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Marketingarena.it si occupa di marketing digitale, strategico ed operativo, comunicazione, innovazione, nuove tecnologie, knowledge management ed e-business. Continua..
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Mi scuso per la mia vergognosa caricatura ma.. rende l’idea! Segnalo un ottimo articolo che tratta un marketing che personalmente apprezzo molto. In breve si tratta di scattare fotografie ad eventi o manifestazioni, catturare emozioni di persone di passaggio e poi dare loro un codice. Da casa questi potranno guardarsi le foto (che non avevano richiesto) e riceverle gratuitamente a casa, il tutto gentilmente offerto dallo sponsor che appone il proprio logo sulla fotografia (immagino e spero in maniera meno evidente della mia caricaturale creazione).
Io trovo questa forma di marketing molto interessante: innovativa perchè segue il trend esperienzial-emozionale tanto in voga oggi, allo stesso tempo utile perchè offre valore al consumatore in cambio di niente, evita di bombardarlo regalandogli qualcosa di tangibile. Siamo, è vero, nell’era dell’immateriale, ma da sempre il campione o il gadget valgono molto, e questa è una forma interessante e tutto sommato a costo contenuto di branding.

..ma non toccategli l’i-pod!
Non l’hanno presa benissimo i cultori del mac.. eh no.. ditegli di tutto ma non dategli dei pecoroni omologati, non incitate i pochi che ancora non hanno un ipod, e i pochissimi che non hanno un lettore mp3, a disertare il “mela player”, l’universale strumento di diffusione audio, e tutto il resto è noia.
Chi ha infranto il tabù è, ovviamente, il principale concorrente di Apple per quanto riguarda i player mp3, Sandisk, i buontemponi hanno lanciato un sito divertente e spavaldo che ironizza sulla burattinaggine dei possessori di un ipod.
Dal punto di vista del marketing la cosa mi ha interessato perchè ho pensato subito ad una comparativa ma in questo articolo è ben spiegato che si tratta in realtà di un’anti-pubblicità, tecnica che in parte si sovrappone alla comunicazione comparativa ma sulla quale mi riservo di informarmi meglio. Alla fine di questo contributo mi sovviene di essere una pecora.. beeeeehhh
Sono particolarmente imbarazzato di fronte a uno dei due video che Diesel ha commissionato all’agenzia americana Hornet per promuovere la linea intimo. Ironico? No. Trasgressivo? Non più di altri. Di buon gusto? No. Forse se ci attacchiamo al “bene o male, purchè se ne parli”, riusciamo a trovare una ragione per un lavoro a mio avviso poco sensato che viene oltretutto da un’azienda il cui background trasgessivo è interessante ma che vanta anche scuole e concorsi per promuovere artisti e giovani creativi. Non era forse meglio affidarsi a uno di loro? Io credo che la forza di Diesel sia il buzzmarketing da quando esiste, non è il caso ora di scadere nel puro virale, quello che tutti sanno fare e che non ti distingue. Io mi sono dovuto registrare a Youtube per vedere questo video, l’ho fatto perchè mi interessava capire, ma quanto lo farebbero? (ostacolo numero uno). Se devo mandare un video del genere a un mio amico faccio prima a mandargli direttamente un pornazzo.. In questo virale manca l’ironia o comunque un componente che gli dia un senso, è un video fatto per generare rumore, ma l’ultima cosa che ho guardato in questo lavoro è proprio l’oggetto dello spot, l’intimo diesel.. magari è solo una mia impressione..

Stavo per pubblicare una notizia su una sedia molto particolare quando sul sito (americano) mi ha colpito questo link, sito dove gli americani vendono agli americani “italian furniture”. Se di facciata siamo spesso denigrati (o cosi vogliono farci credere), il claim “The passion and elegance of italian style”, confema la riconosciuta stima verso una skill del marchio Italia che poche altre produzioni nazionali possono vantare: lo stile.
Difficilmente vedremo a breve un claim in un sito simile che riporta “The passion and elegnce of chinese style”, ecco quindi la via d’uscita, la strada per non mancare l’appuntamento con i decenni futuri, anzi entrando da protagonisti nei “salotti buoni” del mercato mondiale.
