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Mettiamo due politici, potenziali sindaci delle vostre città, uno senza infamia e senza lode, dalla vita operosa ma poco brillante, e il secondo, con qualità eccelse ma con difetti e lati oscuri altrettanto notabili.
Chi votereste o meglio, chi non votereste?
Non voglio certo addentrarmi nei meandri della politica, ne tanto meno consigliare strategie di marketing/comunicazione in questo campo, voglio soltanto riportarvi i risultati di numerosi esperimenti svolti da Eldar Shafir, per anni collaboratore del premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman su questo tipo di quesiti a cui a dover rispondere l’elettore. Eldar arriva a concludere che strategie logicamente equivalenti per rivelare e preferenze dei consumatori possono di fatto determinare preferenze diverse da parte di questi stessi soggetti.
Se si pone la domanda in negativo (chi NON voteresti?) gli aspetti negativi pesano di più di quelli positivi, solo l’8% dei soggetti decide di non votare per il candidato “uno” (uomo d’affari che fa volontariato, laureato con due figli piccoli e sposato con una casalinga amorevole), mentre ben il 92% decide di non votare per il secondo candidato (ha raccolto fondi per l’ospedale dei bambini, sfoggia un ambito Mba in una prestigiosa università inglese, coinvolto in un giro di tangenti, divorziato e pizzicato con una pornostar).
Attenzione, se la domanda è però posta in termini positivi, ”chi voteresti?”, ci si focalizzerà sugli aspetti positivi e il 79% del campione intervistato sceglierà il buon padre di famiglia mentre il 21% il “furbacchione umanitario”, i suoi atti buoni risultano evidenziati e i negativi si indeboliscono (sociologicamente oserei dire che un politico molto”umano” come diceva Sant’Agostino fa più simpatia) e in questo modo quindi il secondo candidato ha più del doppio di possibilità di esser eletto rispetto alla prima formulazione del problema (21% vs 8% del caso precedente).
Da questo un piccolo appunto che può tornare utili agli amici politici: il candidato integerrimo dovrebbe far campagna sugli aspetti negativi del concorrente, mentre il candidato “degli eccessi” dovrebbe concentrarsi sui suoi aspetti positivi per fare in modo di aumentare i voti a suo favore.
Scegliere e rifiutare dovrebbero essere due facce di una stessa medaglia, mentre l’esperimento ci dimostra proprio il contrario! Questo dovrebbe farci ragionare un bel po’ riguardo alle strategie messe in atto dai partiti (o alle strategie che i partiti dovrebbero mettere in atto) per influenzare le nostre preferenze.
In ogni caso, alla prossima occasione, farò l’esercizio mentale di capovolgere la domanda!

Fonte: ilSole24Ore

Ilaria Paparella per Marketingarena

Non mangiare fritto! Bevi Pepsi..

di Filippo Minelli · pubblicato il 28 Nov 2006
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Filippo Minelli


Pepsi sta spendendo milioni di dollari in un programma di test a Chicago per incoraggiare la popolazione Afro-Americana e Latina ad adottare abitudini alimentari più sane, senza avere ripercussioni sulle vendite. Ad esempio, come riporta un articolo del WSJ (Wall Street Journal – accessibile in parte senza la registrazione a pagamento), Pepsi sta incoraggiando i negozianti a commercializzare prodotti cotti al forno piuttosto che snack pieni di calorie come Nachos e altri stuzzichini del genere. Secondo le parole del presidente di pepsiCo, “We want to use Chicago as a lab to understand where should we play, as it relates to health and wellness. What can we do? What do we have a responsibility to do?”
Premesso che Pepsi, con un reddito netto di circa 4,1 miliardi di dollari e uno dei maggiori venditori di bevande tipo “cola” e snack (molto) calorici e che circa il 32% degli adulti americani è obeso (secondo il federal center for disease control and prevention) – di cui 45% neri e 37% ispanici – e più del 40% dei bambini è sovrappeso, le questioni da affrontare sono le seguenti:

Per prima cosa, l’azienda dovrà riuscire a convincere i rivenditori a cambiare i propri rifornimenti di snack: i consumatori, infatti, sono molto più attirati dai prodotti tipo chips ecc, che costano meno – i cosiddetti “quarters” (perché costano 0,25 $). Fino ad oggi, l’azienda, indirizzando le proprie campagne sul target “upper-income” e alle madri, ha avuto qualche risultato. Ma gli esperti dicono che questo tipo di comunicazione non funziona per le minoranze, perché non si identificano con i modelli della loro società. [per questo vi rimando al mio post che parlava di marketing alle minoranze ]

