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Archivo » February 2007

Il web marketing è morto

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 28 Feb 2007
Archiviato in Web marketing e 2.04 commenti

Giorgio Soffiato

(problemi di pubblicazione, eliminate tre righe iniziali) come qualificare il web marketing nel 2007? Le sensazioni legate ai budget di marketing e di web marketing sono imbarazzanti di fronte al cambiamento verso il mondo digitale. E google è il direttore d’orchestra in questo ambito.
Dice Stefano Hesse che la differenza tra marketing e web marketing non ha più ragione di esistere. Ed ha ragione. Il contesto è talmente mutevole e digitalizzato che non è più possibile relegare il web marketing al neoassunto, allo stagista o al dipendente scentrato e smanettane con lo stesso budget destinato ai regali di natale aziendali.

Esiste probabilmente una falla nella diga del marketing odierno e la mia opinione è pessimista in merito: non terrà. I grandi saggi del marketing accettano spesso con reticenza il fenomeno internet e si rifiutano di guardare al nuovo, c è però un problema, siamo di fronte a quanto di più inarrestabile possa esistere. Il bello è che la gente non deve imparare ad andare su internet colmando digital divide e gap informativi, è internet che sta per andare dalla gente, grazie ai laptop e alle reti wi-fi, ai videofonini e all’ip tv.
Ci vorrà un po’ ma la propagazione è esponenziale e io credo che chi rifiuta le novità continuando a vendere gli stessi spazi tv da 30” senza contestualizzarli avrà vita breve nel settore. I segnali ci sono tutti, la rivoluzione è iniziata, è inarrestabile e può solol essere accettata.

Quando qualcosa si romperà nel meccanismo assisteremo ad un rimescolamento delle competenze e dei budget e capiremo che l’occasione per generare vantaggio competitivo che ci siamo lasciati scappare era ghiotta e rimpiangeremo il 2007 in cui era ancora possibile imparare dagli americani che hanno già vissuto questa fase e sfruttare l’esperienza a nostro pro.

Oggi internet è equiparabile alle affissioni, alla tv, alla radio come approccio, ed è l’unico canale in pesante crescita in un settore tutto sommato altalenante, non è più il fratello minore da tutelare e tollerare, oggi internet ha una sua dimensione e questa fase di assestamento può consentire, soprattutto alle pmi, di cambiare le carte in tavola durante la riorganizzazione, e i mastodonti dell’organizzazione burocratica che resteranno indietro faticheranno a riprendersi.

Diamo al marketing digitale una dignità, siamo all’ultimo giro di clessidra..

Giorgio

Oggi Luca Dalla Villa intervista Sergio Maistrello di Metafora.it

1) ottima l’iniziativa del blog, ma partiamo subito in quarta e ti ripropongo la stessa domanda che ti poni nel blog: “Un’altra pubblicità è possibile”?

Metafora AD Network è il blog di una concessionaria innovativa di pubblicità che riunisce un gruppo di siti e blog molto noti (Apogeonline, Webgol, Simplicissimus, Antonio Tombolini, Simplicissimus Blog Farm, Mlist, Vino al vino, LaVINIum, Digital Marketing e Mappedellarete.net). Io ne faccio parte in quanto direttore di Apogeonline, la webzine di informazione tecnologica della casa editrice Apogeo, ma sono soltanto una tra le persone che danno vita a Metafora. Nessuna delle quali pubblicitario per vocazione, a dirla tutta: ci occupiamo di tutt’altro nella nostra vita professionale. La domanda che usiamo come occhiello della nostra attività (“un’altra pubblicità è possibile?”) è evidentemente retorica. Più che sulla possibilità in sé (la facciamo, dunque crediamo che sia effettivamente possibile), insistiamo sull’idea di una pubblicità diversa dal solito, tesa a recuperare lo spirito di servizio e la fiducia reciproco tra chi propone le inserzioni, chi le ospita e chi ne usufruisce.

2) Il sito ha un nuovo modo di affrontare il marketing e la comunicazione, in buona sostanza che qual è l’obiettivo con il tuo blog? Da dove l’idea?

L’obiettivo del network Metafora (indipendentemente dal suo blog, che è solo il notiziario pubblico), paradossalmente, è fare poca pubblicità. Ma molto qualificata. Selezioniamo soltanto gli inserzionisti di cui abbiamo piena fiducia, per qualità dei prodotti pubblicizzati o per etica imprenditoriale. E chiediamo loro di accontentarsi di uno spazio ridotto, evitando ogni forma di animazione e di malizia. Per contro sulle nostre pagine saranno presenti soltanto loro, non ammettiamo la coesistenza di alcuna altra forma di pubblicità. E ci mettiamo la faccia: ogni inserzione è accompagnata da un nostro endorsement, che spiega perché abbiamo accettato quella campagna e perché ci fidiamo dell’inserzionista. Mettiamo in gioco l’influenza maturata dai nostri siti come merce di scambio per ottenere maggiore valore per tutti gli attori coinvolti. Agli inserzionisti mettiamo a disposizione un luogo prestigioso in cui contattare i lettori più evoluti della Rete senza necessità di alzare la voce. Ai lettori crediamo di offrire un servizio potenzialmente utile, che non toglie nulla alla qualità e alla pulizia del sito. E quanto a noi, utilizziamo i profitti di Metafora in primo luogo per migliorare la qualità dei contenuti.

