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Archivo » November 2007

Come ben sappiamo, la banda larga non è un bene di cui tutti, in Italia, dispongono ancora. Molte zone d’Italia, un po’ per la configurazione del territorio e un po’ per la miopia degli investitori, sono tuttora prive di una connessione veloce. Questo porta ad indubbi svantaggi economici, pratici e di sviluppo in generale.

Ad ogni modo la tecnologia fa passi da gigante e va a coprire i buchi lasciati da un governo del territorio e delle risorse poco previdente. Infatti, dalla tecnologia WiFi, con cui è possibile connettersi sfruttando le onde radio attraverso i cosiddetti “hotspot”, rimanendo però in un raggio di pochi metri, entro breve si potrà usufruire di un tipo di tecnologia simile ma molto più potente: il WiMax. Molti di voi ne avranno sentito parlare, ma finalmente questo WiMax non sarà più una chimera, a breve. Coprirà un raggio di una decina di kilometri con una connessione a banda larghissima (anche fino a 74 Mbit/s), risolvendo forse il grave problema del divario digitale subito da alcune zone montuose che difficilmente possono ospitare le strutture della connessione adsl classica. In particolare, il bando per l’assegnazione delle frequenze, uscito poche settimane fa, prevede 35 licenze (di durata quindicennale) con base d’asta di 45 milioni di euro. Un mese e mezzo di tempo per presentare la domanda; un altro mese e mezzo di tempo per presentare le offerte. Ragionevolemente e con un po’ di ottimismo si può ipotizzare che la nascita del WiMax possa concretizzarsi verso la fine del 2008. Una cosa interessante: i vincitori del bando dovranno obbligatoriamente raggiungere le zone non coperte da banda larga (il problema del divario digitale è molto sentito a livello comunitario): oltretutto, se entro 30 mesi non vi riusciranno, saranno costretti a cedere la licenza. Delle 35 licenze poi, ben 21 saranno destinate ad operatori nuovi entranti, pertanto ci sarà spazio anche per nuovi competitors diversi dai soliti quattro noti gestori di telefonia che possiedono già una licenza Umts (Vodafone, Telecom, Wind, 3 Italia).

Oltre al WiMax, si sta lavorando anche alle innovative “Reti Mesh” , in cui ogni nodo trasmette il segnale al nodo vicino: se un nodo non sarà operativo, la rete si autoriconfigurerà, garantendo efficienza. L’azienda Wnext in particolare, assieme al Politecnico di Torino, ha sviluppato un software che consente ad ogni apparecchio di ricevere e allo stesso tempo di fornire “banda” agli apparecchi vicini: una filosofia diversa dal WiMax, dato che con le reti Mesh più utenti sono presenti in un’area, più nodi ci sono, più è efficiente la rete.

Ma restando alla tecnologia apparentemente più prossima a noi…questo WiMax funzionerà? Sarà operativo? Si spera soprattutto che questa più potente tecnologia non cada negli errori di gestione in cui cadde la rete WiFi, che mai di fatto è decollata, non solo per via della minore potenza (e con rete intasata, la velocità diventa un miraggio) ma anche per via di mancati utilizzi redditizi ed economicamente sostenibili come il monitoraggio del traffico o la videosorveglianza con scopi di pubblica sicurezza (ex. New Orleans).

Luca Crivellaro.

Una delle prime mansioni che ho dovuto affrontare in azienda è stata quella relativa alla scrittura di newsletter (da diffondere tramite portali) press release e comunicati stampa (da spedire per lo più via mail).

Compito all’apparenza semplice, ma che se affrontato da neofita può portare a clamorosi errori. Nessuno infatti mi aveva insegnato l’arte della comunicazione di impresa.

L’errore cui si va incontro è quello di slegare il contenuto dallo strumento che si sta usando, rendendo vano lo strumento stesso. Semplificando: se ho una mail devo cercare di essere quanto più sintetico possibile, spaziando i vari paragrafi e aggiungendo link (molto efficaci), cercando di non appesantire una mail (deve pesare sui 50kb max) e senza preoccuparmi di inserire elaborazioni grafiche, per lo più poco gradite.