Secondo: siamo sicuri che per l’azienda non sia controproducente fare delle campagne di sensibilizzazione alla dieta alimentare? Non posso pensare che non ci sia una strategia di marketing dietro tutto ciò. Dico altresì che nonostante Pepsi venda anche prodotti a basso contenuto calorico, il core business è rappresentato da bevande e snack che non lo sono, il che non è coerente con l’iniziativa, a livello di immagine. La questione è molto dibattuta negli USA: ad esempio Matt Longjohn, executive director al Consortium to Lower Obesity in Chicago Children afferma che Pepsi si sta muovendo nella giusta direzione:”Is Pepsi contradicting itself on some level? Absolutely,” dice. “But that doesn’t mean what they are doing is completely malicious.” La fondazione Pepsi ha donato circa 1,7 milioni di dollari al consorzio per un programma di prevenzione all’obesità.

Terzo: le questioni di cui sopra portano inevitabilmente a parlare delle azioni di Corporate Social responsibility. A questo proposito bisognerebbe dedicare molto più di poche righe, ma in ogni caso sarebbe giusto interrogarci su quanto effettivamente le aziende abbiano a cuore ciò per cui investono dei soldi e quanto sia altresì strumento di brand recall.

In conclusione, senza giudicare in alcun modo l’azienda e le sue politiche, credo sia opportuno riflettere su queste questioni, e invito pertanto i lettori ad esprimere le proprie opinioni..

Fonti:
http://www.targetmarketnews.com/storyid10060602.htm

http://publications.mediapost.com/index.cfm?fuseaction=Articles.showEdition&art_send_date=2006-10-5&art_type=43

http://www.smartspot.com/
http://www.pepsico.com/

Filippo Minelli per marketingarena

Studenti 2.0

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 27 Nov 2006
Archiviato in Lavoro e careers10 commenti

Giorgio Soffiato


Ieri firstdraft, un blog di docenti universitari e professional che tratta l’innovazione e la conoscenza (e molto altro) ha parlato di noi. In questo post Stefano Micelli, docente di ebusiness ed economia della tecnologia a Venezia Cà Foscari, ragiona sull’entusiasmo che anima il mondo universitario al di la della lezione frontale e porta ad esempio l’animatissimo sito degli studenti di economia www.unieconomia.it e, indovinate un pò, proprio marketingarena!
Micelli si riferisce a noi come “studenti innovatori” che non si accontantano dell’apprendimento legato alle regole della produzione di massa ma cercano un’ “esperienza dell’apprendimento diversa” e puntano su interazione e personalizzazione.

Ma esiste lo studente 2.0? Io credo che la parola chiave, almeno per quello che ha portato a marketingarena, sia consapevolezza. Ho trovato alcuni esami difficili, complessi da mandare a memoria, inutili nella verifica di un apprendimento destinato a perdersi il giorno successivo. Ho trovato alcuni corsi poco interessanti e alcuni docenti ebbri della propria posizioni ed arrivati, purtroppo 20 anni fa, quindi fermi ad una didattica imbarazzante. A fronte di questi (pochi in verità) casi di empasse accademico, molti hanno manifestato voglia di interagire, propensione al dibattito e alla relazione. Alcuni di questi docenti ci hanno appassionato, guidato verso un nuovo orizzonte. Dare continuità a questi bagliori implicava la considerazione di due driver:
- relazione
- tecnologia a servizio della relazione
Il dibattito è uno dei momenti più difficili da gestire e soprattutto accendere in un’aula universitaria, ma quando la cosa funziona è di certo la parte a maggior valore aggiunto della lezione. Replicare e rilanciare il dibattito era possibile, ma trovarsi tutti per discutere in una sorta di meetup fisico rischiava di essere problematico, di qui il blog.
Quale bisogno? Cosa spinge 9 persone a perdere un’ora al giorno per confrontarsi in un luogo aperto con qualcuno che guarda come vanno le cose? Ciò che ha spinto me è stata la certezza che ciò che studiavo sui libri era obsoleto, andavano analizzati casi nuovi, bisognava capire come girava il mondo fuori. Credo che dall’università sia lecito attendersi una chiave, non di più. Una chiave che permette di decifrare e comprendere tematiche più recenti, complesse, volatili. Se oggi analizziamo in termini di marketing casistiche border line è anche grazie a quei corsi base precedentemente denigrati, ma molto dobbiamo alla tecnologia che ci permette di condividere la multimedialità, di organizzare conferenze audio, di promuovere iniziative, interviste, sondaggi. Siamo i rompi scatole del web ma oggi 200 persone al giorno vengono a sentire quello che diciamo e la cosa che più ci da gioia è che partecipano con noi alla discussione.
Quale futuro? L’esperienza marketingarena ci insegna che il gioco dell’interazione vale la candela, che l’apprendimento ci guadagna e che è qui che possiamo sviluppare quelle abilità che un domani il lavoro valuterà (speriamo) come differenzianti rispetto alla marea di laureati “medi” che si presentereanno alle selezioni.
Il principio che guida marketingarena è che “non c’è niente da perdere” ma finchè andrà cosi sarò bello e gratificante veder premiati i nostri piccoli sforzi per fare di questo luogo anche un salotto accogliente ed ospitale per chi dall’esterno ci legge e interviene nei nostri post.

