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Archivo » Luglio 2007

Turismo: crisi o incapacità dell’offerta?

di Thomas Longo · pubblicato il 31 Lug 2007
Archiviato in Turismo5 commenti

Thomas Longo

L’estate ormai è entrata nel vivo e alcune considerazioni sul turismo nel nostro Bel Paese mi sembrano doverose.
Innanzitutto vorrei partire da un dato un po’ critico che emerge da un’analisi condotta dalla Federalberghi: “la metà degli italiani non andrà in vacanza nel periodo Giugno-Settembre 2007”.
Tale dato è dovuto probabilmente dalle mutate condizioni economiche degli italiani: il potere d’acquisto è fortemente diminuito rispetto agli anni precedenti; cresce il numero di lavoratori atipici (contratti a progetto, lavoro interinale a tempo determinato), che non possono programmare le loro vacanze; aumento generalizzato dei prezzi per le vacanze.
Tuttavia più che soffermarmi sulle cause di questa riduzione di turisti italiani (entrando in discorsi insidiosi di pura economia), vorrei concentrarmi sul sistema paese Italia e la sua competitività nei confronti degli altri paesi. In particolare vorrei soffermarmi su due particolari aspetti che maggiormente interessano dal punto di vista del marketing.

Turismo 2.0

La tendenza ormai consolidata nel momento in cui si pianifica una vacanza è quella di fare un salto sul web per ricercare informazioni utili.
Per quanto riguarda la promozione in rete a livello di Paese abbiamo già abbondantemente parlato in post precedenti mettendo in evidenza le forti carenze del portale Italia.it.
Qui invece vorrei proporvi un confronto sull’usabilità di due siti internet relativi a due capitali europee Che Paolo Zeccheo in un suo recente articolo a provveduto ad analizzare attentamente; il primo è quello relativo alla città di Roma: per quanto riguarda la pagina relativa agli alberghi della capitale, il sito propone una semplice lista delle strutture, senza un preciso ordine, con relativo numero di telefono; per avere qualche dettaglio siamo costretti dunque ad aprire la pagina di ogni hotel (orribile!).
Se andiamo a visitare il sito della capitale austriaca, invece, la situazione è completamente diversa, a fianco di ogni hotel ci sono prezzi, disponibilità e qualche informazione relativa alla struttura. (In tal maniera il turista può risparmiare diverso tempo nella ricerca).
Qual è il preferibile?

Questione di prezzi

Non c’è alcun dubbio riguardo i prezzi delle nostre strutture che sono notevolmente aumentati senza che a ciò sia corrisposto un innalzamento della qualità del servizio. A questa sbandata italiana sembra che alcuni paesi vicini se ne siano approfittati (es. Croazia), che, con prezzi molto più competitivi e una completa riorganizzazione dell’offerta turistica, fanno registrare ogni anno dei notevoli incrementi di turismo incoming.

Questi che vi ho proposto sono soltanto due dei buoni motivi che stanno facendo scendere l’Italia dai gradini più alti della competitività turistica a livello mondiale. Su molti aspetti, infatti, siamo ancora molto indietro, fatichiamo ad adeguarci all’evolversi dello scenario e del turista e, devo anche dire che grossi aiuti, in questo senso, non arrivano, se non in minima parte, dal governo centrale.
Concludo, a tal proposito, proponendovi il video qui sopra (non è recentissimo in quanto risale al lancio di italia.it) in cui il nostro ministro dei beni culturali promuove il turismo nel nostro paese.
(La figura che ci facciamo non è delle migliori, che ne pensate?).

Thomas Longo

Quando la semplicità lascia il posto alla complessità algoritmica, a volte salta il banco. Una considerazione che da un pò di tempo mi passa in testa riguarda uno dei principali esponenti italiani del web 2.0: oknotizie.com

In breve OkNotizie è un aggregatore di informazioni che molti blog e siti utilizzano per proporre mediante un titolo e un link i propri testi, lasciando all’insindacabile giudizio del pubblico (che, gioco di parole, vota OK o NO) la sorte della notizia che sul modello di digg.com migliora in popolarità guadagnando visibilità fino ad arrivare alla home page.