Ci sono diversi volumi e manuali che spiegano come scrivere sul web, ma ritengo che una delle fonti libere “da sfruttare” per implementare le proprie conoscenze sia il sito mestiere di scrivere.
Mestiere di scrivere, nella sezione “scrivere per il web raccoglie molti consigli, utili per la scrittura aziendale legata al web. Il fatto di scrivere in un blog e di averne uno personale infatti non comporta necessariamente la completa padronanza dello strumento. La formattazione del testo, il font, lo schema visivo con il quale si espone il testo sono tutti elementi che sembrano banali ma che fanno la differenza, e che solitamente non si considerano.

Altra sezione a mio avviso fondamentale del sito è quella intitolato “al lavoro” e più in specifico a come si redige un “company profile”.

Annotazione finale: è chiaro che senza contenuti saper maneggiare bene uno strumento diventa poco proficuo: ciò che oggi si ricercano sono appunto i contenuti e non le trovate grafiche.

Per cui mail, newsletter, e-magazine, il comunicato stampa o qualsiasi forma di comunicazione aziendale se non ha niente da dire verrà recepito come tale dal cliente o destinatario del messaggio.

In ufficio si ha poco tempo, le mail sono molte, le cose da fare altrettante: comunicate se c’è qualcosa da comunicare, altrimenti il rischio è quello di infastidire il vostro destinatario. E quando comunicate, fatelo in maniera efficace: mestiere di scrivere può aiutarvi se pensate che i consigli che avete ricevuto in azienda siano poco esaustivi, o al contrario, se si dà per scontato che voi siete già in grado di farlo.

Gianluca Marconato per Marketingarena.it

immagine: netmar.it

Intimissimi

di Ilaria Paparella · pubblicato il 28 Nov 2007
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Ilaria Paparella

Il marchio Intimissimi è ormai, insieme a Calzedonia, conosciuto in tutta Italia oltre che all’estero, il suo successo è stato veloce e clamoroso tanto che viene naturalmente da chiedersi su cosa abbia puntato il celebre brand in tempi di agguerrita concorrenza asiatica sul tessile.

Il marchio è nato nel 1996 sull’onda che Calzedonia aveva innescato 10 anni prima, con l’obiettivo di offrire un prodotto buono ad un prezzo limitato. Dal 1998 la catena conta ben 80 punti vendita per arrivare alla fine del 2005 ad 809 negozi sparsi nel mondo che vestono l’intimo uomo e donna e pigiameria per una fascia d’età che va dai 15 ai 50 anni.

Leggendo l’azienda attraverso le 4 P possiamo constatare come essa si sia impegnata su ogni caposaldo del marketing con notevole impegno e capacità di lettura alla luce della realtà attuale

- Sicuramente un prodotto moda riuscito dall’attenta cura del dettaglio, progettato da giovani stilisti, tagliando quindi il costo di progettazione e dai materiali qualitativamente validi

- Una comunicazione capillare, orientata soprattutto all’off line, mai volgare pur trattando l’intimo e sempre attenta al sentiment della gente. Da ultimo è la notizia che Monica Bellocci ha girato un corto speciale che va su web confermando un trend che unisce registi e dive, internet e brand di moda. Solo quattro minuti di vero cinema dal titolo Heartango con firma di Muccino padre

- Luoghi d’acquisto piacevoli dal design semplice e ordinato e dall’atmosfera accogliente. Concept rafforzati dal riuscito franchising.

- Un prezzo non eccessivo che giustifica la qualità del prodotto ma non lo posiziona sulla fascia lusso o comunque sulla fascia alta del mercato rendendolo accessibile dalla più ampia massa della popolazione

Tutte le 4 P riconducono al concetto di femminilità in tutte le sue sfumature, una femminilità che coglie le aspettative delle ragazzine come delle donne mature che ritrovano nel brand una sicurezza per le scelte d’acquisto più particolari e sofisticate come anche per quelle più semplici.

Intimissimi rappresenta un valido caso di successo che dimostra come un uso accorto delle diverse leve possa rappresentare uno scoglio insuperabile per la concorrenza che punta solo ad un taglio del prezzo.