In conclusione credo che la bellezza di internet sia nella possibilità, accordata a tutti, di creare spazi come questo e farli rendere al meglio anche quando ci sono 5 persone a scambiarsi opinioni, tanto poi alla fine la qualità paga sempre. Dall’università sarebbe lecito aspettarsi una presa di coscienza che anche questo è apprendimento e un incentivo ai meno spregiudicati a viviere queste esperienze che si qualificano come perfettamente complementari alla lezione frontale. La tecnologia può aiutarci, la gente ha voglia di relazione, l’università salirà sul treno dell’apprendimento 2.0? Speriamo, anche perchè, in teroria, dovrebbe guidarlo.

Giorgio Soffiato

Marketing e PMI: realtà o sogno?

di Thomas Longo · pubblicato il 26 Nov 2006
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Thomas Longo

Come scrive Mengarelli, la PMI è “una componente rilevante, estesa, durevole e ormai consolidata dell’economia italiana, essa costituisce un genere a se stante, caratterizzato da valori, comportamenti e meccanismi di funzionamento del tutto tipici e singolari”.
Quello che costantemente viene da chiedersi è se il marketing, così come proposto dalla letteratura, sia applicabile ad una realtà così specifica come quella delle PMI.
Secondo alcune ricerche ho notato che esistono due filoni di pensiero contrapposti, da un lato quello americano che considera applicabili i principi fondamentali del marketing management a tali realtà, e dall’altro quello europeo che considera necessaria una revisione di tali principi per adattarli meglio al contesto.
A mio avviso tale secondo pensiero risulta più appropriato in quanto bisogna considerare alcuni limiti che le PMI presentano quali:
- limitate risorse finanziarie,
- una particolare struttura organizzativa (tutte le attività tendono a ruotare attorno alla figura dell’imprenditore),
- mancata condivisione di informazioni e conoscenza.
Oltre al problema di parziale “incompatibilità” tra la letteratura e la realtà italiana va aggiunto secondo me un altro non trascurabile ostacolo alla presenza del marketing nelle PMI: una diffidenza di fondo da parte delle piccole imprese nell’adottare un sistema formale di marketing.
Questa resistenza è principalmente dovuta a mio avviso dalla difficoltà in molti casi di determinare un rapporto di causa-effetto tra costi sostenuti per tali attività e i risultati che si ottengono, e da una logica di gestione molto spesso legata alla tradizione ormai consolidata.
Devo ammettere tuttavia, che negli ultimi anni si sta comunque assistendo ad un avvicinamento delle PMI alla disciplina del marketing, seppur in modo indiretto e senza l’ausilio di sistemi formali.
Ciò nonostante, molta strada deve essere ancora fatta, ma voglio essere ottimista e pensare che fra un po’ di anni il marketing management diventerà una risorsa alla quale le PMI non potranno fare a meno, visto anche l’evolversi dello scenario competitivo (globalizzazione, fenomeno Cina, …) che obbliga le piccole imprese ad un cambiamento di visione e di strategie, e il marketing, in tale situazione, risulta un alleato fondamentale.