OkNotizie è un sistema potente, può garantire migliaia di visite a chi si piazza stabilmente in home page ed una discriminante introdotta da qualche mese è il karma: ogni utente dispone di un punteggio personale che aumenta ogni volta che una notizia se ne sta in home page per un pò, o comunque il gradimento sale e una discussione prende vita. Detto questo, e detto che ieri per sapere il nome del politico implicato nel caso “coca party” mi sono recato proprio li (con successo), qualche dubbio inizia a farsi spazio.

Personalmente ritengo che il sistema del karma penalizzi la qualità delle singole notizie a discapito di una credibilità generale assegnata ad un utente che crea un paradosso: il web 2.0 partecipativo, condiviso, paritario, fallisce. Se, in pieni stile hit-cratico, vince chi commenta di più, pubblica di più, vota (e magari si autovota con account diversi) di più, il sistema non funziona, o almeno non funziona più come un tempo, quando una notizia di qualità riceveva un gradimento e in base a questo saliva o meno nella classifica.

Ulteriore dato è la spettacolarizzazione del servizio, noterete (anche marketingarena a volte si è adeguato) che spesso i titoli dei post nei blog sono diversi dai titoli riportati su oknotizie dove, inevitabilmente, vince chi strilla di più. Tre parole che non mancano quasi mai in home page:

- google
- gay
- sesso

Tutto questo porta ad una smania da clic che fa probabilmente calare la qualità degli articoli, scelti in funzione della visibilità ricercata e per questo più scadenti (se voglio 1000 accessi devo parlare di sesso e rinuncio a parlare di marketing), lasciando in eredità pesanti lacune e dubbi sulla deriva di medio termine degli strumenti di web partecipativo. E’ possibile che dopo 6 mesi tutte le idee innovative e “2.0″ subiscano un calo di genuinità oppure oknotizie è un caso isolato? Oppure mi sbaglio io ed è tutto falso?

Pubblicità

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 28 Lug 2007
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Giorgio Soffiato

Ringraziando Mondellolido.it per l’immagine, oggi proviamo una cosa pun pò particolare, mi sono seduto davanti alla tv ed ho atteso, deciso a vedermi un pò di pubblicità per capire “come stanno le cose in tv”:

La prima che mi passa sotto gli occhi è quella di wind, d’estate tutti partono, niente di meglio di wind roaming Europa per partire tranquilli. Interessante ed ironico il contributo di Aldo, Giovanni e Giacomo ma.. in Europa c’è il cocco?

Per trovare un’altra cosa interessante devo spingermi a “La7″ dove Eminflex offre il materasso e 4 trapunte nella solita “offerta unica con pagamento rateale”. Mi viene in mente che il mio libro di marketing dice che frigoriferi e materassi si cambiano solo per usura in un mercato saturo.. sembra che eminflex non abbia ancora saturato, è sempre li!

Siamo ancora a luglio, ma il target giovane di italia 1 già è pronto per “high school musical“, zaini astucci e diari. In breve tempo anche altri brand legati ai cartoni più seguiti (come DragonBall e Barbie) provano a piazzare il proprio zaino glamour.

Torno su canale 5 dove Santal moltiplica l’effetto salute con “5 colori” e Aquafresh promette il bianco naturale dei denti, interessante la preoccupazione per la salute delle aziende a noi più care.. soprattutto per succhi e bevande (penso ad “elisir”) sembra che la nuova tendenza sia legata alla salute e al benessere più che al fatto di dissetare.

La pubblicità corre veloce ma Sky ci ricorda che il calciatore tira, seguita da Rocchetta che ci propone il faccione di Del Piero e della più gentile Chiabotto per promuovere la bevanda, suora inclusa. Favolosa la creatività di Sky con i giocatori trasformati in alberi e piante e Mister Lippi nelle vesti del fattore a lui assolutamente congeniali, “non smettere di sognare”.

