non è iscritto a nessuna mailing list /newsletter, e non lo fa per ignoranza, ma al contrario perché non ne sente la necessità (29%) o è infastidito dal riceverle (31%).

E voi, vi rivedete in questi risultati? Qual è il vostro rapporto con le newsletter o mailing list?

O Loewe o tutti gli altri

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 27 Mar 2008
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Giorgio Soffiato

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Comprare un televisore non è cosa da poco. Mi piace sempre documentare le esperienze di marketing che vivo in prima persona perchè riesco a coglierne, anche se soggettivamente, sfumature interessanti. L’acquisto di un televisore di qualità ma comunque medio di gamma è un momento che impegna necessariamente tutta la famiglia, nel mio caso Papà e Mamma per design e budget ed il sottoscritto per la componentistica. Un oggetto il cui acquisto è frutto di una mediazione tra varie esigenze comporta diverse missioni prima della scelta, oserei dire:

- fase informativa: internet + giornali + punto vendita, comprende vari giri e leggere discussioni col personale e permette di comprendere le differenze tra 50 e 100 herz, tra un HD full e un HD ready e tra un lcd e un plasma. Affinando la tecnica si comprende che Samsung ha un audio peggiore di Philips ma un pannello dello stesso livello, che Pioneer è ottima per i plasma ma che il rischio di impressionamento è elevato se si guardano le foto e poi..e poi c’è Loewe! (Ne parlo tra poco)

- rinforzo: il budget era nel nostro caso dai 1.000 ai 1.500 euro per un televisore non piccolo (37″-40″-42″), presa questa decisione comincia la guerra del sottocosto e del volantino, mai come nei televisori però l’abilità del venditori sta nello step-up-selling (termine coniato da me) che consiste nel convicere a passare da 1.399 a 1.599 per un nuovo modello con tecnologia abilitante per i prossimi 1.000 anni.. In questa fase si stringe tra poche offerte e si comincia a pensare non “al televisore” ma “a quel televisore in vendita da”

- acquisto: nella fase di acquisto intervengono più che altrove fattori laterali come lo sfinimento (mal di testa da iperscelta) e l’occazione, ieri nel mio caso erano in programma due centri commerciali, abbiamo acquistato al primo un prodotto non in offerta di una marca che non avevamo considerato in precedenza. Un Philips da 1.399 euro che offre un più che degno rapporto qualità-prezzo.

Allo stesso prezzo la mia ragazza ha comprato un Loewe da 10″ in meno. Come giustificare una tale differenza? La parola chiave è elettronica, a quanto ho capito tutti quegli interventi robotico-automatici che la televisione effettua per migliorare il segnale (annullamento distorsioni, ottimizzazione colori), il modello che si vede in foto in questo post costa ad esempio 5.000 euro ed è un 42″. Scopro tra l’altro che gli stessi 5.000 euro non bastano per un Bang&Olufsen che è però un prodotto killer a livello di design ma contiene componentistiche esterne, roba da loft insomma.. E’ molto interessante il posizionamento di prezzo assolutamente fuori linea di Loewe che decide di penetrare nei centri commerciali e nelle grandi catene (dove difficilmente si trovano i citati Pioneer e Bang&Olufsen) mantenendo però un prezzo del 35-40% superiore alle normali tv in esposizione, e nonostante tutto vende! La bramosia che si genera ad esempio attorno alla serie connect (una tv wi-fi!) può convincere a mettere sul tavolo 500 euro in più (o a togliere dal tavolo 10″) per averla, personalmente ho scelto una buona tv con un’ottimo bilanciamento qualità-prestazioni-prezzo, certo che Loewe.. è Loewe!

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Parlare di riufiuti in questo blog, quando oramai tutta l’Italia ne parla e, ahi noi, anche l’estero, può sembrare polemico e ridondante. Ma quello che voglio proporvi è una buona notizia, prometto!
(Continua a leggere… )

Marketingarena intervista Formanova

di Luca Dalla Villa · pubblicato il 24 Mar 2008
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Luca Dalla Villa

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Buongiorno lettori, oggi parliamo di Web 2.0 e Formazione. Abbiamo l’onore di avere con Noi, una vera e propria esperta del settore: Natascia Edera che molta disponibilità ha risposto ad alcune domande in merito alla sua attività.
Si definisce una vera e propria curiosa, ma non è solo questo. Si occupa di formazione attraverso il suo progetto Formanova . Posso sicuramente affermare che è una persona poliedrica e con una molteplicità di interessi. Lasciamo ora la parola a Lei.

Buongiorno Natascia, potresti dirci che cos’è il tuo progetto formanova e di che cosa si occupa?