Thomas Longo (benvenuto!) per marketingarena

Giocatore…campione….star!

di Luca Crivellaro · pubblicato il 26 Nov 2006
Archiviato in Marketing9 commenti

Luca Crivellaro


Uno studio dell’università di Novara parla chiaro: esiste un’alta relazione tra il valore mediatico di un giocatore (un po’ a prescindere quindi anche dall’attuale rendimento dell’atleta) e le entrate pubblicitarie che genera; così come tra il valore mediatico di una società sportiva e le entrate che ricava dai diritti tv, dalla vendita di magliette e gadgets, dalla vendita di biglietti e abbonamenti.
E’ un concetto che è piuttosto semplice e scontato, ma non è altrettanto banale la gestione di questi personaggi dello sport, che possono diventare delle vere “galline dalle uova d’oro”, nel caso in cui si interpreti correttamente la potenzialità della loro immagine.
Infatti, sputi, gomitate, notti brave, veline a gogò, rischiano di diventare dei veri e propri boomerang anche verso i club: dal punto di vista dell’immagine, il Brasile perse molto e subì pesantissime critiche in seguito alla diffusione delle immagini di un Ronaldo devastato dalle infiltrazioni, dopo la finale del mondiale di calcio, giocata (e persa) nel 1998 contro la Francia.
Bisogna perciò riuscire a capire dove si deve indirizzare la gestione di simili, problematici campioni.

Qualche esempio:

Alessandro Del Piero, bandiera della Juventus, ma giocatore apprezzato da molti grazie alle sue qualità umane e alla sua semplicità. Questo ha favorito i rapporti con l’Adidas nel lancio delle scarpe F50, il cui slogan “lead” era incarnato dal numero 10 juventino. Nei beni commodity poi, Uliveto ha accoppiato la “purezza” dell’acqua con la “purezza” del Del Piero uomo, unita alla sua simpatia nei siparietti con la bellona di turno, Cristina Chiabotto.

Giancarlo Fisichella, che sfrutta il suo essere italiano in un ambiente internazionale come quello della Formula 1, per promuovere il Made in Italy di alto rango.

E ancora, Maurizia Cacciatori e Gianmarco Pozzecco, che hanno sfruttato la loro bella presenza come chiave principale per mettere in risalto il loro stesso sport, rispettivamente pallavolo e basket, per diventarne poi il simbolo riconosciuto a livello italiano.

Più recentemente, il manager del celebre Francesco Totti ha sfruttato abilmente la parlata marcatamente romanesca del suo assistito, che dava naturalmente al personaggio una certa “semplicità” di pensiero e di parola. Ma la Vodafone ha invece usato queste caratteristiche per trasformare Totti in una sagoma simpatica e autoironica, mettendolo poi in coppia con un altro personaggio dalla simpatia immediata, come “Rino” Gattuso.

Compito dei manager è comprendere perciò la “skill” che il proprio assistito possiede nell’immaginario pubblico e sfruttarla in maniera adeguata, dato che non tutti possiedono un’awarness fortissima e vincente come Ronaldinho, Schumacher o Valentino Rossi.
E proprio su Ronaldinho…è notizia fresca di settimana che nell’ultimo match di Champions League con il Levsky Sofia ha indossato per la prima volta le scarpe (Nike Tiempo) che lui stesso ha disegnato per Nike. E se le ha disegnate lui seguendo le esigenze dei suoi piedi fatati;lui, che di calcio se ne intende…Quale calciofilo non vorrà tirare e palleggiare come Ronaldinho?!?

Luca Crivellaro per marketingarena

Spolverate le slide!

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 25 Nov 2006
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Giorgio Soffiato

Il bello della rete è che quando ti serve una cosa trovi non solo quello che fa per te, ma un intero servizio che anticipa i tuoi bisogni più profondi. E’ il caso di slideshare.net
Da tempo noi della redazione ci chiedevamo come impostare un’area download in cui condividere tutti quei lavori di gruppo prodotti all’università e mai esposti se non in un’aula scarsamente gremita. Per rinvigorire l’ego di tutti gli studenti marketingarena lancia l’iniziativa “Spolverate le slide!”, ci piacerebbe che studenti e professionisti inviassero un piccolo contributo, un proprio lavoro che si è concretizzato in slide, noi lo caricheremo nella nostra area contenuti e lo discuteremo assieme. Credo sia un modo interessante per valorizzare lavori che spesso richiedono molto tempo per la preparazione e poi cadono nel dimenticatoio. Il primo dei contenuti tratta di wikipedia e della filosofia open source ed è un contenuto preparato per il corso di economia della tecnologia da alcuni componenti la nostra redazione. Sarebbe bello fare di marketingarena un’area di tutti e per questo ci piacerebbe ricevere un pezzetto di voi in formato .ppt
Attendiamo fiduciosi—> marketingarena@gmail.com (potete inviare il link slideshare da mettere in evidenza o direttamente le slide, sarà nostra cura caricarle)