Equilon, la prima rata dopo 3 mesi, questa pubblicità mi ricorda la triste tendenza del finanziamento per tutti, pensionati e protestati compresi. Provo vero imbarazzo di fronte al tentato sfruttamento dei problemi altrui, nessuno pensi però che le banche siano meno “sottili”, i re del finanziamento si preoccupano di vendere mentre le banche ad oggi provano a riqualificare l’immagine (Gialappa’s), in termini di interessi passivi hanno già data.

Deciso a chiudere il mio contributo mi faccio un ultimo giro incontrando la seconda proposta di titoli per Nintendo DS, che sembra essere legittimo concorrente per la sony psp ma anche dare vita ad una nuova fase concorrenziale in cuila “Filosofia White” (apple, nintendo..) tira e gli altri soffrono.. Chiudo con un pessimo salto, l’avessi mai fatto, su Canale Italia, destinata a sostentarsi con una nuova tendenza del teletruffa “Vinci subito 5000 euro se dici chi cantava la pappa col pomodoro” salvo poi leggere, aggiustando gli occhiali, “televendita pacchetto di 20 tra loghi e suonerie legata a concorso a premi”. Questa dei loghi è una mania che coinvolge anche reti più importanti come italia1 e qui vi chiedo, qualcuno di voi li compra? Non riesco a spiegarmi come possano sostenere i costi di una comunicazione nazionale vendendo suonerie.. a chi???

La panoramica proposta mi fa pensare, di sicuro alcuni contenuti sono al limite della decenza e legalità, per il resto permane l’esagerazione della rivoluzione, ogni prodotto è fantastico ed innovativo e la credibilità scende… Reggono tecnologia e prodotti stagionali (scuola..) ma pentole e materassi non mollano.. rispetto a dieci anni fa insomma, non è cambiato molto.

Giorgio

STARBUCKS IN ITALIA?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 27 Lug 2007
Archiviato in MarketingCommenta

Giorgio Soffiato

Stando a quanto detto da radio 102.5, nel corso di questo anno Starbucks, la catena americana che detiene 5600 coffee bar in tutto il mondo, arriverà anche in Italia.

Sono in molti a non disdegnare l’idea di poter bere un frappuccino o poter camminare con un bicchierone in mano anche nel nostro paese.

Perché oggi Starbucks è un marchio da annoverare nell’elite dei marchi-mito? La risposta sta nel fatto che l’approccio di marketing di Starbucks va oltre la componente tangibile del prodotto ma è riuscito a far evocare al caffè nuovi valori simbolici, che vanno al di là dei prodotti venduti e che fa di un’insegna una leggenda metropolitana.

Ma come mai Starbuck, il tempio del caffè americano, aperto a Seattle nel 1971 da Howard Schultz dopo un viaggio in Italia, in tutti questi anni non sia già approdato da noi?

Secondo un articolo pubblicato sul Corriere della Sera intitolato E’ il libero mercato a fare il caffè vincente i motivi che non hanno permesso ciò sono molteplici, il prezzo del caffè è davvero esagerato: 2.50, solo per un caffè! E’ decisamente premium price, coerente con un’immagine di alta qualità dei propri prodotti. Ma alla gente di Manhattan, Londra, Tokyo non interessa il costo ma ciò che conta è che il coffè shop sia quello più vicino a loro, per esempio, quando scendono dalla metropolitana. Secondo l’economista che ha scritto l’articolo, il business di Starbucks è il luogo nel quale il negozio è situato e in Italia non potrebbe aver successo dato che ci sono decine di bar in ogni angolo che vedono il caffè ad un prezzo decisamente inferiore.

Dunque è molto improbabile che Starbucks possa riscuotere il successo che ha in America. Ma il desiderio di Mr Schultz è proprio quello di riuscire a vendere il caffè agli italiani. Chissà se ciò accadrà mai ?

Anna Maria Pomponi per marketingarena

Anna Maria Pomponi: 05/07/1983

Laureata in Comunicazione Istituzionale e Relazioni Pubbliche, all’Università degli Studi di Perugina e attualmente iscritta al corso di Laurea Specialistica in Comunicazione d’Impresa, presso la medesima università.