3) Sick-girls, ass-vertising e molti altri ancora….dobbiamo sempre più aspettarci sempre più shock-vertising, o siamo solo in un periodo di vuoto creativo e, cerchiamo di nascondere il tutto con la buona e sana provocazione?

La pubblicità è ormai abusata, spolpata di ogni valore, privata di ogni scrupolo. Non è un problema di creatività, secondo me. Perché proprio il modo in cui si cerca di catturare l’attenzione dei destinatari finali è spesso estremamente creativo. Il punto è che la pubblicità ha perso il rispetto, nei modi e nei tempi. Ritiene che qualunque mezzo sia lecito pur di raggiungere lo scopo. E quando qualcuno fa notare che è stato superato ogni livello di guardia, l’intero settore ha l’abitudine di autoassolversi adducendo serissime motivazioni di marketing o, peggio, l’efficacia di queste strategie alla prova del mercato. Non è una questione di provocazione o di buon gusto. È una questione di rispetto per i propri simili.

4) www.metafora.it è stata citata da Nòva (del Sole24ore), mentre l’epidemia virale tra i blog si era già diffusa: oggi come oggi, hai già pensato di lanciare una campagna anche più “istituzionale”..o credi non ne valga la pena?

Metafora AD Network è un aeroplanino di carta che prova a volare in un cielo pieno di aerei supersonici e navicelle spaziali. È una piccola iniziativa che prova a ritagliarsi il suo spazio più in forza di un’idea che per attirare attenzione a priori su di sé. Lavoriamo per emergere dal basso; al momento non pensiamo a campagne di promozione dall’alto. Siamo un gruppo di persone che operano su siti molto eterogenei, ma che sono unite da simpatie elettive e e affinità ideali nel modo di concepire la propria presenza in Rete. Il resto arriverà da sé, se l’idea prenderà piede.

5) Parliamo tanto del blog, ma di te Sergio Maistrello, non so molto…presentati, anche se alla quinta domanda potrà sembrarti insolito…dicci chi sei, che fai e di cosa ti occupi!siamo sempre molto curiosi..

Metafora è uno dei diversi luoghi in cui ho l’occasione di esprimermi professionalmente. Quanto a me, sono un giornalista. Mi occupo di nuove tecnologie a misura d’uomo, ho scritto un paio di libri sui blog e sulle implicazioni di quella che a me piace chiamare la “parte abitata” della Rete. Dirigo, come detto, Apogeonline e scrivo su diverse testate specializzate. Per il resto, Google sa un sacco di altre cose sul mio conto, poco rilevanti in questa occasione. :)

6) Io che sono studente ho ben presente la casa editrice Apogeo, ma spiegaci il legame tra metafora e Apogeo…

Apogeo ha promosso la nascita di Metafora AD Network ed è direttamente impegnata nella sua realizzazione. Dopo aver disdetto ogni accordo pubblicitario su Apogeonline, il principale sito della casa editrice, ci siamo posti il problema di come sostenere i costi del nostro impegno editoriale. Abbiamo valutato opportunità e strategie per diversi mesi, ma non ne abbiamo trovate di soddisfacenti. Così, ispirati dall’esperienza americana di The Deck, abbiamo deciso di costruirci la concessionaria in casa. Abbiamo lanciato l’idea e nel giro di poche settimane abbiamo raccolto una decina di partner, gli attuali membri del network.

Luca Dalla Villa per marketingarena

Dove vai se il diesel non ce l’hai?

di Gianluca Marconato · pubblicato il 25 Feb 2007
Archiviato in Marketing3 commenti

Gianluca Marconato

Ricordo che non più di 7, 8 anni fa lessi un articolo su una rivista di automobili in cui si effettuava la prova di una BMW serie 7, la quale era equipaggiata del primo propulsore turbodiesel ad alte prestazioni.

Il tester nella prova lodò l’auto per le prestazioni ottime, dovute al propulsore, in relazioni ai consumi, ridotti rispetto alla cilindrata, ma terminò l’articolo dicendo: “Questa BMW è eccellente, ottima in ogni aspetto: lascia perplessi un solo dettaglio: quanti saranno disposti a spendere oltre cento milioni di lire per aspettare al distributore che un vecchio Ducato finisca di fare rifornimento?”.

