Marketingarena.it si occupa di marketing digitale, strategico ed operativo, comunicazione, innovazione, nuove tecnologie, knowledge management ed e-business. Continua..

logoMA20070430042051_64857_fotoNike_Marketing_Stealthtravel_alberta

Archivo » April 2007

SuperHub

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 30 Apr 2007
Archiviato in Web marketing e 2.0Commenta

Giorgio Soffiato

C’è un tema di ricerca che ancora pochi blog trattano nella sua accezione scientifica, cioè ne economica nè informatica: le reti. Ci provo, con un nuovo blog, qui. Come al solito massima apertura alla collaborazione, come al solito si tratta di un esperimento, se andrà male poco male, ma il tema sembra davvero gustoso.

L’esagerazione del guerrgliero

di Stefano Guerra · pubblicato il 30 Apr 2007
Archiviato in Non convenzionaleCommenta

Stefano Guerra
Di recente, e sempre di più, noto come le tecniche di guerriglia marketing si propaghino in tutti i settori, e, assieme a queste, anche tutti quei metodi definiti “non-convenzionali”.
Tutto questo mondo ha il mio rispetto e non si può non dire che non sia terribilmente affascinante, creativo, divertente… ma mi viene comunque da polemizzare sull’argomento…
Probabilmente il guerriglia marketing è stata una risposta alla tradizionalità a cui eravamo abituati e spesso ci ha messo di fronte a situazioni che hanno radicalmente cambiato il nostro modo di pensare e di vivere l’atto pubblicitario… e a questo sono favorevole… ma può essere che si stia esagerando? Può essere che forse sia il caso di cambiare ancora? Di evolvere?
Ritengo che il guerriglia e le altre tecniche, che spesso lo accompagnano, siano indubbiamente una sorta di evoluzione che hanno dato una svolta epocale al modo di fare marketing: è avvenuta probabilmente una specie di rinfrescata, un idea che ha avvicinato i giovani e gli artisti un po’ di più a quel mondo che forse per troppo tempo è stato solo di management e statistica… ma se, come penso io, è vero che è stata un’evoluzione, allora è probabilmente vero anche che siamo arrivati al capolinea, e lo dico perché mi pare di vedere idee al limite della legge, esagerate,dove un motto come “tutto fa brodo pur di far guerriglia” sembra essere il grido di battaglia di molti pubblicitari e artisti… per questo motivo dico che forse è ora di cambiare un po’, di evolvere ancora, di inventarsi qualcosa di nuovo…
Magari mi sbaglio, magari come in tutte le cose c’è chi le fa bene e chi le fa male, e per colpa di chi le fa male accuso tutto il guerriglia world di non funzionare bene… ma in fondo non credo sia questa la giusta interpretazione delle ultime tendenze del fenomeno, perché personalmente, a intuito, perché altro non può essere, penso che questa tecnica sia una meteora legata alla società del 2000, e che cambierà/evolverà presto, ovvero non appena la gente non si stupirà più…
Mi piacerebbe avere un parere da chi vive davvero queste cose e con queste tecniche ci lavora, mi piacerebbe sapere se, come penso io, si fa sempre più fatica a stupire la gente o comunque trovare quella idea dirompente e originale che scuota il mondo ancora un po’, vorrei sentire le loro sensazioni sui possibili scenari futuri…

Stefano Guerra per Marketing Arena

Foto: http://static.flickr.com/28/51119729_66a7336f4e_o.jpg

Le PMI italiane prima o dopo si apriranno al marketing, questo è chiaro. Già da un po’ l’accostamento “marketing – Pmi” non sembra più una forzatura. Ad ora la maggioranza degli imprenditori non ha ancora aver compreso le potenzialità di tale strumento, interpretato più come un costo che come un’opportunità di crescita. Parlare di percezione del brand e posizionamento nella testa nel cliente agli stessi imprenditori, oggi è ancora in molti casi utopia perché non sono aspetti quantificabili e dimostrabili in modo tangibile, ma le analisi di mercato, lo studio relativo a un singolo prodotto o a un’intera gamma e l’ottimizzazione degli investimenti per comunicazione e promozione questo lo possono capire molto bene già ora.