Amo l’arte dei maestri del rinascimento italiano, il cinema, i viaggi ed ho un particolare interesse per l’ambito internazionale.

Ringraziamo Anna per il contributo e ricordiamo che chi volesse collaborare con marketingarena può inviare una mail a marketingarena@gmail.com

Google e il profitto

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 26 Lug 2007
Archiviato in Web marketing e 2.0Commenta

Giorgio Soffiato

Nella mia tesi di laurea, che ho chiamato “dal search engine marketing all’economia della ricerca” ho individuato ed elencato alcune delle problematiche che più spesso coinvolgono i motori di ricerca. Tra queste, una delle più frequenti e discusse è legata all’acquisto di parole chiave che coinvolgono business della concorrenza. Ho deciso di scriverne perché mi è accaduto, alla ricerca di una vacanza, di scrivere su google il nome di un noto operatore turistico on line di cui però non ricordavo l’esatto indirizzo, si tratta di “todomondo”. La ricerca restitiuisce tra i risultati sponsorizzati anche:

- lastminute.com

- lastminute.popvision.com

- volagratis.com

Questo ci fa capire che per google è lecito l’acquisto di chiavi legate alla concorrenza mi chiedo però cosa succederebbe se aprendo l’elenco telefonico e cercando “ottica x” si trovasse l’indirizzo dell’ottica y. Questo ragionamento presuppone che il navigatore conosca le regole di internet e di google e sia conscio della possibilità che cercando una strada potrebbe trovarsi su un’altra. Paradossalmente però tale uso, che potrebbe apparire sconcertante, suscita più indifferenza che rumore. Nuovo modo di intendere la competizione o pura aspirazione al profitto di breve termine da parte del sempre più potente motore di mountain View?

Nordest: un sistema mai nato?

di Luca Crivellaro · pubblicato il 25 Lug 2007
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Luca Crivellaro
Siamo in estate, perciò vogliamo consigliarvi un buon libro da leggere a casa o sotto l’ombrellone. Stiamo parlando di “Lettere da un sistema mai nato”, una novità editoriale della casa editrice Marsilio, scritto da Alessandra Carini. Nata a Roma, Alessandra Carini ha lavorato per “Panorama”, “il Mondo”, “La Repubblica”; è stata condirettore di “Nuova Venezia” fino al 2005 e oggi è inviata nel nord-est per “L’Espresso”. L’autrice, che ben conosce la zona d’Italia del Triveneto, si interroga sul modello di sviluppo economico del nord-est , criticandone il disegno organizzativo.
Veneto e Friuli Venezia Giulia hanno dato per lungo tempo un’immagine di sviluppo impetuoso, di vitalità produttiva particolare e quasi inimitabile, fondata su piccole e medie aziende a conduzione spesso “padronale”, incentrate sulla produzione di qualità, particolarmente propense all’export, all’innovazione, all’iniziativa imprenditoriale anche rischiosa.

In seguito a un periodo roseo, in tempi recenti c’è stata una flessione importante, innescata dalle difficoltà del settore chimico. A rendere complicata la situazione imprenditoriale si inserisce anche la concorrenza cinese sui prodotti tessili in generale. Secondo la Carini, il Triveneto è il risultato quindi di un mero aggregato di piccole e medie imprese mature che però non hanno sviluppato un modello comune. Hanno fatto un ampio uso del “sommerso”, delle svalutazioni della lira e dell’evasione fiscale senza tuttavia innestarsi in un disegno politico unitario, che diventa l’elemento assente che ha determinato la crisi.

La Carini prosegue sottolineando che oggi è in corso una sorta di rinascita del Triveneto, che perseguita a voler occupare un ruolo importante nella produttività italiana. Il Rapporto 2007 sul Triveneto mostra un Pil in crescita. E’ ancora una ripresa a macchie, non omogenea, ma apparentemente solida, che però porta con sé dei difetti: il Triveneto è chiuso, non coopera con le altre regioni italiane: le vede come avversarie anziché come potenziali partners. Insomma, rimane snobisticamente in una posizione sopraelevata rispetto alle altre regioni, con cui non si apre e non scambia risorse.