Il laboratorio è iniziato scherzosamente come un blog. Il laboratorio è generalmente un luogo fisico, ritengo però che anche il blog possa essere un ‘luogo’.
Nello specifico, credo che scrivere e confrontarsi con un pubblico vastissimo, quello degli internauti, sia uno dei sistemi più veloci e profittevoli per ‘crescere’ in termini di conoscenza. A conosce il tema A e lo intreccia con B che conosce il tema B. Lo scambio da ossigeno ad entrambi.
Il tema di sfondo del blog del laboratorio è la formazione, anzi meglio, la cultura della formazione, tema molto più sottile e meno attuabile nel breve termine.
Fare formazione è semplice, creare una cultura della formazione, una piattaforma di apprendimento e auto apprendimento è molto più difficile.

Ho avuto il piacere di conoscerti per la prima volta a Firenze nel Barcamp su Second Life, che cosa rappresenta per te Second Life?

Second Life era essenzialmente un gioco, all’inizio. Poi è diventato qualcosa di più. Ho intrecciato relazioni personali e professionali complete, ho potuto sperimentare un luogo di apprendimento reciproco molto potente. Credo sia essenzialmente poco utilizzato rispetto a quanto dovrebbe, soprattutto dalle istituzioni. Penso inoltre che la tua domanda sia corretta, nel senso, importante è chiedersi cosa è per noi stessi. SL è assolutamente personalizzabile, si adatta ad ognuno, ha comunque un minimo comune denominatore però: è un luogo che non ha senso se vissuto da soli. Questa è la mia modesta sensazione. E’ un luogo dove io ho senso se ci sono gli altri.

Second Life e Formazione: qual è il nesso? Dopo vari esperimenti di Università, che sono entrate nella seconda vita, esperimenti di e-learning per multinazionali. Qual è la tua opinione riguardo a questi temi?

Attualmente sono Mentore per Linden Lab, faccio parte quindi della squadra di volontari che si dedicano all’educazione all’ingresso dei nuovi arrivati. Una tipologia di ‘training on the job’ applicabile in vari contesti, anche aziendali. Si può chattare e parlare, in moltissime lingue. SL è ottimo in tutti quei contesti formativi in cui è necessario vedere immediatamente il risultato. Ho frequentato molti corsi presso le Università Americane e mi sono trovata a mio agio (certo bisogna conoscere la lingua inglese) e molti convegni. Trovo che sia un contesto ‘comodo’ e per questo percorribile in moltissimi contesti formativi.

Nel blog Formanova, sono presenti immagini della tua Natascia in Second Life…hai mai rischiato di identificarti troppo nel tuo avatar, rischiando di confondere le due realtà? Quali sono rischi di chi “abusa” di Second Life e ci sono, per te, soggetti più a rischio?

Oh si! C’è stato un periodo in particolare in cui ho avuto anche un po’ di problemi da questa ‘doppia gestione di me’. Mi sono chiesta perché nascano questi ‘problemi di identità’. Credo che la risposta si nasconda in una delle cose che si impara per prima di SL ovvero che nonostante i diversi colori e fattezze alla fine il nostro avatar ci assomiglia. Penso che sia proprio questo che ci mette in crisi. Se l’avatar fosse così diverso da noi, la forte differenza ci chiarirebbe senza dubbi di essere in un videogioco e questo non creerebbe problemi di identità. Inoltre è l’interazione reale con altri avatar e quindi altre persone vere a renderci vulnerabili alla nostra piena umanità anche in un ambiente che ‘pare’ non avere nulla di umano;

Il Barcamp di Firenze è dove ci siamo conosciuti. Cosa ne pensi di questa nuova forma di workshop informali?

Ho partecipato con grande curiosità al primo dell’anno scorso e me ne sono innamorata, tanto da organizzarne uno mio a Vicenza sulla formazione. E’ un’esperienza unica ed ogni volta irripetibile, fatta di scambio umano, di apertura mentale. In uno di questi ho portato appunto anche mia figlia di 5 anni. Credo sia un evento utile alla cosiddetta ‘contaminazione’ del popolo meno abituato alla rete. Penso però che non sia sufficiente e che serva qualcosa in più. Dopo un anno di esperienza italiana si può dire che la gran percentuale di partecipanti è costituita da un gruppo ‘fedele’ e già fattosi comunità anche tramite altre forme di social networking online come twitter.com per esempio. Metà della popolazione italiana non sa di che si tratta quando si parla di Web 2.0 e la domanda rimane sempre la stessa: ‘noi del web 2.0′ abbiamo o dovremmo avere un ruolo di trascinatori verso questi strumenti? Oppure vale la regola, lo uso se mi serve. Se la risposta alla prima domanda dovesse essere si e dovessi pensare di spiegare al mio vicino di casa di 65 anni come usare il web 2.0, probabilmente avrei dei grossi problemi. Primo tra tutti, trasformare questi strumenti in ‘utilità’ tangibile per la sua vita. Diverso è forse il mercato aziendale. Non sono molte le aziende che conoscono questo mondo.

