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Marketingarena.it si occupa di marketing digitale, strategico ed operativo, comunicazione, innovazione, nuove tecnologie, knowledge management ed e-business. Continua..
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Di recente, e sempre di più, noto come le tecniche di guerriglia marketing si propaghino in tutti i settori, e, assieme a queste, anche tutti quei metodi definiti “non-convenzionali”.Stefano Guerra per Marketing Arena
di Gianluca Marconato · pubblicato il 28 Apr 2007
La fiducia dell’imprenditore si guadagna sul campo. Premettendo che ogni realtà è diversa dall’altra, ultimamente mi sto chiedendo in che modo un consulente esterno di marketing possa aiutare realmente una Pmi. Teniamo conto che la maggioranza delle pmi italiane è attiva nel mercato del B2B, ed è focalizzata in business molto specifici le cui dinamiche si possono comprendere solo se coinvolti attivamente nel mercato, credo che uno studio svolto all’esterno non sia una soluzione del tutto opportuna per soddisfare le esigenze dell’azienda. Prendiamo il caso di un’impresa di 10 persone, iperspecializzata nella progettazione e gestione di macchinari per un X settore (qualsiasi esso sia) e che senta l’esigenza di crescere, data l’eccezionalità del proprio prodotto. La figura del consulente esterno, che arriva a dettare le linee guida da seguire, quelle ideali e perfette, ma che al primo intoppo saltano, mi sembra una soluzione inadeguata al problema.
Sia chiaro, la mia è solo una provocazione e non una presa di posizione nei confronti della figura del consulente di marketing, professione che tra l’altro in futuro spero di esercitare; il consulente in molti casi si configura come un raffinatissimo problem-solver, non lo metto in dubbio: il mio punto di vista è che il marketing nella PMI italiana, realtà nel quale lo stesso marketing viene ancora oggi molto spesso associato alla pubblicità, debba essere “costruito” passo passo dall’interno, poiché pure le migliori linee guida, senza un esperto del settore che le metta in pratica con un minimo di “mestiere”, adattandole via via allo scenario del mercato, non sortirebbero effetto alcuno.
Chiaro che il costo di mantenimento di un dipendente rispetto a un collaboratore esterno è più gravoso, ma d’altronde, se basiamo tale analisi sul costo di uno stipendio senza considerare la possibilità di crescita dell’azienda stessa qualcosa non và già in fase di analisi.
E’ polemica di questi giorni il fatto che i politici nostrani abbiano un po’ snobbato l’appuntamento dell’inaugurazione della Fiera del Mobile, evento ormai di portata globale.Ilaria Paparella per marketingarena
Alcune foto su: http://www.designpeople.it/
Fonte: Il Sole 24 Ore
pochi giorni fa’, mi sono divertito a fare una vera e propria ricerca di mercato per testare sulla mia pelle caratteristiche e qualità di prodotti simili e per capire quale effettivamente mi convenisse scegliere.
Luca Dalla Villa per Marketingarena
Nesson virtualmente ha le fattezze e il modo di vestire della realtà (capelli grigi, maglietta nera. Un professore “casual”!) e siede alla sua scrivania virtuale, rendendo l’istruzione credibile, interattiva e partecipata. Le caratteristiche del mezzo virtuale infatti aiutano ad avvicinare con più efficacia le nuove generazioni, che fanno ampio uso dei mezzi informatici.
Anche altre scuole americane si stanno lanciando in questa esperienza, al pari di alcune corporation come IBM, che è interessata alla formazione dei suoi collaboratori attraverso Second Life.
Queste arene formative possono tramandare qualsiasi tipo di sapere, però possiamo entrare nel dettaglio con un esempio: le lingue straniere. Andrea Benassi, ricercatore dell’Indire e curatore di Secondlearning.it, da tempo si occupa dell’apprendimento tramite Second Life sostenendo il Language Lab, una vera e propria scuola sperimentale per l’insegnamento delle lingue straniere. Il modo migliore per imparare una lingua straniera è parlarla, possibilmente nel paese in cui tale lingua è diffusa, ma ovviamente questo non è sempre agevole. Il Language Lab possiede un tipo di approccio “learning by experience”, perché vengono ricreate situazioni e ambientazioni tipiche di un paese straniero (pub, stazione, ufficio, etc) nelle quali si deve interagire con le altre persone, comunicando.