Siete d’accordo con le tesi della Carini? Il distretto industriale è un modello sufficiente, che si sussiste da solo (a prescindere dalle politiche comuni adottabili), oppure si avverte un’assenza di una strategia a più ampio respiro, che inevitabilmente blocca lo sviluppo di questa intraprendente zona d’Italia?
In ogni caso, vi invito all’acquisto del libro: tema interessante e attuale, costo abbordabile (5 euro).

Luca Crivellaro

Ingenuità o furbizia?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 24 Lug 2007
Archiviato in Advertising5 commenti

Giorgio Soffiato


Passeggiando per le strade del mio paese la mia attenzione è stata catturata da una particolare affissione all’interno di uno stendardo (di quelli che delimitano il marciapiede dalla strada).
Tale affissione (che potete osservare nella foto qui sopra), pubblicizza un ristorante di nuova apertura nel mio paese; si tratta di un piccolo locale a conduzione familiare che propone specialità tipiche venete.
Tuttavia dopo alcuni secondi e da buon markettaro ho iniziato a pormi alcune domande: perché quel semplice manifesto ha colto in maniera più che efficace la mia attenzione? In fin dei conti si tratta di una semplice affissione non dotata di particolari effetti grafici; e poi, perché l’occhio ha puntato proprio quel manifesto piuttosto degli altri affissati lì vicino?

Riflettendo un po’ e analizzando attentamente l’affissione ho iniziato a prendere sempre più coscienza che quel logo mi evocava qualcosa di familiare , qualcosa di completamente integrato nella mia vita quotidiana; dopo alcuni istanti un flash: quel logo io lo conosco, mi sono detto, ha la stessa forma, lo stesso colore, e lo stesso carattere di quello di Barilla.
Se andate a vedere il logo della grande multinazionale osserverete che la somiglianza è davvero notevole.

A questo punto alcune riflessioni sorgono spontanee.
Innanzitutto è estremamente sorprendente come quel logo riesca ad attrarre in modo così straordinario l’attenzione di chi passa (così come me, anche alcuni amici lo hanno notato e me ne hanno parlato). Forse ciò è dovuto alla straordinaria somiglianza al logo della Barilla che, in quanto marchio consolidato e ricco di valori, ha una forte capacità attrattiva nei confronti del consumatore.
Un secondo aspetto che mi ha fatto riflettere poi riguarda la somiglianza di valori che i due marchi evocano (o che almeno dovrebbero evocare); se penso a Barilla, infatti, penso ai valori della famiglia, alla genuinità e alla tradizione. Tali valori sono pressoché i medesimi su cui dovrebbe basarsi il nuovo ristorante dal momento che propone piatti tipici veneti e anche in questo caso ciò dovrebbe suscitare il concetto di genuinità e tradizione.

Alla luce dunque di quanto detto mi chiedo in ultima istanza se il proprietario del locale sia cosciente di tutto ciò, se la creazione dello stesso logo sia stata fatta proprio con questo intento o se si tratti di una semplice casualità dove lo stesso ristoratore non è nemmeno conscio del potenziale insito in quel marchio.
Voi che ne pensate?

Immateriale Vs Materiale

di Stefano Guerra · pubblicato il 23 Lug 2007
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Stefano Guerra

