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Qual­che tempo fa mi è capi­tato di sen­tire in tele­vi­sione il ter­mine “tem­po­rary shop”, curioso lo digito su Goo­gle… mi accorgo che quello che mi era stato divi­na­mente pro­pi­nato dal più grande mezzo media­tico in Ita­lia come un’assoluta novità, come l’ultimo grido della distri­bu­zione com­mer­ciale, in realtà esi­steva da tempo. Tut­ta­via, senza pole­miz­zare sulla sem­pre più palese inca­pa­cità del mezzo tele­vi­sivo di rin­cor­rere la grande Rete sulla fre­schezza delle noti­zie, voglio par­lare un po’ di que­sto nuovo e inte­res­sante metodo per valo­riz­zare le merci.

Par­tiamo da una sin­te­tica defi­ni­zione: un tem­po­rary shop, come dice il nome stesso, altro non è che un nego­zio che rimane aperto sol­tanto per un periodo limi­tato, a volte anche limi­ta­tis­simo (in alcuni casi anche una sola set­ti­mana!), e sono altri­menti detti pop-up store, tanto per restare in sin­to­nia con i tempi che cor­rono.
Ma a che serve un nego­zio che rimane aperto una sola set­ti­mana? Appa­ren­te­mente può sem­brare qual­cosa di assurdo e che sfidi le tanto famose leggi di fide­liz­za­zione del cliente… come si può costruire una solida rela­zione con il cliente (fonte di indub­bio van­tag­gio com­pe­ti­tivo nell’era post­for­di­sta) in un periodo di tempo cosi breve? Non si fa. Almeno non appa­ren­te­mente.
Il mec­ca­ni­smo è sem­plice, nem­meno tanto costoso, ma forse un po’ esclu­sivo: se ad esem­pio ho un nego­zio famoso per la qua­lità o per­ché all’interno del sistema moda, o se ho un noto mar­chio su cui poter far leva, posso pro­ce­dere pagando un affitto set­ti­ma­nale (o più) nel cen­tro, ad esem­pio, di Milano e atti­vare una rete di con­tatti (e que­sta è la parte più esclu­siva e dif­fi­cile, per­ché serve cono­scere un certo numero di per­sone signi­fi­ca­tive per il pro­getto, o riu­scire comun­que a con­tat­tarle) per coin­vol­gere PR e opi­nion lea­ders di vario livello (magari con mai­ling lists, quindi a costo bas­sis­simo), deci­dere una data e il gioco è quasi fatto. Quello che si vuole pro­porre dun­que è un’esperienza unica e irri­pe­ri­bile, basata sul tempo ma non solo: il cliente, che sa già di essere for­tu­nato per­ché è venuto a cono­scenza del fatto, tro­verà in quella sede pro­dotti unici, in linea con le aspet­ta­tive, sarà accom­pa­gnato da un’atmosfera (e quindi è impor­tante lavo­rare anche sul con­cept) acco­gliente e non fret­to­losa, tut­ta­via unica ed esclu­siva, in modo tale che si tro­vasse di fronte all’attrazione per un deter­mi­nato bene, sapendo che dif­fi­cil­mente se lo ritro­ve­rebbe luc­ci­care davanti agli occhi, molto pro­ba­bil­mente sarebbe dispo­sto ad acqui­starlo d’impulso, pagando pro­ba­bil­mente un prezzo pure più ele­vato. Se una espe­rienza di que­sto tipo fun­ziona, sicu­ra­mente diverte il cliente e offre la pos­si­bi­lità di creare un’immagine posi­tiva nella sua mente rife­rita a quel nego­zio o a quella marca, dando così spunti, per­ché no, per una rela­zione di lungo periodo.

Sem­bra tutto inte­res­sante, però sono con­vinto che il tutto debba essere gestito con eccel­lenza per otte­nere i mas­simi risul­tati… per­ché se così non fosse, mi viene da pen­sare che vi possa essere la pos­si­bi­lità di pro­durre più ansia che uni­cità dell’esperienza nella mente dei con­su­ma­tori inte­res­sati, e di rag­giun­gere risul­tati più nega­tivi che positivi.

per l’immagine: carosi.it