La fiducia dell’imprenditore si guadagna sul campo. Premettendo che ogni realtà è diversa dall’altra, ultimamente mi sto chiedendo in che modo un consulente esterno di marketing possa aiutare realmente una Pmi. Teniamo conto che la maggioranza delle pmi italiane è attiva nel mercato del B2B, ed è focalizzata in business molto specifici le cui dinamiche si possono comprendere solo se coinvolti attivamente nel mercato, credo che uno studio svolto all’esterno non sia una soluzione del tutto opportuna per soddisfare le esigenze dell’azienda. Prendiamo il caso di un’impresa di 10 persone, iperspecializzata nella progettazione e gestione di macchinari per un X settore (qualsiasi esso sia) e che senta l’esigenza di crescere, data l’eccezionalità del proprio prodotto. La figura del consulente esterno, che arriva a dettare le linee guida da seguire, quelle ideali e perfette, ma che al primo intoppo saltano, mi sembra una soluzione inadeguata al problema.

Sia chiaro, la mia è solo una provocazione e non una presa di posizione nei confronti della figura del consulente di marketing, professione che tra l’altro in futuro spero di esercitare; il consulente in molti casi si configura come un raffinatissimo problem-solver, non lo metto in dubbio: il mio punto di vista è che il marketing nella PMI italiana, realtà nel quale lo stesso marketing viene ancora oggi molto spesso associato alla pubblicità, debba essere “costruito” passo passo dall’interno, poiché pure le migliori linee guida, senza un esperto del settore che le metta in pratica con un minimo di “mestiere”, adattandole via via allo scenario del mercato, non sortirebbero effetto alcuno.
Chiaro che il costo di mantenimento di un dipendente rispetto a un collaboratore esterno è più gravoso, ma d’altronde, se basiamo tale analisi sul costo di uno stipendio senza considerare la possibilità di crescita dell’azienda stessa qualcosa non và già in fase di analisi.

Gianluca Marconato
credits per l’immagine: www.marketing.territoriale.it

Quando la perfezione sta nei pixel

di Filippo Minelli · pubblicato il 27 Apr 2007
Archiviato in Advertising2 commenti

Filippo Minelli

Il consumatore di oggi sta diventando vanitoso. Almeno così sembra se andiamo ad analizzare cosa sta accadendo nel web negli ultimi tempi: infatti sembra essere di moda la “chirurgia estetica” delle foto. Così, rimuovere una ruga sotto gli occhi usando un filtro che cambia il singolo pixel della foto sembra essere diventata una professione alquanto redditizia.
I fotografi professionisti infatti stanno sfruttando con furbizia e software sofisticati i nuovi desideri dei consumatori. Esistono infatti numerosi siti in cui è possibile trovare servizi di “ritocco professionale”. Dai 20 ai 200 dollari, ognuno può ottenere ventre piatto, pelle più liscia o denti più bianchi…almeno in un’immagine! In più, un’ampia gamma di programmi è scaricabile per i computer di casa per le esigenze di base.
Che il mercato sia dominato ormai dalla vanità non è ancora stato dimostrato, sta di fatto però che esistono molteplici siti che offrono servizi specializzati per risolvere questi problemi, come ad esempio il ritocco di vecchie foto, in cui è possibile eliminare i segni del tempo o semplicemente bilanciarne i colori. Emy Craciunescu, fondatrice di Phojoe.com, afferma che il 50% del suo lavoro si svolge nell’alterazione delle foto delle persone per mostrare la propria imagine nel tempo. C’è da dire però che a volte questi lavori possono anche risultare utili, come ad esempio nel caso delle persone scomparse, o delle foto segnaletiche…
Un altro esempio di questo proliferare di siti di foto ritocco è Touch of Glamour, specializzato in “glamorizzazione”, un processo che include effetti quali la pulizia della pelle o addirittura dei veri e propri ritocchi su labbra, occhi, denti e pelle. Secondo i titolari del sito, il consumatore può scegliere il fotoritocco da fare in base all’uso che dovrà fare delle foto: foto di famiglia, presentazioni sul web, illustrazioni su riviste, ecc.
Alcune aziende, invece, stanno cercando di automatizzare il processo. Tra queste c’è Anthropics Technology, che costruisce un software chiamato Portrait Professional (al prezzo di 39dollari e95) che permette all’utente di utilizzare circa 80 modi per aumentare la propria bellezza grazie ad algoritmi che cambiano automaticamente i propri connotati!
È incredibile come questa moda sia in continua espansione: ad esempio, recentemente il sito FixUpPix.com ha ricevuto la richiesta di alterare la foto scattata da una telecamera di sorveglianza che ritraeva una persona intenta a rubare una bicicletta!
Al di là delle questioni etiche, che comunque richiederebbero un dibattito in questo senso, mi domando come tutto ciò possa essere diventato un business da sfruttare. È forse il lato oscuro della tecnologia, quello di cambiare la percezione delle persone e anche di sé stessi? Quali rischi si possono correre, sia da un punto di vista del consumatore, sia da un punto di vista delle aziende che operano nella rete, a causa di questo tipo di tendenze che portano ad un’eccessiva “falsificazione” della realtà?
Filippo Minelli per marketingarena
credits per l’immagine: : www.mindwhatyouwear.com