Il tema della dematerializzazione dei contenuti e dell’importanza dell’immateriale l’ho sentito, credo, in tutte le versioni possibili, ed è un tema sul quale vale la pena scrivere e leggere libri interi per cui non vi ripropongo nulla di tutto ciò, e vi rinvio alla lettura di persone più autorevoli per farvi un’idea, se vi interessa ovviamente… quello che voglio proporvi invece è una riflessione che riguarda il tema ma da un punto di vista di marketing e, sostanzialmente, diverso dal solito: se date un occhiata al mercato dei prodotti tradizionali si vede con chiarezza quanti siano gli operatori che cercano in tutti i modi di entrare nel circolo dell’immateriale; sembra quasi di sentir dire “non possiamo non proporre anche noi dei contenuti virtuali!”, anche a scapito dell’immagine.
Se avete fatto dei giri per negozi e altro avrete notato che ormai vi allegano ovunque un cd, un pin, un numero da cui scaricare il logo del vostro detersivo preferito! La mia è ovviamente una battuta, ma effettivamente sono molti gli attori del mercato che lavorano in questo senso, offrendo spesso combinazioni al limite del sensato, almeno a parere personale, pur di vendere il prodotto o pur di stare al passo con i tempi… la mia critica è breve: forse per alcuni di questi prodotti ha anche un senso tutto ciò, ma per la maggior parte forse sono delle forzature e mi chiedo se veramente funzionano e attirano la clientela, perché è a quello che servono no?

Non mi piace questo modo di fare promozione, da buon difensore del virtuale credo che la strategia migliore da fare off-line debba essere tanto creativa, diversificata e innovativa di quella perseguita on-line: è indubbiamente più difficile, ma in un contesto come quello attuale, così complesso e dinamico, si devono premiare i manager della creatività e dell’innovazione, si deve considerare vincitore chi crea qualcosa off-line che sia in sintonia con il mondo di internet e abbia cercato, nei limiti del possibile, di fondere le due cose, rincorrendo magari a processi dinamici e molto variabili e interagendo con i propri consumatori.
Non credete che adottare approcci poco sofisticati all’innovazione possa essere controproducente perché comporta dei costi magari non indifferenti e non sempre può dare dei risultati concreti? Servirebbero dei dati per rispondere probabilmente, tuttavia a pelle forse la risposta è ovvia.

Stefano Guerra

Settemarketing

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 22 Lug 2007
Archiviato in Turismo4 commenti

Giorgio Soffiato


Di ritorno da una piacevolissima vacanza in un villaggio turistico a Marsa Alam, in Egitto, non posso non proporre alcune considerazioni sul marketing applicato a tale contesto. Il gioco di parole del titolo viene dal nome del tour operator scelto: settemari. Svilupperei proprio in 7 punti la discussione.

1) QUALITA’: La qualità del villaggio che mi ha ospitato è indubbia, struttura eccezionale e servizio molto buono. Una caratteristica attesa da un villaggio *****, peccato però per la qualità del cibo, assolutamente non all’altezza.

2) QUANTITA’: quella dei vollaggi turistici e delle formule “all inclusive” è di certo un’economia della quantità, dispencer free refill e cibo a volontà permettono a tutti di non pensare al piatto, tanto è sempre pieno. Questo fattore incide però sulla qualità, la produzione industriale di cibo e servizi fa infatti dimenticare l’ottica qualitativa di fondo che dovrebbe caratterizzare il villaggio descritto.

3) RISPETTO: e’ umiliante vedere intere famiglie italiane alla caccia del corallo più pregiato, barbaramente torturato al soldo dello snorkeling selvaggio. Alcune colpe sono del marketing che spinge a non dettare delle regole pur di lasciare al turista la gioia di toccare la tartaruga o esplorare il reef più bello. Il fatto che molti, per parlare dell’Egitto, si spostino verso sud considerando la barriera corallina di Sharm El Sheik “finita” non è di certo un bel segno.

4) TARGET: Molte famiglie, diverse coppie, pochi gruppi di amici. Molto interessanti le politiche di up e cross selling che vedono (almeno) raddoppiati gli introiti dei tour operator grazie ad escusioni programmate e diving (immersioni).

5) BANALITA’: molto triste in un villaggio che dovrebbe essere di lusso l’assenza di servizi di base come aria condizionata alla reception e un cibo “internazionale” non sempre presente. Queste piccole cose rendono a volte leggermente “storta” una giornata fantastica.

6) FUTURO: il futuro del villaggio è a mio avviso roseo, di certo è necessario stabilire con certezza un posizionamento stabile (anche in funzione di località e target) rispettando l’ambiente “colonizzato”. Utilizzo questo termine perchè in Egitto è apparso chiaro lo scambio “spazio edificabile in cambio di lavoro dato alla popolazione locale”.