Mi era rimasto impresso quest’ultimo dubbio, in quanto anche a me al tempo sembrava alquanto bizzarro immaginare che qualcuno potesse davvero comprare un’automobile del genere: che senso aveva spendere tutti quei soldi per un’auto di rappresentanza diesel?

Oggi la situazione si è quasi rovesciata: il Suv X5 era “in” se turbodiesel, la VW Golf se TDI, idem per Audi, Mercedes, Fiat… Oggi perfino le cabriolet e le sportive vengono equipaggiate con propulsori a gasolio! Vi siete mai chiesti come mai in poco tempo, il diesel da motore “commerciale” è passato allo status di motore di tendenza?

Certo il primo aspetto è di sicuro il miglioramento dei propulsori a gasolio, la cui tecnologia in poco meno di una decade ha fatto passi da gigante: da solo tuttavia non basta a spiegare il successo (in Italia oltre il 50% delle nuove immatricolazioni è diesel) di questa alimentazione. Le grandi Case hanno investito moltissimo in R&D, per implementare le performance dei loro propulsori, ma altrettanto in marketing e comunicazione per far sì che i progressi fossero giustamente portati a conoscenza. Una comunicazione ai fianchi dell’automobilista molto efficace, dato che di messaggio in messaggio ha portato ai risultati sperati tanto che oggi sembra ovvio pensare al diesel come la prima scelta, o una valida alternativa nei confronti del motore a benzina, al momento della scelta nell’acquisto dell’automobile.

Si può ricavare un insegnamento da tale esperienza: lo sviluppo tecnologico, gli investimenti in R&D, la ricerca dell’innovazione spinta vanno benissimo e sicuramente sono fonte di vantaggio competitivo. Ma se questo vantaggio non viene comunicato, il solo upgrade del prodotto o anche un cambiamento radicale di standard da solo non è detto che si faccia strada, anzi. Per molte aziende, specie PMI, questo concetto è ancora fantascienza. Nel loro piccolo, con i mezzi a loro disposizione, dovrebbero sempre cercare di comunicare ai propri stakeholder quanto di buono riescono a produrre, per fidelizzare il cliente, migliorare la relationship con il fornitore e rassicurare le banche!

Gianluca Marconato per marketingarena

Il 21 febbraio a Londra Nintendo Wii riceve il premio European Gadget of the Year, come miglior prodotto tecnologico dell’anno, all’interno della cerimonia europea degli Shiny Media Gadget Awards 2007, un evento che coinvolge i maggiori blogger del settore ed è lo stesso che ha premiato l’ipod di apple l’anno scorso.
A questo punto vengono naturali un paio di considerazioni: qual è stato il fattore scatenante del successo di Nintendo? È paragonabile a quello della Ps? Chi vincerà?

I dati numerici sono spaventosi per questa consolle: cercare di sfondare un mercato ormai saturo ed abituato al meglio non è per niente facile, e non so se si può già dire che Nintendo ci sia riuscita, ma soltanto pensare al fatto che in 10 giorni ha venduto in Usa e Giappone un milione di consolle, è un dato che fa riflettere, e non poco.

Il successo sembrava dunque assicurato al lancio e confermato ad oggi; ma quali sono stati i fattori principali di tutto ciò? In primis sicuramente la tecnologia elettronica utilizzata, che si caratterizza per la possibilità di rilevare i movimenti nello spazio, e che offre molto più realismo e più divertimento al consumatore, rispetto alle consolle tradizionali; in secondo luogo la facilità di utilizzo del gioco, ha permesso, secondo le prospettive della direzione generale, di andare a coprire una fetta di mercato ancora vergine, quella dei non-videogiocatori, infatti il GM di Nintendo Italia ha dichiarato che grazie alla nuova tecnologia usata, l’azienda conta di raggiungere un pubblico nuovo, quello finora non attratto dai videogiochi appunto, e viste le cifre di vendita sembra ci siano proprio riusciti; in terzo luogo viene da chiedersi se il design ha contribuito, come nel caso dell’ipod, a far vincere il modello e a personalmente la mia risposta è negativa, in quanto ritengo che paragonato a quello di Play Station, non vi sia nemmeno un confronto possibile, cioè la piattaforma wii ha le sembianze di una “semplice consolle”, non certo di un oggetto di arredamento come quello di Sony, tuttavia potrebbe essere che la scelta non sia casuale; Quarto e ultimo, ma non meno importante, fattore di successo è stato sicuramente il prezzo di lancio, che anziché essere spropositatamente elevato, si è proposto come accettabile ed allo steso tempo più basso della concorrenza ( a dicembre, al lancio, nintendo costava 259 euro, mentre xbox 360 versione completa costava 399 euro e addirittura 599 euro per la Ps3).