La fiera dell’italianità

di Ilaria Paparella · pubblicato il 26 Apr 2007
Archiviato in Eventi1 commento

Ilaria Paparella
E’ polemica di questi giorni il fatto che i politici nostrani abbiano un po’ snobbato l’appuntamento dell’inaugurazione della Fiera del Mobile, evento ormai di portata globale.
Fiera di un settore che produce quasi 9 miliardi di export e che rappresenta una delle migliori sintesi del made in Italy, ricchezza prodotta da migliaia di aziende che nel 95% dei casi non superano i 10 dipendenti. Meglio non spiegare al cinese che ha appena speso 120 mila euro per allestire i suoi show room o l’arabo che deve arredare i grandi grattaceli della penisola arabica in stile italiano, che in Italia sono tutti occupati nel dibattito sul futuro del partito democratico o a vedere in che mani andrà a finire Telecom..
Rosario Messina, presidente della Cosmit, società che organizza il salone, è stato infastidito dai problemi dell’intasamento del traffico intorno alla fiera ma gongola per i risultati commerciali: sono stati stimati infatti 260 mila visitatori di cui il 60% stranieri e tre su quattro hanno lasciato la fiera di Rho solo dopo aver fatto acquisti. Milano come una grande città portuale dove senti mille idiomi tutti insieme, dove ovunque ci sono feste, mostre ed eventi paralleli, dove tutto il mondo viene a vedere le cose belle. Tedeschi, americani, russi, vengono non solo per lo spirito goliardico che da sempre ha caratterizzato le nostre terre ma con lo spirito di rivivere gli anni della Dolce vita, mangiando bene e facendo acquisti che esulano dai soliti souvenir, e spesso arrivano per fare una settimana di vacanza nelle nostre montagne o nel nostro mare.
Viene da chiedersi da dove sia nato tutto questo, e la risposta è molto più semplice del previsto. Tutto questo è nato tanti anni fa nei laboratori o nelle falegnamerie brianzole o del veneto, gente che ha l’orgoglio di essere la spina dorsale dell’economia industriale, non finanziaria, che rischia in proprio e non può permettersi di perdere un minuto, pena il fallimento. Gente come Claudio Campeggi che mostra l’ultimo divano rosso disegnato da un grande designer e ricorda che il segreto del design italiano è la convergenza intellettuale tra il manager e l’artista che trovava il suo compimento in un’artigianalità senza pari nel mondo e che di questi tempi rischia di sfuocare in nome del marketing.
La fiera milanese ci ha mostrato come un evento capace di raccogliere le scosse creative ma anche le radici profonde dell’imprenditoria italiana riesca a generare un’energia tale che probabilmente, per alcuni giorni almeno, l’eterna competizione con i paesi dell’Est diventa fuori luogo poiché anch’essi riconoscono il plus valore dei prodotti italiani, un’energia capace di attrarre migliaia di visitatori in una città trasformandola centro nevralgico di un mondo e di un universo di senso.
La riflessione che mi viene da fare è allora quella di un compromesso tra artigianalità, intesa oggi soprattutto come qualità e tecnica di lavorazione innovativa e all’avanguardia e marketing, ritornando all’eterno dibattito che forse il marketing, da solo, lascia il tempo che trova. Secondo voi senza un retaggio culturale, senza lavorazioni frutto di decenni di apprendimento continuo, senza la passione di imprenditori che si mettono al servizio di creativi ed architetti, lo sforzo organizzativo e finanziario di una fiera come quella di Rho, avrebbe avuto lo stesso successo, per gli imprenditori e per la città stessa?