Quali sono i tuoi progetti per questo nuovo anno?

Moltissimi.
Per quanto riguarda i metaversi, voglio continuare a ‘capire’ meglio ed interpretare nuovi modi di viverli. Inoltre, insieme anche ad altre persone, voglio stare meno nel digitale e fare di più ‘da ponte’ proprio vs quel mondo solo fisico dove stanno le persone tutti i giorni e cercare di trovare una risposta alla periodica domanda: ha senso per il vicino di 65 anni entrare nel web 2.0?

grazie per esserti prestata all’intervita!

Siamo figli delle stelle

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 21 Mar 2008
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Giorgio Soffiato

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I teorici dei nuovi modelli organizzativi hanno dovuto, forze per forza, prendere atto dell’esistenza della rete. Come spesso accade si cerca di aggiustare la macchina con gli attrezzi per la bicicletta e il paraocchi ben piantato in testa, è quindi naturale comprendere come molti autori abbiano semplicemente abbassato il livello di leadership all’interno di un gruppo per giustificare un modello organizzativo reticolare.

Lo spunto di Domenico De Masi nella prefazione a “Senza Leader” di Brafman e Beckstrom rappresenta un punto forte per chi vuole provare a vedere un po’ più in la. De Masi si chiede se l’annullamento della leadership possa, da solo, giustificare un modello a rete. Io direi di si, e lo dico con l’audacia di chi del libro ha letto solo la premessa e di chi promette però di parlarne alla fine con un post dedicato. Se il modello reticolare è giustificato dall’assenza di leadership non è detto che questo sia sostenibile, ed infatti a mio parere non lo è. Quali sono i pilastri della rete? Anche a livello di organizzazione sono i nuovi protagonisti sociali che De Masi chiama “i digitali” a fare la differenza. Sempre più l’humus creativo va reso in azienda in termini operativi e la cassetta degli attrezzi non può comprendere un solo computer per farlo. Per comprendere ed applicare a livello di business le nuove leve del marketing piuttosto che della creatività è necessario possedere un ipod, aver scritto su un blog (o frequentarne uno) e magari aver ritrovato un collega su linkedin, non è invece obbligatorio aver partecipato ad uno speed dating mediato dalla rete.. ma forse aiuta!

I digitali, quelli che sperano nella genetica e guardano con favore all’innovazione creativa, si contrappongono agli analogici, grigi personaggi (vecchi dentro) che imputano al web anche l’assenza di mezze stagioni, figuriamoci la congiuntura negativa o le pensioni in ribasso. L’idea di De Masi che la rete è fatta di persone e non solo di assenza di comportamenti gerarchici mi sembra convincente, due fattori concomitanti ed egualmente importanti che costituiscono l’essenza dell’azienda del futuro. Questo forse spiega anche perché il web in azienda non dovrebbe essere vietato (la produttività va ripensata) e perché la palestra aziendale non basta più. Sono cambiate le persone, ed hanno cambiato le aziende. Non il contrario. Speriamo.