Giorgio Soffiato

Integrazione on-life off-life

di Stefano Guerra · pubblicato il 25 Nov 2006
Archiviato in Marketing9 commenti

Stefano Guerra

Avreste mai voluto essere qualcun altro? O fare un lavoro diverso? O avere quello che non avete mai avuto? Oggi si può…basta un computer, un accesso ad internet e visitare il sito secondlife.com!
Se negli anni scorsi i giochi di ruolo come Doom hanno sconvolto il mondo del consumo on line, creando anche economie di esperienze virtuali per gli utenti stessi, oggi si è riusciti ad andare ben oltre tutto ciò… oggi il protagonista è, più che mai, il consumatore stesso: second life è molto di più di un gioco on line, è una seconda vita.
Il modello di base è semplice: Ci si iscrive, si costruisce un avatar, ovvero un personaggio, e si inizia a giocare… semplice quanto veloce. Su questo concetto si fonda poi tutto il corredo: ogni giocatore può creare non solo personaggi ma anche edifici, strutture ed elementi di gioco in genere e può distribuire la sua creazione agli altri utenti; ogni personaggio può parlare, attraverso un sistema chat, con tutti gli altri; esiste un sistema di costruzione dei gruppi per tenere il contatto un nuovo, o di un vecchio, amico; esistono delle mosse pre-editate per far compiere al proprio avatar molti tipi di azioni (tra cui ballare, fumare, salutare….sono tante e molto divertenti)…e molto altro.
Ritengo che questo gioco rappresenti una vera e propria rivoluzione nel mondo dei sistemi ludici on line, tuttavia in questa sede ho soltanto accennato alcune delle potenzialità riscontrabili nel momento in cui ci si avvicina a questo tipo di avventura, e credo che sia più sensato lasciare il resto dell’esperienza a chi volesse provarla, anche perché a parole non è la stessa cosa!
Ho portato alla vostra attenzione il caso, però, non solo per la curiosità che stimola ma, soprattutto, per i risvolti riscontrabili sul fronte business, che sono davvero tanti e innovativi: esiste una moneta all’interno di second life, il Linden Dollar ( Linden Lab è la società che ha creato questo gioco), che permette di scambiare o vendere le creazioni degli utenti tra loro stessi, e la cosa interessante è che questo tipo di moneta può essere convertita in Dollari americani (soldi veri!), permettendo così di creare all’interno del gioco una microeconomia economia virtuale supportata da moneta reale… i risvolti che questa cosa può avere sono impressionanti e si basano sostanzialmente sulla fortuna e sulla bravura di chi gestisce certe relazioni economiche… vi voglio fare un esempio inventato al momento: comprate un isola (spendete circa mille dollari!), ci andate a vivere, costruite qualcosa di interessante per cui si paghi anche un biglietto all’entrata, ad esempio una serie di night club (esistono veramente, infatti il gioco è vietato ai minori per la possibilità di avere risvolti a loro non idonei), e cercate di diventare il più famosi possibile… avete fatto un investimento! Se siete stati bravi magari ora c’è qualcuno disposto a comprarvi l’isola a cinquemila dollari…. L’esempio è puramente inventato, ma vi fa capire come sia facile ideare strategie di business individuali divertendosi e mettendo in gioco la propria persona prima di tutto.
Vi lascio con uno spunto di riflessione: sarebbe bello, e credo anche molto divertente, pensare come le aziende, quelle manifatturiere e industriali, non quelle del mondo dell’elettronica, potrebbero cogliere dei frutti da questa esperienza virtuale.

Stefano Guerra per marketingarena

Astromarketing

di Luca Dalla Villa · pubblicato il 24 Nov 2006
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Luca Dalla Villa

Ciao a tutti, sono un novizio del forum e questo è il mio primo e spero non ultimo articolo. Il titolo dell’articolo è emblematico e abbastanza assiomatico (si spiega da sé)! Qui di Marketing si parla è utile portare all’attenzione, il fenomeno imperversante dell’esoterismo e di chi paghi per consulti astrologici personalizzati. Da notare che l’audience di molti programmi televisivi è sorretto dal momento dell’astrologia e il momento con l’oroscopo quotidiano è per molti una routine irrinunciabile!

Non è vero ma ci credo!
Nonostante la mancanza di fondamenti teorici e di dimostrazioni empiriche sul funzionamento dell’astrologia, sono moltissime le persone convinte che l’astrologia abbia dei fondamenti, funzioni davvero, descriva sul serio una parte profonda della nostra personalità, il mondo che ci circonda e i fenomeni che vi accadono. Questo non deve sorprendere: le teorie astrologiche, infatti, sono strutturate in modo da sembrare perfettamente funzionanti al vaglio di un’osservazione superficiale e priva di verifiche. Come molte altre pseudoscienze riscuotono quindi successo con molta facilità.Vediamo alcuni dei meccanismi caratteristici che permettono (hanno permesso e permetteranno in futuro) all’astrologia di essere ritenuta veritiera.