A questo punto viene davvero da chiedersi chi vincerà tra Sony, Microsoft e Nintendo… la sfida è aperta, e soprattutto giocata su fronti diversi: Sony mira ad una tecnologia elevata, ad alta qualità del prodotto ed ad un design incredibile, Microsoft e Nintendo non hanno forse lavorato molto sul design e sullo status symbol del bene, ma hanno preferito rispettivamente target e strumenti diversi, quali ad esempio le comunità virtuali (celebre è il caso di xbox live) o la tecnologia wii di cui si parlava sopra. Alla fine sarà dunque è difficile dire oggi chi vincerà, ma credo in fondo ci sia spazio per tutti e tre e per una sana concorrenza: è presto parlare di vinti e vincitori, la battaglia è appena iniziata; è vero che wii sembra aver battuto alla grande ps3 ma è vero anche che il prezzo di quest’ultima si presenta ancora molto elevato. Vedremo.

Stefano Guerra per Marketingarena

www.zacinto.net “Nintendo Wii arriva in Italia”
www.macitynet.it “Il genio di Nintendo Wii batte la forza di PS3, per ora…”
www.nintendo.it

La creatività per il sociale

di Thomas Longo · pubblicato il 24 Feb 2007
Archiviato in Advertising, Design e arte4 commenti

Thomas Longo

Nella realizzazione di una campagna pubblicitaria la creatività gioca il ruolo di protagonista nell’estrinsecare attraverso immagini e testi quello che è il pensiero di fondo che si vuole comunicare; una pubblicità infatti, se vuole attirare l’attenzione del pubblico, deve essere in grado di catturare e sorprendere chi la sta guardando.
In questo articolo vorrei mettere in risalto il ruolo della creatività nelle campagne per il sociale mettendo a confronto alcuni manifesti per far capire come può essere completamente diverso l’ “effetto” di suggestione di campagne sociali aventi lo stesso scopo ma che utilizzano visual completamente diversi.

Il primo caso che metto in risalto è relativo a due differenti campagne per la sicurezza stradale.
La prima immagine, promossa dalla provincia di Pesaro e Urbino si basa su un messaggio testo chiaro e conciso (pensa alla vita, non ne hai un’altra), anche se forse il messaggio riprende un classico luogo comune (la vita è una sola) e questo a volte potrebbe rappresentare un punto di debolezza; il tutto accompagnato da un’immagine che richiama uno degli aspetti più belli della vita, l’amore.
La seconda campagna è stata realizzata in Nuova Zelanda: si tratta di un messaggio che privilegia l’immagine (cruda e di forte impatto emotivo) alle parole, puntando sul forte grado di suggestione e “angoscia” che la visione dell’immagine provoca a chi la guarda.

Il secondo caso riguarda due campagne sociali per la lotta contro il fumo.
Nel primo manifesto, campagna lanciata dal Ministero della Salute italiano, ci troviamo di fronte ad un visual molto semplice, oserei dire forse un po’ troppo, accompagnato da uno slogan altrettanto sintetico e di indubbia capacità attrattiva.
Nel secondo caso invece, campagna promossa dal governo inglese, il manifesto utilizza un’immagine che, seppur surreale, metaforizza la dipendenza dal fumo incoraggiando gli utenti a “non abboccare” alla sigaretta.

Alla luce dunque di questa breve descrizione dei due confronti proposti, quali campagne risultano maggiormente congeniate dal punto di vista creativo?
La risposta mi sembra alquanto ovvia (foto 2 e 4).
Se riprendiamo ad esempio la campagna neo-zelandese essa si basa su un messaggio testo se vogliamo “banale” (indossa sempre la cintura), una regola che tutti sanno deve essere rispettata e che se lasciata sola, passa del tutto inosservata ma se accompagnata ad un’immagine che mostra gli effetti del non rispetto della regola, allora cambia completamente l’impatto.

In conclusione di tutto ciò mi sembra opportuno dire che per quanto riguarda la creatività nell’ambito sociale, forse l’utilizzo di immagini crude o che comunque creano una forte suggestione del pubblico può rappresentare un buon punto di forza e di efficacia per raggiungere gli obiettivi della campagna.
Voi che ne dite?

Thomas Longo per marketingarena

Un teatro europeo, per ipotesi diciamo italiano, copre l’80% del suo bilancio con finanziamenti diretti dello Stato, viceversa in America le sovvenzioni per un teatro non superano il 6% ed il resto è coperto da contributi di privati.

Partendo da questo dato di fatto vorrei riflettere sul perché tali sistemi siano tanto diversi e quale dei due sia migliore.
Il problema potrebbe essere sintetizzato dal dialogo immaginato da un illustre economista della Princeton University e che vede coinvolti un economista senza alcuna nozione culturale e un uomo di cultura che sa ben poco delle regole economiche.