Rail Europe, che vende biglietti negli Stati Uniti per il servizio Eurostar ad alta velocità da Parigi a Londra, ha creato una nuova campagna adv con lo scopo di promuovere il turismo americano in europa, nonostante il cambio non propriamente favorevole degli ultimi tempi.
Il nuovo servizio di Eurostar, iniziato il 14 novembre, consente di arrivare da Parigi a Londra in 2 ore e 15 minuti. Per la promozione, Rail Europa ha aperto un sito, www.getalittleparis.com, che suggerisce come il viaggio sia talmente veloce che “you’ll be drinking wine in Paris while the lager foam from London is still on your lips.”
Pierre Thilhou, vice presidente della sezione marketing, afferma che il progetto mira alla soddisfazione di tutti i viaggiatori, non solo per gli americani, il cui biglietto costerà da 129 a 400 dollari!
Tornando al sito, invece, ci si accorge subito che lo spirito è quello di far divertire il turista, con icone animate che rimandano ai più famosi luoghi comuni di entrambe le sponde della manica, quindi la torre del big ben da una parte, il croissant dall’altra, oppure il bus rosso e il mimo francese…insomma il messaggio sembra essere quello di provare un viaggio unico che permette di mescolare due culture diverse e due paesi diversi, ma nello stesso viaggio!
Ma non finisce qua: alcuni filmati virali sono presenti in internet, su youtube e google video, (vedi sopra) a rappresentare la velocità del viaggio e il comfort raggiungibile.
Il messaggio, in conclusione, sembra essere chiaro: anche un servizio come il trasporto ferroviario si sta adeguando: l’esperienza del consumatore è fondamentale nel marketing, e lo è dunque anche nel turismo. Inoltre, il tentativo di promuovere i servizi in maniera customer oriented sembra essere un tentativo di rimanere al passo coi tempi e di cambiare la vecchia immagine che noi tutti abbiamo dei treni europei…
Riusciremo a breve a goderci un bel viaggio in treno anche in Italia?

Filippo Minelli

Fonti: the new york times

La versione giapponese del sito della Nintendo è caduta più volte in questi giorni dopo la commercializzazione della DS-TV. Quello che vedete qui a fianco però è un bambino di almeno 12 anni, si chiama Sega game Gear e l’appendice superiore è proprio un tv-tuner, da ex possessore vi garantisco che il tutto funzionava a meraviglia.. Sembra che i cicli dell’innovazione ci ripropongano tecnologie non del tutto dirompenti, in particolare alla notizia ho pensato:
- sarà molto più piccola! (vedendo la foto non è cosi)
- non avrà quell’antenna che rischia di ferire un ciclope! (ce l’ha)

Boh.. sono perplesso..

A me l’innovazione vera sembra questa: un tv tuner di 12 anni fa applicato a una psp! Quando si dice adattamento..

Il report “pubblicità e motori di ricerca: l’adverising on line stimola gli italiani a cercare sul web” redatto da Sems offre davvero spunti interessanti.

Gli interessati possono richiederlo on line, non mi soffermerò infatti su dati che potrebbero risultare sensibili e non divulgabili ma mi limiterò ad una panoramica sui risultati.

Il report parla della intercanalità ed in particolare delle ricerche sui motori trainate dal altri media, si scopre ad esempio che oltre la metà degli italiani approfondisce sul web qualcosa visto in tv o letto sul giornale, anche la radio e le affissioni trainano le ricerche, con dati però inferiori al 50%. Se la tv stimola allo stesso modo uomini e donne, è il gentil sesso a padroneggiare gli altri media accedendo ai motori a partire da tutto ciò che non è la tv.

Il rapporto evidenzia un interessante picco di ricerche in corrispondenza di una telepromozione, dato rilevante per chi intendesse destinare ad esempio la propria presenza “pay” sui motori in certe fasce orarie, inoltre le parole “spesso” e “sempre” in relazione alla consultazione del motore nel pre-acquisto ricorrono nella maggior parte dei casi.

Il report ci dice che 4 italiani on line su 5 hanno acquistato almeno una volta basandosi sui motori di ricerca, dato assolutamente rilevante per chi si occupa di marketing, anche se non sorprendente. La conclusione del rapporto invita non tanto a considerare il search engine marketing come leva chiave (già fatto), quanto piuttosto a ripensarne l’utilizzo, integrandolo in tutte le fasi della pianificazione di marketing, soprattutto a monte quando la diffusione delle informazioni non coincide con la pubblicità. Il search engine marketing è uno strumento atipico e particolare che permette di agire in maniera parallela a tutta la strategia di marketing configurandosi di volta in volta come leva tattica o strategica, principale o di supporto.