Ilaria Paparella per marketingarena

Alcune foto su: http://www.designpeople.it/
Fonte: Il Sole 24 Ore

Voipcheap vs. Skype 1 a 0

di Luca Dalla Villa · pubblicato il 26 Apr 2007
Archiviato in Tecnologia e innovazione2 commenti

Luca Dalla Villa

pochi giorni fa’, mi sono divertito a fare una vera e propria ricerca di mercato per testare sulla mia pelle caratteristiche e qualità di prodotti simili e per capire quale effettivamente mi convenisse scegliere.

Spesso per molta gente che vive all’estero o che desidera comunicare all’estero, si ricorre all’uso di sistemi voip e in particolare skype. In passato mi sono trovato molto bene con skype, ma da qualche tempo sono rimasto deluso dalla sua qualità delle chiamate verso i cellulari.
Bene, pochi giorni fa, un mio amico mi ha raccomandato voipcheap, dicendomi che le chiamate verso i telefoni cellulari erano nettamente superiori di qualità rispetto a skype. Questo mi ha spinto a scaricare il programma e provarlo, dopo due anni di assoluta fedeltà a skype. Sono rimasto impressionato dall’ottima qualità della chiamata e nessuno di chi chiamavo si era reso conto che lo chiamavo dal PC.
Oltre, a questo devo segnalare altre importanti considerazioni a favore di Voipcheap:
- con skype out, tu ricarichi 10 € per chiamare fissi e mobili e nel versamento ti viene addebitata anche un’iva del 15% ca (1,50 €) , con voipcheap caricando 10 € non viene addebitata l’IVA;
- le tariffe di skype sono di circa 0,017 centesimi al minuto verso i fissi (in Italia) e 0,250 centesimi verso i cellulari; con Voipcheap ricaricando del credito, invece, hai 1200 minuti al mese di telefonate gratuite ai telefoni fissi e paghi 0,131 centesimi al minuto verso i cellulari.
Per quanto riguarda, invece, la conversazione da computer a computer,dove anche qui skype era stato il primo ad entrare nel mercato, segnalo che molte volte le telefonate via skype subivano ritardi, brusche interruzioni e lunghe differite. Anche, qui abbiamo fatto alcune ricerche e segnaliamo come google talk raggiunga dei risultati più apprezzabili di skype.
Basandomi sui risultati ottenuti, ho deciso di passare a voipcheap e googletalk, non credo sia la fine di skype perché ho apprezzato molto il loro skypein in cui ho un numero che viaggia con me in tutto il mondo, ma la qualità delle chiamate e i relativi vantaggi di costo vengono come prima cosa e perciò mi limiterò a ricaricare voipcheap. I due prodotti identici per modalità uso mi hanno indotto a scegliere quello migliore per un puro calcolo di convenienza economica.
Invito a riflettere…

Luca Dalla Villa per Marketingarena

Formazione: una seconda vita

di Luca Crivellaro · pubblicato il 25 Apr 2007
Archiviato in Lavoro e careers1 commento

Luca Crivellaro

Come se non bastasse vivere una seconda vita, conoscere nuove persone e interagire virtualmente con esse, ora su Second Life possiamo anche imparare. Ebbene si, questo sta avvenendo su esperimento di Charles Nesson, professore alla Harvard Law School. Lezioni vere in un’aula virtuale, con studenti veri che controllano figure virtuali. Potrebbe essere questa la nuova frontiera della formazione a distanza, che fin dalla sua nascita è stata afflitta dalla sensazione eccessiva di lontananza e conseguente scarso coinvolgimento che penalizza l’apprendimento.