Il primo ovviamente sosterrà che bisogna dare ai consumatori quello che desiderano, quindi se desiderano “spazzatura” nulla vieta che questa sia offerta.
L’uomo di cultura, inorridito, sosterrebbe invece un modello secondo il quale un ente superiore (lo Stato) finanzia le arti nella loro accezione più vasta e meno limitante possibile.
Immaginandoci arbitri in questo dialogo dovremmo tener conto di entrambi i punti di vista: sarebbe bene favorire la qualità della cultura evitando livellamenti verso il basso spinti dalla massa ma sappiamo anche che il denaro è limitato e che è necessario un criterio per selezionare gli investimenti.

A questo punto Tyler Cowen, autore del dialogo, ritorna ad una logica economica ed afferma che la competizione è l’arma migliore per scremare i possibili investimenti culturali e che quindi il sistema americano è il migliore. Perché? Il sistema decentrato Usa è basato sulla deducibilità fiscale delle donazioni rispetto a quello dell’Europa continentale che invece è basato sul sussidio diretto. Grazie a questo modello in America il 60% degli americani dichiara di fare donazioni a istituti culturali deducibili dal reddito: ogni dollaro donato riduce le entrate fiscali tra 28 e 40 centesimi, cioè tra i 26 e i 41 miliardi di dollari all’anno.

Altro aspetto importante: la competizione decentrata per gli investimenti evita che i finanziamenti siano decisi da un ente superiore con criteri non sempre molto chiari e si sono apportate piccole regole sulle norme di selezione per evitare distorsione del mercato (finanziamento della “spazzatura”).
In fin dei conti la differenza tra i due sistemi si sostanzia in quanto i finanziamenti devono essere usati per creare nuova cultura piuttosto che per conservare quella già esistente: in Europa, dove c’è molto da conservare e il patrimonio nazionale è ben chiaro quale sia, l’investimento diretto ha anche un suo senso ma dove c’è una competizione tra manifestazioni culturali non c’è dubbio che il meccanismo indiretto è il migliore (anche perché non è detto che lo Stato sovvenzioni sempre le opere culturalmente più “alte”..anzi..)

Quante sovvenzioni, che ora sono modeste e sparpagliate, sarebbe possibile concentrare su progetti non banali, davvero degni di nota, cambiando il sistema fiscale? Sulla deducibilità fiscale degli investimenti artistici qualcosa è stato fatto ma certo il sistema non è ancora cambiato. Mi chiedo anche a livello di marketing, quanto l’immagine delle imprese potrebbe godere dell’impegno attivo, manifestato e univoco nelle attività culturali.
Andando totalmente fuori il campo culturale e ricollegandomi a vecchie discussioni (“Google poteva nascere in Italia?”) bisognerebbe davvero chiedersi quanto il sistema finanziario, fiscale, contributivo dovrebbe fare per ammodernarsi e stare al passo con i tempi che richiedono innovazione decisa e presa di responsabilità da parte di tutti.

Ilaria Paparella per marketingarena

Fonti: Tyler Cowen “good and planty. The creative success of American art funding” Princeton University press
Il Sole 24 Ore

Credits immagine: businessitalia.finanze.it

“The launch of “Harry Potter – Half Blood Prince” is the most successful book launch of all time.”
Harry potter, ormai soprannominato “The marketing wizard”, in termini di libri venduti, è terzo nella storia della letteratura di tutti i tempi, dietro solamente alla Bibbia e ai “thoughts of Chairman Mao.”
In questa sede, non voglio approfondire le tematiche di marketing editoriale legate a H.P. , per le quali rimando ad alcuni articoli tra cui:
http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=4774952 e http://www.businessweek.com/innovate/content/jul2005/di20050721_060250.htm

Vorrei invece focalizzare l’attenzione sull’evento del lancio del libro e dell’esperienza che hanno potuto provare i partecipanti.
Cosa attrae le persone che partecipano ad un evento? Sicuramente l’aspetto divertimento e la promessa di interattività sono alcuni dei driver fondamentali, così come la promessa di “qualcosa di gratuito”! dal momento che molti markettari cercano di estendere l’esperienza dell’evento oltre l’evento in se, i fotografi si sono dimostrati un potente mezzo per perpetuare la brand recognition. Secondo alcune ricerche, il pubblico dimostrava la disponibilità a fare delle foto gratis per portare a casa un ricordo dell’evento nel 77% dei casi.Di quelli che accettavano, la maggior parte diceva di preferire il ritiro immediato della foto, gli altri ritenevano accettabile riceverle via mail. Questi risultati dimostrano che la distribuzione di foto durante l’evento può essere usata come un momento di valore per l’esperienza dell’evento, come un alternativa ad altri gadget con minore valore intrinseco. Le foto, soprattutto quelle consegnate online, sono un importante opportunità per ottenere feedback dal pubblico e per verificare la possibilità da parte degli utenti di condividere le foto in siti, blog o semplicemente in famiglia. Le ricerche infatti indicano che coloro che partecipano agli eventi sono attivi nella condivisione delle loro esperienze, e le foto – siano esse ritirate in loco o online – sono il migliore veicolo per rivivere l’esperienza.