Chiedo: come utenti confermate la tendenza? Si può fare a meno dei motori di ricerca?
Fonte: Sems S.r.l – www.sems.it

Motivare la forza vendita

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 Nov 2007
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Giorgio Soffiato

Ho avuto modo di partecipare ieri ad un incontro operativo, di quelli che i “markettari” dovrebbero frequentare più spesso. Per motivi di riservatezza, ma anche perché tutto sommato ai fini della riflessione non è fondamentale, evitiamo di nominare azienda e luogo, ma possiamo tranquillamente dire che si tratta di una grandissima azienda italiana con una rete vendita vera ed imporante.

Ciò che mi ha colpito è l’approccio al mercato che è stato comunicato dal marketing alla struttura di pre-sales, esattamente quei concetti che ci ripetiamo in continuazione e che sosteniamo oscuri alla grande impresa: dobbiamo ricrederci, non è cosi. Le grandi aziende hanno capito che il mercato è cambiato, il consumatore è cambiato e lo hanno capito davvero. Ciò che è evidente è la difficoltà di comunicare a capi area – pre sales – venditori ciò che si vuole poi far arrivare al mercato, un pò per la complessità logistica di raggiungerli tutti, un pò per l’assenza di flessibilità nel pacchetto di un’offerta che deve, necessariamente, essere industrializzata e standardizzata. Ho apprezzato in questo senso lo sforzo dei reparti di sviluppo di nuove offerte e comunicazione che si sono sostanzialmente presentati ai venditori dicendo “per questa nuova offerta di servizi siamo partiti dal mercato e vi diciamo che c’è spazio per vendere, questo è il nostro prodotto, se vi fa schifo abbiamo le competenze interne per cambiarlo, diteci cosa fare e noi vi asseconderemo”, un ottimo approccio. La comunicazione ha detto ancora di più “questi sono gli strumenti che noi dominiamo, se avete un top client da coccolare vi possiamo produrre questo e questo, se volete adattare i nostri video promozionali alla vostra area possiamo farlo, se voltete produrre contenuti siamo in grado”, eccellente.

Mi ha fatto particolarmente piacere comprendere che questi top manager ci sono, ciò significa che il punto di partenza è giusto, se lungo il processo che porta alla vendita andranno perse informazioni vitali, o peggio il valore di base dell’idea, è cosa da comprendere e valutare, mi sembra comunque che anche i grandi siano oggi della partita, con notevole ritardo ma anche con notevoli risorse per recuperare terreno a suon di euro che, si dica ciò ce si vuole, possono fare la differenza anche al tempo del 2.0

Business generated content

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 22 Nov 2007
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Giorgio Soffiato

Abbassa il volume, ascolta le persone, apri le porte dell’azienda. E’ Questo l’AAAnnuncio alle aziende che Mauro Lupi fa in questo bel video che ho pescato dal suo blog. Il video parte con un dato assolutamente emblematico: +1746% nelle pagine censite da google in 5 anni, e sempre 10 posti a disposizione in “vetrina”. Di qui un ragionamento che si basa essenzialmente su due grandi temi, che condivido:

- i contenuti generati dalle aziende: diverse ricerche sui blog (riassunte qui) ci dicono che in Italia solo le aziende di marketing e le agenzie di comunicazione hanno un blog, le eccezioni esistono e rappresentano case study di eccellenza ma putroppo non la regola (agriturismi, mobilieri, fabbricatori di barche, fantastici blog di lungimiranti imprenditori ma manca in questo senso un trend evidente). I blog, fantastici mezzi di ascolto aziendale (prima che di comunicazione) non rappresentano ad oggi una leva di business consolidata e le aziende, pur comprendone a volte l’importanza, si dicono non in grado di gestirli. Il blog a ben pensarci permette di dire tante cose, ma soprattutto è parte della nuova comunicazione sul web, l’informazione. Quello che le aziende devono fare è garantire un plus tangibile alla propria audience diventando esse stesse dei media e autoacquistando spazi pubblicitari nei propri canali, regalarsi un 10% markettaro dopo aver regalato all’utente un 90% del tempo in cui il “palinsesto” prevede utilità e notizie fornite da fonte esperta (come si spera l’azienda sia), tempo non sprecato ma base di un marketing sotteso che nell’informazione non prezzolata (deriva da Seth Godin) vede comunque la legittimazione della competenza dell’impresa.