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Le pubblicità più all’avanguardia, lo sappiamo, sono quelle che fanno sentire il pubblico parte di un mondo che possono vivere nella propria realtà o fantasia, le pubblicità che si rifanno a grandi ideali e a valori universali. Potremo citare molti esempi, un nome su tutti è Nike con i palloni rimbalzanti in ogni angolo della città o gli sconti angeli-demoni….. Ma dove trovano multinazionali come queste le energie creative per pubblicità tanto coinvolgenti?
Breve ricerca. Mi imbatto in un nome, italiano, Giorgio Di Mitri, ed essendo anche alla ricerca del mio futuro professionale, mi faccio rapire dal suo percorso.
Giorgio De Mitri è dietro ad alcune delle più fortunate campagna di Nike, uno dei suoi clienti accanto a Nokia e Lee, ed è, ad oggi, il direttore creativo dell’agenzia pubblicitaria Sartoria Communications di Modena, gruppo molto affiatato di artisti, designer, architetti e ‘tecnici della cultura’ nato nel ‘98. Ha studiato Scienze Politiche all’Università di Bologna, qui ha partecipato all’organizzazione della Biennale per Giovani artisti e ha fatto un film come assistente alla regia per Stefano Benni, salta quindi così nel mondo dell’editoria, dei club, della comunicazione.
Si spende solo per campagne anti-convenzionali, progettate per finire al telegiornale dell’ora di punta e non negli intervalli pubblicitari (come ad esempio la moda di giocare a calcio sopra i grattacieli inventata e lanciata su Youtube per far pubblicità a Nike). Crede negli strumenti di comunicazione fatti per acquistare attenzione dal basso, per farsi largo a forza di passa parola, tecniche che si avvalgono sia del web sia di stencil, stricker e graffiti, attingendo alla cultura e alle competenze degli artisti di strada. De Mitri crede così tanto nel loro potenziale che un anno fa, dopo averne sostenuto le idee, ha portato alla Triennale di Milano la mostra “Beautiful Losers” e li mette in contatto con le grandi multinazionali a cui possono fornire spunti creativi.
Nel 1989 fonda “Mentelocale”, la prima rivista italiana dedicata alle discoteche e alla cultura giovanile; tre anni dopo è la volta di “Cube”, magazine diventato presto un oggetto di culto per gli appassionati di arte, moda, musica.
In una ibridazione solo all’apparenza casuale tra arte, musica, moda, sport e comunicazione si consolida la sua carriera che vede il suo focus nel senso di appartenenza, sentimento attraverso il quale, secondo il creativo, si riesce a raggiungere quel pubblico altamente selettivo, che trascinerà poi la massa, disposto a tutto pur di impossessarsi di un prodotto esclusivo. La strategia di Sartoria, società del nostro creativo, è inspirata alla logica del one to many ones, vuole cioè infilarsi nelle conversazioni e nei consumi di quelle poche persone che determinano il gusto degli altri che tutti guardano ed emulano. Persone il cui gusto puoi influenzare solo indirettamente perché, come dice De Mitri, “sono loro che devono scegliere te non puoi convincerle con la pubblicità tradizionale”. Questo si traduce nella creazione di eventi che riescano ad innescare il passaparola e ad accendere la curiosità dei bloggers, cartine di tornasole di ciò che fa tendenza ancora troppo snobbati dalle agenzie tradizionali.
Per il direttore creativo modenese è la costante frequentazione di luoghi dove la cultura si fa, a segnare la differenza. Sono d’accordo. Mi pare un valido esempio di self-made-man da cui imparare qualcosa, se non altro per la vivacità culturale riflessa nel percorso lavorativo e per il gusto della sfida nel credere nelle nuove tecnologie e nelle nuove frontiere del marketing senza risparmi. Fortuna o determinazione? Colpo di genio o passione per temi azzeccati?

Ilaria Paparella

Fonti: http://showstudio.com/
Ventiquattro

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Viaggiare con una Lamborghini Gallardo il prossimo weekend: 30 punti.
Portare gli amici per il ponte del primo maggio in uno Yacht “Itama Forty” lungo la costiera amalfitana: 100 punti al giorno.
Organizzare un party in una splendida villa a Saint Tropez, 790 punti.
(Continua a leggere… )

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Ho affrontato di recente e altrove il tema del “web 3.0″ (parola che odio) ed in particolare del futuro legato alla semantica e al concetto di mash-up. In un bell’articolo, Cnet offre una panoramica di quelle che potrebbero essere le applicazione web del futuro, qualche nome:

Twine: sembra che il futuro sia legato indissolubilmente all’organizzazione e semplificazione dell’overload informativo che ci affligge, twine si propone come killer app per il bookmarking, taking notes e organizing informations.

Freebase: un’altro indirizzo per la world knowledge organization, interessante la possibilità di raffinare la ricerca per richieste successive (ma l’usabilità?)

Powerset: “natural language search”, idea non nuovissima, lasciamo che si presenti da solo “Powerset is a Silicon Valley company building a transformative consumer search engine based on natural language processing.
Our unique innovations in search are rooted in breakthrough technologies that take advantage of the structure and nuances of natural language. Using these advanced techniques, Powerset is building a large-scale search engine that breaks the confines of keyword search.”

Da segnalare anche hakia, adaptive blue, wikia e calais.

Cosa emerge da questo primo giro di tavolo?

- c’è ancora molto da fare: a mio avviso queste applicazioni esplicitano troppo l’obiettivo ma hanno ancora grossi problemi di usabilità, sono cantieri a cielo aperto con buone idee ma in fase di rodaggio

- manca la fantasia?: quasi tutti si concentrano sull’organizzazione delle informazioni e sul bookmarking, fattore che non dovrebbe essere cosi killer in una nuova era tecnologica, se tutti però ci lavorano su significa che questo è un passaggio obbligato per “arrivare ad altro”, magari il motore definitivo

Credo in conclusione che la strada da percorrere sia ancora molta, un pò di anticipazioni delle grafiche e dei siti del futuro non fanno di certo male, sembra però che l’eredità dirompente di google continui ad essere più che presente anche nelle architetture, un modo per non far vivere traumi all’utente o una cronica paura nel proporre la prossima innovazione radicale?

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