La fotografia istantanea di Polaroid ha aiutato il più grande book-seller mondiale a celebrare il più grande successo di lancio di nuovo prodotto editoriale. Centinaia di negozi Barnes & Noble infatti hanno sponsorizzato il “Midnight magic party” per la presentazione ufficiale di “Harry Potter and the half-blood prince”. I party hanno offerto una grande varietà di gadget di Harry potter e scenari per tutti coloro che volevano posare per una istantanea. “Abbiamo scattato più di 250000 foto in tutto il paese” – dice Carolyn Brown (Direttore Comunicazione Corporate di Barnes&Noble). Il successo del party è stato enorme e i fan di harry potter hanno potuto conservare il ricordo dell’evento grazie alle foto Polaroid scattate.

Gli eventi, in questo senso, sembrano il mezzo di comunicazione più idoneo a trasferire emozioni e a regalare esperienze a coloro che vi partecipano. Il marketing degli eventi, in cui un’azienda impiega una strategia face-to-face per dare vita ad un brand e portarlo verso i consumatori sembra essere una strategia efficace ed efficiente per creare un’esperienza interattiva con il brand. Si può dire che il marketing degli eventi sia una strategia “self-selecting”, poiché i consumatori scelgono di partecipare ad un evento solo se sono realmente interessati a questo, al prodotto o al servizio offerto. È la fine dei media tradizionali? Che ne pensate?

Warren Whitlock, esperto di marketing editoriale e fondatore del blog http://pottermarketing.blogspot.com/, ha individuato alcune chiavi di lettura per la lezione di marketing data dal lancio del libro:

· Le persone leggono. Bambini, genitori e tutti coloro che erano nei negozi avevano un libro in mano. Per gran parte della serata c’erano più persone che leggevano rispetto a quelle che parlavano

· Molte delle persone che erano dei negozi non avevano mai letto il libro o acquistato le altre copie. Ci sono andati perché hanno chiesto e sono entrati nell’atmosfera

· Anche i libri di fantascienza vendono.

· Bisogna cercare FANS, non una lista di consumatori. Trovate la folla appassionata e vendete a loro.

· Non abbiate la presunzione di conoscere il mercato. Questo non è un libro per ragazzi, e la promozione è stata adattata di volta in volta con ogni volume.

· Rompete le regole, ottenete risultati straordinari

· Cambiate le regole: fate si che il costo di “appartenenza” sia un costo reale. La pubblicità che diceva “il nuovo libro di harry potter è uscito” non avrebbe altrimenti sollevato una tale eccitazione, e un tale ammontare di vendite

· Usate più di un mezzo di comunicazione

· Entrate nella testa del lettore per entrare nell’evolversi della storia. Il primi libri erano misteri, adesso la storia è l’anticipazione e la promozione.

· Fate si che il processo d’acquisto sia divertente. C’è molta più esperienza oltre il mero acquisto del libro…

· Vendere libri non è vendere parole in una pagina

Filippo Minelli per marketingarena

Intervista ad Andrea Granelli

di Luca Dalla Villa · pubblicato il 20 Feb 2007
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Luca Dalla Villa

Consulente, uomo marketing, ricercatore, creatore di start up e di fondi di venture capitalist, tutto questo e molto altro è Andrea Granelli, intervistato per marketingarena da Luca Dalla Villa.


1) Leggo il suo c.v., e leggo una vita ricca di esperienze in vari settori ma sempre con il filo comune dell’Innovazione: a questo punto mi chiedo: che cosa significa per Lei Innovazione?

Vuol dire fare qualcosa di nuovo e soprattutto di utile per un gruppo significativo di utenti, che è disposto a pagare un prezzo per quella prestazione. Infatti l’innovazione si misura dall’impatto che ha sul mercato – da come risolve in maniera diffusa specifici problemi – e non solo dalla sua novità tecnica, dallo stupore ad essa associato. In questo aspetto sta la differenza fra invenzione – fatto tecnico – e innovazione – fatto economico, sociale ma anche culturale.

2) Ha scritto un articolo “Digital Self. Il nostro doppio in rete”, Lei crede che la tecnologia sia uno strumento per potenziare le capacità umane o atrofizzarle?