- il tono di voce: secondo Lupi le aziende non sono ancora scese dal piedistallo, cercano il singolo utente come snipers della comunicazione ma lo fanno sparando nel mucchio concetti che ancora oggi sono sulla bocca di tutti (il conto revolution, il sottocosto, la vendita promozionale) ma soprattutto rifanno il sito web sulla base delle nuove norme dell’usabilità, aprono un blog (pagando un’agenzia di pr per tenerlo in assoluta a-sinergia) e magari offrono tutto quanto il 2.0 può mettere in campo ma poi ti chiamano a casa alle 8 di sera invadendo come gli Unni la privacy e spazzando via le briciole di un nuovo corso sparse sul web. Questione di divisioni, funzioni, organizzazione, il business vero è il telemarketing e il web è un giocattolo o possiamo davvero credere ad un’azienda-moderatore che siede al tavolo coi propri clienti pronta a cambiare?

Ho sempre pensato che veicolare e utilizzare i contenuti altrui con scopi di business fosse una forma di sfruttamento, molto meglio modelli ibridi che riconoscono alla creatività dal basso un valore economico. Sulla scorta del Lupi pensiero rilancio le 3 A:

- Aiuta la tua audience: fornisci strumenti e dimostrati presente (anche nel post vendita)

- Alimenta un processo: modera il dibattito ma non scegliere il sommario

- Audacia-Ambizione-Allegria: usa l’ironia ma non cercare di far ridere per forza, punta in alto partendo dal basso, osa se è il caso, innovare in comunicazione potrebbe essere una gran bella sorpresa per tutti.

Giorgio

Su Firstdraft è nata un’interessante discussione intorno al tema della creatività. I punti che sono emersi sono sostanzialmente tre ed avrei piacere di condividerli con la speranza che possano emergere spunti e riflessioni interessanti anche nel campo della comunicazione e del marketing.
· In Europa (rapporto Eurostat) lavorano oggi nel campo culturale quasi 5 milioni di persone, ovvero il 2,4% della forza lavoro attiva nei 27 paesi. Il parametro varia: in Romania e Portogallo il valore scende rispettivamente all’1,1% e all’1,4%. In Finlandia e in Svezia si attesta su valori superiori al 3%; nei Paesi Bassi arriva addirittura il 3,8%. La percentuale dell’Italia supera appena il 2% , decisamente inferiore alle sue effettive potenzialità. A questi dai se ne sommano altri che ancora una volta sottolineano un mancato sviluppo italiano nelle posizioni dell’economia immateriale anche dal punto di vista contrattuale (qui la fa da padrone il lavoro “precario”)
· I creativi rivendicano sempre più una posizione attiva e protagonista nella società, si considerano meno “geni ribelli fuori dal sistema” e sempre più veri imprenditori dotati di una certa propensione in grado di dare risposte a problemi complessi. Proprio alla luce di questo si nota una certa avversione verso il tentativo di standardizzare le attività creative all’interno di albi professionali ad hoc.
· Il ruolo del design nella società contemporanea non è più di produrre oggetti per una elite di consumatori, ma è quello esprimere una singolarità, una specificità attraverso il racconto di una storia (cit Roberto Masiero). Le storie, però necessitano di luoghi per essere credibili, ed ecco che borghi, città, distretti, territori, ripensati e rinnovati, diventano scenari importanti in cui il racconto trova la sua concretizzazione.