Un approccio attivo, opposto rispetto a quello scolastico, scevro di qualsiasi tipo di esperienza. Alto convolgimento 3D, aule spaziose e colorate, affascinanti alter ego virtuali, apprendimento di tipo descrittivo unito ad apprendimento di tipo esperienziale: di questo “apprendimento” sentiremo ancora parlare…
Per saperne di più. Articolo “Second Life Educational” in “L’Espresso”, 26 Aprile 2007.
Mi capita, in questi giorni, di frequentare diverse piccole imprese e, al tempo stesso, alcuni sviluppatori web. La sensazione è che ci sia un problema piuttosto grosso e che alcuni (molti) vadano a rischio di perdere la bussola, da entrambe le parti.Giorgio
In un momento caratterizzato da un progressivo cambiamento che sta portando l’organizzazione industriale da una prospettiva fordista della produzione del valore ad una prospettiva post-fordista, dove l’economia locale diventa una semplice variante della più complessa economia globale, cambiano allora le “regole del gioco” e lo stesso contesto entro cui le imprese si trovano ad operare.
Quello che allora più conta in tale situazione non è tanto la quantità del venduto, ma la qualità, ossia essere in grado di tradurre in prodotti vendibili sul mercato l’insieme di conoscenze e competenze distintive che ogni impresa possiede.
In un contesto del genere mi chiedo allora se non sia il caso di rivedere le varie strategie aziendali per meglio adattarle alla situazione che si sta prospettando.
In particolare, in questa nuova economia, sembra che l’esternalizzazione delle attività “accessorie” e la concentrazione sul core business dell’azienda rappresenti la strategia che, meglio di qualsiasi altra, sia in grado di rispondere alle esigenze dell’economia globale.
A questo punto però una domanda mi sorge spontanea: la cara e vecchia strategie di integrazione verticale possiamo ritenerla surclassata o può ancora trovare uno spazio degno di nota in questo contesto? E le aziende che attualmente si trovano fortemente integrate sono destinate ad affrontare serie difficoltà o possono ugualmente uscire vincenti da questo periodo di transizione?
Enzo Rullani, in un suo interessante articolo (“Distretti industriali ed economia globale”) dice che “la spinta verso il mercato globale è la stessa che porta verso la de-verticalizzazione dei cicli e la concentrazione delle risorse conoscitive su un core business specializzato”.
Uno infatti dei principali limiti dell’integrazione è legato alla tendenza della stessa di portare verso la cosiddetta “sclerosi aziendale”, impedendo dunque all’impresa la flessibilità di cui necessità in un contesto così complesso come l’attuale.
Tuttavia, se volessimo andare un po’ più in profondità nel discorso, non sarebbe forse il caso di analizzare la questione in modi differenti in base al settore di riferimento che di volta in volta viene preso in considerazione?
Se consideriamo ad esempio il settore turistico, la numerosità dei soggetti che operano lungo la filiera nonché la complessità delle relazioni che li legano, porta l’integrazione verticale ad essere una delle strategie di crescita più utilizzate (in particolare dai tour operator) in quanto consente di avere un maggiore controllo sul prodotto finale. Basti pensare ai due maggiori tour operator nazionali (Alpitour e Ventaglio) per rendersi conto di come siano perfettamente integrati.
Mi chiedo e vi chiedo dunque: possiamo ormai definire l’integrazione verticale una strategia destinata a scomparire o in alcuni casi può rappresentare ancora un valido aiuto per lo sviluppo di un’impresa?
Thomas Longo per marketingarena
Credits per l’immagine: http://www.mocmediterraneo.it/ita/image/k01f.gif
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