Può fare entrambe le cose. Generalmente il potenziamento di un organo è a scapito del potenziamento di un altro.

3) Di recente sono stato al Workshop organizzato presso la Venice International University sul turismo culturale in cui ci parlava del ruolo delle nuove tecnologia applicate al turismo. L’argomento che più mi ha affascinato è quello della “multidisciplinarietà per integrare un insieme di linguaggi diversi” ce ne potrebbe parlare anche qui e spiegare cosa intende?

Afferma Braudel: “essere stati è una condizione per essere”. Ogni riflessione sul futuro – anche quello più avveniristico – deve partire da una comprensione del passato. Questo studio del passato – naturale nella psichiatria – è poco presente nell’economia – sempre alla ricerca di segnali deboli, trend e scenari predittivi. Esercizio spesso vano: come osservò Robert B.Dilts nel suo Leadership e visione creativa, “Se si da un calcio a una palla, si può prevedere una traettoria, se si da un calcio ad un cane, no”.
Se l’unico senso della tecnica fosse quello di funzionare, se l’unico senso dell’innovazione fosse quello di generare tecnologie che funzionano meglio, come denuncia Galimberti, in un mondo nel quale la tecnica sembra avere conquistato l’orizzonte dell’uomo occidentale, occorrerebbe rivedere ogni concetto relativo al senso: da identità a storia, da libertà a individuo. Conclude il filosofo che l’unica “flebile speranza” per l’uomo nell’età della tecnica è quella che deriva da un “ampliamento della sua capacità di comprensione”. Solo questa è la strada per riconfigurare il rapporto tra tecnica e uomo: un’espansione della consapevolezza per rimettere al centro della scena l’uomo dopo averne ampliato la capacità di comprensione.
Si tratta di ricreare un equilibrio tra innovazione e società, tra tecnologia e umanesimo. Superare l’idea che l’innovazione sia soprattutto tecnica. Riscoprire il valore dell’innovazione come esperienza umana a tutto tondo, comprendente dunque l’arte e l’estetica, la qualità e la quantità, l’empatia e la conflittualità, l’industria e l’artigianato

4) Innovazione e Design: questo è il binomio che spesso la accompagna e anche rileggendo i suoi ultimi articoli nel SOLE24Ore mi pare di capire che la questione le sta particolarmente a cuore. Ci potrebbe dare una breve sintesi di come si deva evolvere il Design in Italia?

All’inizio del Novecento, l’obiettivo del design era stato di trasferire nella produzione in serie delle macchine le qualità artistiche e artigianali del passato, riproducendo una sorta di unicità. Oggi questo antidoto contro la serialità può essere assicurato dalle nuove tecnologie digitali – grazie al loro potere narrativo, immersivo e personalizzante – purché esse diventino parte integrante e “completante” del prodotto fisico.
Bisogna quindi progettare prodotti e servizi centrati sulle esigenze e gusti del consumatore, in maniera attenta ai costi e alla complessità della produzione e consapevole dell’impatto ambientale (sia nella produzione che nell’utilizzo/consumo e smaltimento). Il design tradizionale fa del prodotto soltanto un oggetto estetico, mentre il design strategico vuole arrivare al prodotto (e anche alla sua dimensione estetica) attraverso la considerazione dei materiali, dell’ambiente, delle circostanze nelle quali il prodotto sarà usato, o delle sue funzioni.

5) “Master in Business Design” ecco uno dei master senz’altro più originali del panorama milanese e italiano, dove Lei Granelli tiene un corso: chi è il candidato ideale a questo Master e cosa può aspirare dopo averlo conseguito. Le faccio un caso pratico: io Luca Dalla Villa studente di Marketing & Comunicazione, potrei essere idoneo?

Certamente si. La complessità dei temi da affrontare e la tensione verso l’innovazione richiedono quasi sempre un approccio interdisciplinare, sia per gli aspetti analitici di comprensione dei problemi che – soprattutto – per la realizzazione di soluzioni autenticamente creative. Servono quindi figure professionali capaci di muoversi lungo diversi ambiti disciplinari per richiedere, verificare e integrare differenti contributi. Ma soprattutto servono persone capaci di progettare o di indirizzare le attività legate alla progettazione (in primis la creatività) e cogliere gli aspetti umani insiti nella scelta e nell’uso di un prodotto e servizio.

6) “Bloggo dunque sono” è una provocazione? No, è semplicemente l’articolo che ha scritto sul SOLE24ore il 30 Marzo 2006. Cosa pensa dell’ esperienza di Noi giovani markettari che utilizziamo un blog per farci conoscere e far sentire le nostre opinioni?

Mi sembra un ottima idea. Però il blog non deve essere solo “show di se stessi” ma anche modo per organizzare il proprio sapere. E quindi anche (e forse soprattutto) spazio personale privato e non solo pubblico.