Volendo tracciare una direzione unitaria alla luce di questi tre aspetti( anche se scarna), si può affermare che si manifesta la necessità di prendere coscienza dell’importanza della cultura come elemento di sviluppo e di crescita sia professionale che dell’intero territorio nazionale.Il nostro Paese con il proprio patrimonio artistico e culturale potrebbe molto in questa sfida ma spesso l’isolamento della cultura o la sua interpretazione come pura conservazione non aiuta nuove di imprenditorialità. Pensare piuttosto alla cultura come elemento tangibile in ogni luogo e in ogni tempo potrebbe aiutare noi giovani (ma anche le istituzioni) a guardare il mondo e le opportunità di lavoro (oltre che di vita) in maniera totalmente rinnovata e quindi vincente, magari mettendo anche da parte l’utopia del “posto fisso” in nome della passione che può venire dal fare ciò che piace con ambizione e professionalità.
Forse in campo strettamente culturale sarà difficile pensare a forme contrattuali indeterminate ma innanzitutto sono finiti i tempi in cui chi “fa cultura” può lavorare solo in ambienti isolati a” lei dedicati” e inoltre, proprio una nuova consapevolezza dell’instabilità dei lavori creativi potrebbe agevolare una formazione continua e una capacità di reinventarsi che le istituzioni dovrebbero essere in grado di appoggiare per uno sviluppo condiviso.
La trilogia di queste nuove tendenze si potrebbe riassumere con l’ affermazione di Stefano Micelli che spiega come “oggi le imprese più innovative si stiano muovendo verso un accrescimento dei contenuti culturali del prodotto, che diventa un pretesto per entrare in relazione con i consumatori e per raccontare una storia interessante”.
Direi che se questa è la strada c’è davvero molto lavoro da fare anche per noi markettari che dovremo accompagnare questo nuovo stadio di consapevolezza!

Ilaria Paparella

I blog e la net generation

di Stefano Guerra · pubblicato il 20 Nov 2007
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Stefano Guerra
Sto seguendo alcuni corsi universitari in cui si è fatto cenno al mondo dei blog e mi è capitato di assistere, l’altro giorno, ad un seminario su web 2.0.

Molte delle cose imparate le avevo in parte già sentite nominare in altre sedi, ma i dibattiti che ne escono sono sempre molto interessanti e meritano degli approfondimenti… non voglio spiegare che cosa sia il web 2.0, un blog, ecc anche perché chi legge questo di blog una vaga idea sicuramente ce l’ha, inoltre c’è chi lo sa spiegare molto meglio di me e non vorrei togliere spazio a note grandi autorità.

La cosa che più mi ha dato da pensare, in questi giorni, è il fatto che questo nuovo mondo rappresenti davvero una grande evoluzione, forse una vera e propria rivoluzione, un nuovo modo di concepire il web: siamo non ventenni, o venticinquenni che sia, i portatori della nuova era, siamo etichettati come la net generation, coloro che hanno la possibilità di portare l’innovazione nelle aziende… tanto carico di responsabilità, tuttavia, non credo sia molto riconosciuto da noi stessi… voglio dire che se per me nella parola “blog” non c’è nulla di nuovo, e forse nemmeno nulla di esaltante, mi pare di aver capito che questo non vale per molti manager oramai più che trentenni che osservano questo movimento evolutivo da molto lontano, e spesso, forse, anche con un po’ di diffidenza…

È vero che le aziende italiane ad avere un blog, una comunità o un approccio in cui comunque si affronti il concetto di consumatore come parte attiva del processo di produzione del valore sfruttando al massimo le potenzialità della “grande rete”, non sono molte… ma la causa risiede veramente in un management che si mostra impreparato a questo “grande cambiamento? Certo è che per chi è più giovane, e internet l’ha vista nascere, inoltrandosi nella tenera età dell’apprendimento adolescenziale, è forse più facile adottare un certo tipo di approccio, anche più confidenziale, con i meccanismi più articolati che la rete ci propone, come i podcast, le piattaforme wiki, le comunità, i forum, o tutto quello che si può trovare in internet… capisco dunque che l’approccio, per chi non ha questa confidenza non sia immediato… ma è davvero un digital devide così insuperabile? Che le imprese siano grandi o piccole, la difficoltà nell’aprire un blog, e forse anche nel gestirlo, non sono insuperabili, certo non è facile arrivare al successo, ma spesso non esistono nemmeno dei tentativi di start-up, nemmeno in molte di quelle aziende che sbandierano tanta innovazione…

Siamo dunque noi i futuri content manager dei blog? Dovranno quindi passare almeno 10-15 anni, quelli del ricambio generazionale del management, prima di vedere questa piattaforma diffusa anche da un punto di vista economico per le imprese nostrane?

Da come viene posta l’importanza di questo strumento nei corsi che ho seguito, o negli articoli che ho letto, lo dovrei vedere molto più diffuso di quello che è, ma in effetti non mi pare sia proprio così…

Stefano Guerra per Marketing Arena

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