La vaghezza astrologica non viene percepita
L’assenza di un vero contenuto nelle frasi fatte dell’astrologia si riempie di significati non appena la persona che ascolta pensa alla propria particolare situazione. Per esempio, un’affermazione del tutto generale e vaga come “vedo che tu hai un progetto che ti sta molto a cuore… è una cosa a cui tieni molto e in questo momento sei molto vicino al tuo scopo, ma c’è un ostacolo, forse una persona che non ti è amica…”, verrà caricata di significati particolari, e tutt’altro che vaghi, da chi ascolta. Così per una ragazza innamorata “il progetto” sarà la conquista del suo amore e “l’ostacolo” sarà una rivale; per lo studente “il progetto” potrebbe essere la promozione e “l’ostacolo” la professoressa d’inglese o di matematica.

La vaghezza astrologica non viene percepita
L’assenza di un vero contenuto nelle frasi fatte dell’astrologia si riempie di significati non appena la persona che ascolta pensa alla propria particolare situazione. Per esempio, un’affermazione del tutto generale e vaga come “vedo che tu hai un progetto che ti sta molto a cuore… è una cosa a cui tieni molto e in questo momento sei molto vicino al tuo scopo, ma c’è un ostacolo, forse una persona che non ti è amica…”, verrà caricata di significati particolari, e tutt’altro che vaghi, da chi ascolta. Così per una ragazza innamorata “il progetto” sarà la conquista del suo amore e “l’ostacolo” sarà una rivale; per lo studente “il progetto” potrebbe essere la promozione e “l’ostacolo” la professoressa d’inglese o di matematica.

Chi ascolta seleziona, interpreta e adatta inconsapevolmente
Fra le cento storie raccontate da un astrologo, il suo cliente ricorderà soltanto quelle sei o sette che più si adattano alla sua situazione, sarà cioè molto colpito da ciò che l’astrologo indovina e tenderà a dimenticare tutto il resto. Inoltre elaborerà le informazioni e colmerà le varie lacune, deformerà e adatterà il ricordo e infine racconterà una storia ben strutturata, precisa, che facilmente metterà in risalto gli “incredibili poteri” dell’astrologia. L’astrologo, nelle testimonianze che seguiranno, avrà quindi detto “con estrema precisione” delle cose “che non poteva assolutamente sapere”. Ci sono studi di psicologia della percezione sui meccanismi con cui si formano i ricordi che dimostrano come la mente umana funzioni proprio così.

Perchè l’astrologia piace
Al di là dei meccanismi con cui l’astrologia sembra funzionare e fa quindi presa sulla gente, una parte importante del suo successo è dovuta al fatto che dà all’individuo alcune soddisfazioni psicologiche molto importanti. Per questo, in definitiva, piace a molti. Ecco qualche esempio.
1. L’astrologia mette l’Uomo al centro dell’Universo. Stelle e pianeti sono lì che girano solo per noi, per i nostri affari, per il nostro amore o la nostra fortuna, e ciò appare decisamente lusinghiero. In questo modo i corpi celesti divengono puri simboli, influssi, divinità attente ai nostri bisogni e alle nostre paure.
2. L’astrologia prende per noi delle decisioni difficili. Ci toglie l’ansia e la responsabilità di scegliere e per questo motivo piace soprattutto alle persone insicure. Quando poi si hanno dei seri problemi, ecco che l’astrologo, o il mago, viene percepito come un’ancora di salvezza.
3. L’astrologia è fatalista. Il fatalismo ci solleva da colpe e responsabilità. Non siamo responsabili per ciò di sgradevole che ci è accaduto, non è stata colpa nostra.
4. L’astrologia ha sempre una buona parola per tutti. L’astrologia dà qualcosa a tutti, solletica l’amor proprio e la vanità. Non esiste configurazione planetaria, segno o ascendente che non abbia, assieme a piccoli difetti, grandi e meravigliose caratteristiche umane di cui essere fieri. Non c’è, in sostanza, un solo tema natale di cui potersi vergognare. Tutti, di fronte all’analisi astrologica, siamo dei tipi tosti e interessanti.