Nesson virtualmente ha le fattezze e il modo di vestire della realtà (capelli grigi, maglietta nera. Un professore “casual”!) e siede alla sua scrivania virtuale, rendendo l’istruzione credibile, interattiva e partecipata. Le caratteristiche del mezzo virtuale infatti aiutano ad avvicinare con più efficacia le nuove generazioni, che fanno ampio uso dei mezzi informatici.
Anche altre scuole americane si stanno lanciando in questa esperienza, al pari di alcune corporation come IBM, che è interessata alla formazione dei suoi collaboratori attraverso Second Life.

Queste arene formative possono tramandare qualsiasi tipo di sapere, però possiamo entrare nel dettaglio con un esempio: le lingue straniere. Andrea Benassi, ricercatore dell’Indire e curatore di Secondlearning.it, da tempo si occupa dell’apprendimento tramite Second Life sostenendo il Language Lab, una vera e propria scuola sperimentale per l’insegnamento delle lingue straniere. Il modo migliore per imparare una lingua straniera è parlarla, possibilmente nel paese in cui tale lingua è diffusa, ma ovviamente questo non è sempre agevole. Il Language Lab possiede un tipo di approccio “learning by experience”, perché vengono ricreate situazioni e ambientazioni tipiche di un paese straniero (pub, stazione, ufficio, etc) nelle quali si deve interagire con le altre persone, comunicando.

Un approccio attivo, opposto rispetto a quello scolastico, scevro di qualsiasi tipo di esperienza. Alto convolgimento 3D, aule spaziose e colorate, affascinanti alter ego virtuali, apprendimento di tipo descrittivo unito ad apprendimento di tipo esperienziale: di questo “apprendimento” sentiremo ancora parlare…

Luca Crivellaro per marketingarena

Per saperne di più. Articolo “Second Life Educational” in “L’Espresso”, 26 Aprile 2007.

Internet va troppo veloce?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 Apr 2007
Archiviato in Web marketing e 2.03 commenti

Giorgio Soffiato
Mi capita, in questi giorni, di frequentare diverse piccole imprese e, al tempo stesso, alcuni sviluppatori web. La sensazione è che ci sia un problema piuttosto grosso e che alcuni (molti) vadano a rischio di perdere la bussola, da entrambe le parti.
Le aziende, nonostante il passare del tempo, comprendono con fatica l’importanza dello strumento web perchè non ne vedono l’utilità pratica. Gli sviluppatori, da parte loro, non fanno nulla per evitare la confusione che si crea quando si propongono blog corporate e strumenti innovativi e 2.0 a chi fino a ieri aveva il sito fatto in publisher dal nipote, sempre che il 2.0 si possa vendere..
Ho parlato in altre sedi di un potenziale digital divide 2, e mi convinco sempre più di questa tendenza, siamo noi dei blog che diamo, piaccia o meno, gli spunti agli sviluppatori per le proprie invenzioni web e sarebbe forse il più apprezzato degli sforzi quello di impegnarsi a declinare in maniera più semplice le potenzialità del web. Molti, come noi, sono sostanzialmente blog di ricerca ed è giusto esplorare nuove vie, il pericolo è però forse quello di diventare tutti super consulenti di “leading 2.0 non conventional marketing innovation” senza che nessuno faccia più il carrello per l’e-commerce o, peggio, il prodotto oggetto dell’e-commerce in quel mondo off line che non va più di moda.
Ciò che va capito, insomma, è se internet continua a viaggiare più veloce delle pmi. Se questo gap si allarga abbiamo bisogno di tool semplificati e accessibili, di chiari tariffari ed esempi causa-effetto per permettere a chi approccia (pur con colpevole ritardo) questo mondo, di comprendere a pieno dove e come si sta muovendo. Progettare eventi virtuali su second life è un ottimo trend, altro espediente di grido sono i mini siti o i video virali, dobbiamo però riuscire a non dimenticare che la fuori sono ancora in tanti, persone ed aziende che Joost e Zoopa non sanno cosa siano, e che chiedono ancora perchè si guadagna pur senza sporcarsi le mani. Io non sono un benefattore ma credo che quelle aziende custodiscano un grande valore, tanto in termini di esperienze di business quanto, soprattutto, in potenzialità di crescita a braccetto con internet. Più operatività insomma, e meno fuffa. Tutti noi abbiamo diritto a sviluppare progetti al massimo dell’innovazione ma qualcuno, dobbiamo stabilire chi, deve preoccuparsi di restare indietro ad aspettare, il mercato non può essere cosi selettivo da escludere, a mio avviso, quella consistente fetta di pmi che ancora devono condividere un nuovo paradigma e che difficilmente potranno partire dal 2.0 senza aver visto l’1.0. O sbaglio?