7) CONCORRENZA: la “formula”, avendo provato diverse strutture, è molto simile tra i vari villaggi: animazione spinta, quantità e riproduzione di un’ambiente esperienziale e scenografico.

Concludendo, una bella vacanza. Resta il dubbio su alcune affermazioni del tipo “5 stelle in Egitto sono 3 in Italia” che per un villaggio italiano non dovrebbero valere. Per il resto, tutto sommato, ne vale la pena. Un grosso rischio nel passaparola all’interno della struttura: alcuni ospiti conosciuti durante la vacanza non hanno gradito sapere di aver pagato 200 euro a testa in più rispetto ad altri.. probabilmente però su questo incide la formula last minute.
In termini di marketing viene da chiedersi se la “progettazione” delle esperienze non sia troppo spinta, o se è questo che i turisti vogliono, una su tutte per chiudere: i beduini che nel deserto intonano canti tipici e poi chiudono con “trentatrè trentini…” :-)

Per l’immagine: http://www.villaggi-italia.it

Il marketing invisibile

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 19 Lug 2007
Archiviato in Moda - Lusso - fashion2 commenti

Giorgio Soffiato

Il concetto di locale alla moda a che concetti lo accostereste? Mondanità, stile, ritrovo, forse, tutti concetti che hanno fanno pensare a più persone che si ritrovano e a un posto conosciutissimo e bramato. Ma se non fosse proprio così?
Vi faccio un esempio: a New York il ritrovo più alla moda del momento è un locale chiamato East Side Company Bar, che un elite di amici e conoscenti dicono trovarsi al numero 49 di Essex Street, ma il fortunato si reca all’indirizzo e trova…un palazzo residenziale! ..col dubbio di dovere suonare tutti i campanelli per trovare il locale!
Già, se oggi a New York si vuole frequentare i posti più trendy, devi amare anche la caccia al tesoro. Questi posti infatti mancano di insegne e di recapiti telefonici per le prenotazioni e molto spesso non si sa nemmeno che generi di locali siano (non sto parlando comunque di locali night o simili). Qualche eletto può conoscerne gli indirizzi ma come gli spakeasy dell’epoca del proibizionismo, vivono di segretezza. Qualcuno ha un recapito mail molto difficile da trovare ma è rarissimo che qualcuno risponda ad eventuali richieste e ricordate, il locale in via ufficiale è comunque sempre chiuso. Qualche nome: l’Home Sweet Home, un bar che ha aperto lo scorso autunno dopo ben due mesi di soft opening, altra chicca di questa città: la non inaugurazione che inaugura. Ancora il ristorante del direttore di Vanity fair, posto più alla moda di New York avendo non aperto ben otto mesi fa che permette al proprietario di divertirsi con i suoi amici riservandosi la facoltà di far tornare da dov’erano arrivati i temerari che si presentano all’ingresso causa “private party”. Ma ci sono locali anche molto semplici, diventati icone di tendenza per il solo fatto di essere “invisibili” e di rigettare le masse: come l’Anchor, frequentato da single e da artisti, o il Death e Co., un food bar molto chic, la cui sola insegna è una misera scritta sul marciapiede.
E la pubblicità? Il nostro caro marketing? Bhe, fa tutto il passaparola …e il blog..perchè questi ristoranti hanno capito che niente è galvanizzante come dare l’illusione a chicchessia di aver scoperto qualcosa che non è ancora alla portata di tutti. Forse questa è la nuova frontiera del lusso. Alla fine, a ben pensarci, è anche questa una forma di personalizzazione: la personalizzazione dell’esperienza della scoperta, dove il fattore vincente è far credere al vip come al comune mortale di far parte di un mondo eletto in cui lui è il protagonista a cui è concesso qualcosa di unico ed esclusivo.
Se questa è la strada cosa ci attenderà a noi markettari?

Fonte: Ventiquattrore

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