Perché Piace a Noi di Marketing-arena l’astrologia?
Non è in questa sede che voglio aprire polemiche contro l’astrologia anche perché “astrologicamente” dicono che sarei portato al mondo esoterico! Indago il mondo dell’astrologia e soprattutto la ripartizione nei dodici segni zodiacali per capire se possiamo avere un atteggiamento di Marketing Planning…
Trovo interessante il fatto di poter clusterizzare per segni zodiacali, non ci vuole poi molto bastano poche nozioni e rudimenti astrologici per trovare alcune categorie comuni. Tralasciando i dodici segni uno per uno, un esperimento da fare sarebbe quello di suddividere per elementi, mi spiego: Fuoco-Terra- Aria – Acqua
Agli elementi appartengono tre segni zodiacali: Ariete, Leone e Sagittario (Fuoco), Toro, Vergine e Capricorno (Terra), Gemelli, Bilancia,Acquario (Aria), Cancro, Scorpione e Pesci (Acqua). Da esperienze personali, è utile scoprire come i più scettici a riguardo dell’astrologia siano i segni di Terra mentre i più propensi siano senza dubbio i segni d’Acqua; da statiche emerge un dato su tutti, i segni d’acqua (in particolare Cancro e Pesci) ascoltano quotidianamente l’oroscopo e sono quelli che spendono di più in astrologia!
Il poter pensare di suddividere per elementi potrebbe farci stilare alcuni tratti comuni per i vari elementi. Alla terra, appartengono senza dubbio le menti più razionali e metodiche, al Fuoco, i tipi più estroversi e intraprendenti, all’aria le menti più fini e con ottima attitudine al problem-solving mentre all’acqua, i segni più tormentati ma anche quelli più passionali nelle cose a cui aspirano…
Vorrei sapere come la pensate a proposito di questo studio che sto improntando e se pensate che valga la pena svilupparlo!!
Detto questo, non abusate dell’astrologia e abbiate sempre un occhio critico al riguardo!

Luca Dalla Villa per marketingarena

Fonti www.cicap.org

(Un grazie a Luca per il suo interessantissimo articolo, benvenuto e in bocca al lupo per la tua avventura con noi!)


Una rana viva buttata in una pentola d’acqua fredda sul fuoco si intorpidisce per il calore che aumenta poco a poco e si ritrova morta bollita mentre una rana buttata in una pentola di acqua bollente si scotta e salta fuori.
La rana è l’Italia e l’acqua è il brodo della globalizzazione. Parla di questo il libro “La rana cinese”, libro che ci spiega cosa dovrebbe fare l’Italia per rinascere nell’epoca dei draghi d’oriente, per saltare dalla pentola insomma, e lo scrive uno che di successi se ne intende: Riccardo Illy.

Ma la rana è capace di saltare?
A detta dell’imprenditore si, ma grazie a qualcosa che non emerge dalle classifiche ufficiali: ingegno, senso estetico e apertura al mondo, gli elementi insomma caratterizzanti il made in Italy ; perché la specializzazione italiana nella manifattura tradizionale che usa lavoro non qualificato è anomala e destinata a “bollire” nel brodo della globalizzazione.

E l’acqua è davvero bollente?
E’ oggettivo che il mondo va in fretta e gli equilibri si spostano e si riformulano in ogni momento ma è anche vero che tra le imprese e “il mondo” c’è la Pubblica Amministrazione, il sistema politico, una struttura statale insomma che con i suoi sistemi di protezione evolve con più lentezza. Le imprese quindi fanno fatica a sentire il fuoco della globalizzazione o sono troppo pesanti per saltare e si trovano a nuotare in un mare che più di acqua sembra fatto di gelatina.
Il senso estetico, se non diventa capacità di proporre prodotti sempre nuovi, o l’ingegno, se non si traduce in innovazioni brevettate, basta davvero alla rana per fare il salto?Non è chiaro ma è tutto quello che abbiamo in nostro possesso per far si che le aziende, trasformandosi, non soccombano nella sfida globale.
Illy parla quindi del triangolo maledetto: protezione dalla concorrenza, divieto di licenziare e diritto di sciopero e spiega che quando cade il primo, gli altri due vertici sono mortali per le imprese.
Alla fine propone un modo per saltare dalla pentola: passare dalla cultura della protezione a quella del merito!
Facile trovarsi d’accordo, quanto difficile rendere questo fattibile proprio nel nostro paese.

Ilaria Paparella per marketingarena

Per l’immagine: rivelazioni.com

Si scrive pasta.. si legge Barilla!

di Filippo Minelli · pubblicato il 22 Nov 2006
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Filippo Minelli


Nell’ultimo mio post avevo parlato di inique selling proposition. Voglio proporre un altro caso di eccellenza, perché credo che l’argomento meriti ulteriori riflessioni.