Giorgio

Marketing Playoff

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 Apr 2007
Archiviato in Web marketing e 2.03 commenti

Giorgio Soffiato
Completato il primo turno dei marketing playoff con grosse novità, conoscendo la qualità dei blog e dei blogger dispiacciono le uscite premature di disruption e viralavatar su tutti. Presto le nuove selezioni (se ho ben capito anche se non è esplicitato il ritmo è circa giovedi/lunedi), speriamo che marketingarena continui a giocarsela :-)

In un momento caratterizzato da un progressivo cambiamento che sta portando l’organizzazione industriale da una prospettiva fordista della produzione del valore ad una prospettiva post-fordista, dove l’economia locale diventa una semplice variante della più complessa economia globale, cambiano allora le “regole del gioco” e lo stesso contesto entro cui le imprese si trovano ad operare.
Quello che allora più conta in tale situazione non è tanto la quantità del venduto, ma la qualità, ossia essere in grado di tradurre in prodotti vendibili sul mercato l’insieme di conoscenze e competenze distintive che ogni impresa possiede.

In un contesto del genere mi chiedo allora se non sia il caso di rivedere le varie strategie aziendali per meglio adattarle alla situazione che si sta prospettando.
In particolare, in questa nuova economia, sembra che l’esternalizzazione delle attività “accessorie” e la concentrazione sul core business dell’azienda rappresenti la strategia che, meglio di qualsiasi altra, sia in grado di rispondere alle esigenze dell’economia globale.

A questo punto però una domanda mi sorge spontanea: la cara e vecchia strategie di integrazione verticale possiamo ritenerla surclassata o può ancora trovare uno spazio degno di nota in questo contesto? E le aziende che attualmente si trovano fortemente integrate sono destinate ad affrontare serie difficoltà o possono ugualmente uscire vincenti da questo periodo di transizione?

Enzo Rullani, in un suo interessante articolo (“Distretti industriali ed economia globale”) dice che “la spinta verso il mercato globale è la stessa che porta verso la de-verticalizzazione dei cicli e la concentrazione delle risorse conoscitive su un core business specializzato”.
Uno infatti dei principali limiti dell’integrazione è legato alla tendenza della stessa di portare verso la cosiddetta “sclerosi aziendale”, impedendo dunque all’impresa la flessibilità di cui necessità in un contesto così complesso come l’attuale.

Tuttavia, se volessimo andare un po’ più in profondità nel discorso, non sarebbe forse il caso di analizzare la questione in modi differenti in base al settore di riferimento che di volta in volta viene preso in considerazione?
Se consideriamo ad esempio il settore turistico, la numerosità dei soggetti che operano lungo la filiera nonché la complessità delle relazioni che li legano, porta l’integrazione verticale ad essere una delle strategie di crescita più utilizzate (in particolare dai tour operator) in quanto consente di avere un maggiore controllo sul prodotto finale. Basti pensare ai due maggiori tour operator nazionali (Alpitour e Ventaglio) per rendersi conto di come siano perfettamente integrati.

Mi chiedo e vi chiedo dunque: possiamo ormai definire l’integrazione verticale una strategia destinata a scomparire o in alcuni casi può rappresentare ancora un valido aiuto per lo sviluppo di un’impresa?

Thomas Longo per marketingarena

Credits per l’immagine: http://www.mocmediterraneo.it/ita/image/k01f.gif

Copyright © 2008 - MarketingArena.
MarketingArena Consulting P. IVA 01352890295