Luca Dalla Villa per marketingarena

I markettari vanno in paradiso?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 20 Feb 2007
Archiviato in Marketing6 commenti

Giorgio Soffiato


Questo è un post sperimentale, e come tale va preso. Mi piacerebbe condividere con chi legge una serie di convinzioni, dubbi, domande, pensieri che si ripetono in me quando mi occupo di marketing. Contravvenendo qualsiasi definizione di marketing da libro, vi offro la mia:

“Scienza che si occupa di creare e gestire relazioni con l’obiettivo di garantire benefici di vario tipo ad un committente”

Le chiavi della mia definizione fanno capire quanto olistica essa sia:
- Relazioni non transazioni: parliamo quindi di una categoria più ampia di rapporti tra due soggetti, non meramente legati alla transazione e al profitto
- benefici non profitti: anche generare un’atmosfera positiva attorno ad un brand è marketing, eppure non porta direttamente profitti
- committente non azienda: mi sembra che greenpeace o amnesty international utilizzino strumenti di comunicazione (a mio avviso sottoinsieme del marketing) pur non essendo aziende in senso proprio.

Fatta questa premessa, una domanda: serviamo a qualcosa? Mi rendo conto che il tema è delicato e filosofico-etico piuttosto che di marketing ma è bello ragionarci assieme. Il dottore che cura le persone è decisamente utile, l’astrofisico che calcola come deviare l’asteroide che nel 2036 vuole piombarci in testa è utile, il markettaro che dopo un anno di studi e bozzetti decide che il marchio fiat deve diventare rosso è utile?
Messa cosi decisamente no, ma la questione è più ampia. Va detto che ci è concesso ingerire su una minima parte della storia e che dobbiamo prendere atto del passato adattandoci alle regole del gioco col realismo di chi sa che gli stravolgimenti sono difficili a compiersi.

Io credo che, preso atto della situazione, il marketing sia una scienza sopravvalutata quanto a risorse destinate (non è concepibile che le aziende farmaceutiche spendano più in marketing che in ricerca) ma credo al tempo stesso in una forma più bella, creativa, etica, di strumenti in grado di fungere da corollario alla vita delle persone con risultati altrimenti non raggiungibili. Penso all’economia delle esperienze, alla combinazione di design e arte che oggi avvolge i prodotti. Molti dei momenti della nostra vita sono pervasi di marketing, più che la benzina (con o senza raccolta punti la nostra auto andrebbe avanti ugualmente), altre sono le occasioni di consumo che a mio avviso hanno un senso diverso se rivisitate e riprogettate in chiave marketing.

La nostra epoca è caratterizzata dal fatto di volere sempre di più e non accontentarsi mai, ma gli sfarzi anni 90’ sono oggi contrastati da avanguardie che portano anche nel nostro mondo concetti come ecologia, marketing sociale e conoscenza distribuita. Anche alla luce di questo fatto sembra che il nuovo marketing possa fare molto per garantire ambienti e momenti unici e non replicabili. Dai locali notturni ai parchi a tema, passando però per i collezionisti di magliette da rugby di serie b neozelandese (oggi tranquillamente classificabili come segmento grazie alla rete che riduce i costi di transazione, long tail insegna), prodotti e servizi usano il marketing più per creare, offrire, differenziarsi che per competere sulla vendita, sempre più momento di riconoscimento della fiducia accordata che mera vendita.

Dal turismo alla tecnologia, dalla scienza all’arte, piaccia o meno siamo dappertutto, e viene da chiedersi perché e se non siamo un po’ in troppi posti o se valiamo per quanto facciamo. Mi sembra lodevole il tentativo di alcuni di passare ad una fase due del marketing, adattandolo alle pmi piuttosto che coinvolgendolo nel design, questi concetti molto operativi che danno vantaggi visibili sono di buon auspicio per un marketing più bello.

Io credo, concludendo, che tutto questo abbia un senso, che il medico abbia si più meriti di noi ma che forse, anche i markettari servono a qualcosa. Al tempo stesso l’invito a ripensare il nostro ruolo in termini di mansioni ed impatto economico è di certo da sottoscrivere ma se il medico può rilassarsi in un locale sempre diverso ogni sera forse, è anche un po’ merito nostro.

Giorgio Soffiato

2000 blogger

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 19 Feb 2007
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Giorgio Soffiato

Non vogliamo e non possiamo mancare all’iniziativa “2000 blogger“, ecco quindi la redazione di marketingarena al “quasi” completo, assente giustificato Stefano Guerra. Da sinistra Luca Dalla Villa, Gianluca Marconato, Filippo Minelli, Luca Crivellaro, Thomas Longo, Giorgio Soffiato, Ilaria Paparella.

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