Quando un’azienda è presente da molti anni nel mercato, deve fronteggiare, con il passare del tempo, delle sfide che mettono a dura prova anche la più accurata pianificazione. Ci sono, di contro, dei punti fermi imprescindibili che vanno rispettati per mantenere quella coerenza di cui si sente tanto parlare, ma che a mio avviso nel lungo periodo sono le fondamenta di quei vantaggi competitivi che portano al successo.
In particolare, la coerenza deve essere trasmessa dai livelli corporate a quelli più operativi, tramandando quegli asset – spesso intangibili – all’interno della rete di relazioni interne ed esterne che l’azienda ha configurato nel tempo.

Tutto ciò si traduce, nella migliore delle ipotesi, in una strategia in continua evoluzione – per quanto riguarda i nuovi prodotti e le nuove tecnologie – ma che rispecchia a pieno i valori aziendali, in tutte le sue forme di espressione.

Non voglio fare un elogio alle “vecchie aziende”, e nemmeno screditare quelle “figlie dei nuovi mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie”; diversamente penso che la brand identity e la forza che essa trasmette siano frutto di un processo che richiede tempo, coerenza e qualità nell’espressione dei propri valori.

A questo proposito vi propongo il caso Barilla:

nel sito http://www.barillagroup.it/ilgruppobarilla/lacomunicazione/index.htm si può rivisitare la storia della comunicazione aziendale. Ecco come definiscono in azienda la propria comunicazione: “Da Mina a Fellini, fino a Baricco e Wenders, la storia della comunicazione di Barilla è costellata di straordinarie intuizioni, di investimenti culturali, di pubblicità che diventa opera d’arte.Fin dal 1910 l’azienda si era dotata di un marchio e di un messaggio pubblicitario che si richiamavano alla tradizione artigianale della pasta all’uovo. Negli anni ’50 Barilla segue già quella che oggi si chiamerebbe una strategia integrata d’immagine. Il pubblicitario Ernesto Carboni rinnova l’intera immagine aziendale, studiando il nuovo marchio, le confezioni, le campagne stampa, gli stand fieristici e lo styling dei mezzi di trasporto. L’approccio alla comunicazione di Barilla reca la forte impronta di Pietro Barilla, che aveva intuito le potenzialità degli strumenti della nascente comunicazione di massa, unendovi la sua passione per l’arte. Pietro Barilla ha spesso scelto personalmente i testimonial, seguito le campagne pubblicitarie, addirittura suggerendo nuove strade agli artisti che lavoravano con lui.”

Il sito poi propone l’intera storia della comunicazione, dalle proprie origini fino ai giorni nostri, declinata anche per tipologia di marchio e merita di sicuro una visita…

La difficoltà, a mio parere, è quella di pianificare una comunicazione che si affacci al mercato di massa (come riportato sopra), ponendosi quindi in un ottica globale, senza risultare “ostile” alla varietà della domanda. Ma la domanda quasi “Marzulliana” che mi viene in mente è: Si nasce globali o si diventa?

Nel caso di Barilla, come riportato anche nel sito aziendale, la “sfida sui mercati esteri” inizia nella prima metà degli anni ‘90.
”Per il mercato francese Barilla convince per la prima volta nella sua carriera Gérard Depardieu a prestarsi al mondo della pubblicità. Insieme a Mariagrazia Cucinotta nel 1992 è nello spot “Terrazza romana”, girato da Ridley Scott, e nel 1993 in “Piazza Navona”, diretto da David Lynch.In Germania è la tennista Steffi Graf la testimonial: due serie di raffinati comunicati televisivi, annunci stampa, cartoline e ricettari portano alla popolarità la pasta italiana. Placido Domingo si sostituisce allo chef di un vagone ristorante, nello spot dell’anno per il 1993 sul mercato spagnolo. Stefan Edberg mostra il suo lato umoristico e disteso, negli annunci stampa realizzati per la Svezia.”

Alla luce di quanto detto finora, concludo dicendo che un brand forte è mezzo e fine di un vantaggio competitivo tangibile per l’impresa, permette di allargare gli orizzonti e di assecondare quella vocazione internazionale che aziende come Barilla dimostrano di possedere nei valori e nelle relazioni. Tanto che, quello che oggi in Italia si chiama pasta, all’estero si chiama Barilla…

Filippo Minelli per marketingarena

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