Il nostro paese ha le carte in regola per mantenere la leadership su tutto quello che esula la mera concorrenza di costo, la risorsa turistica va rivalutata (ne ha parlato Maurizio Goetz nel suo blog 3-4 post va) e non dobbiamo pensare che non ci siano spazi di autonomia; il consumo di esperienze e significati è moda, ma è anche realtà. E noi siamo maestri nel ricreare queste realtà.
L’innovazione resta la chiave, anche se molto altro c’è da fare, segnalo visto che si parla di innovazioni necessarie, la presenza nel nuovo esecutivo italiano di un ministro blogger, tralasciando le simpatie personali è di certo un buon segno.
Segnalo raramente video virali, e ancor più raramente mi dichiaro contrario alla copia libera del software.. ma stavolta va dato a cesare quel che è di cesare.. ottimo spot!
Nonostante la apparente non trasparenza del protagonista di questa foto apprendo da economy di questa settimana che il 21 maggio (e il 16/7 e 24/9 e 26/11) McDonald’s aprirà le proprie cucine alla clientela per offrire a tutti l’opportunità di capire come nasce un panino. Tralasciando l’etica mcdonald’s che personalmente non mi vede in prima linea tra i detrattori (se quel bambino è grasso non è colpa della coca cola ma di sua madre) ritengo che l’iniziativa sia positiva almeno per valutare gli stantard igienici e sanitari della catena (tacendo il topo nel panino che fece scalpore qualche tempo fa). Personalmente approvo l’iniziativa.
Intanto segnalo via fluido la possibilità di scaricare il primo capitolo di un libro molto interessante in uscita in UK in questi giorni, si chiama ONE, A CONSUMER REVOLUTION FOR BUSINESS ed è di Stephan Engeseth e potete scaricarlo qui
Via wired
A proposito di nuovi marketing, credo che le aziende dimostrino coraggio solo quando si tratta di arrivare primi (grazie a disponibilità consisitenti) nel dominio di tecniche di sicuro successo. Nike sperimenta il guerrilla marketing dopo il successo di qualche start-up ma prima di adidas. C’è però la quasi certezza che anche Adidas e Reebok prima o poi piazzeranno una scarpa di 10 metri in centro a New York. Anche il guerrilla, oggi paventato come la più innovativa e “cool” delle tecniche di marketing, rischia di trasformarsi in una grande normalità in cui chi avrà più soldi potrà attaccare l’adesivo più grande nel posto più bello, e magari le istituzioni chiuderanno un occhio in cambio della rimozione della bruttura da li a un mese e del finanziamento di un parco giochi in città. E di guerrilla resterà solo il nome.
Tutti parlano di valore e qualità ma sono ancora poche le aziende che accettano di rischiare regalando un proprio prodotto “per far vedere al consumatore l’effetto che fa” e per sfidarsi a farglielo ricomprare sul campo e non grazie al finto sorriso di una modella troppo o poco pagata che per 1000 euro in più avrebbe sorriso per la concorrenza.
E’ interessante il concetto di user design che innova la concezione del prototipo. Se il profumo self-designed sul sito del produttore costa 100 euro, difficilmente il brand sarà tanto forte da indurre il consumatore a provare per il solo gusto di odorare la propria creazione, rischiando di sentire odore e non profumo causa inesperienza miscelatoria. Lo stesso consumatore sarà però disposto a farlo per 5 o 10 o 15 euro ricevendo un campione della propria creazione e magari vedendo quei 10 euro scontati sull’acquisto del prodotto intero o tramutati in omaggio per la moglie. Io sono favorevole a questo marketing, all’incentivo post-testing, un pò come se l’azienda potesse presentare la propria offerta solo dopo aver investito sul consumatore con la sola garanzia della convinzione di produrre qualità. QUesta estremizzazione del permission marketing tiene conto del customer power e premia le aziende che la qualità la producono davvero. Impareranno prima o poi a presentarsi prima di urlare nelle orecchie di un esausto ascoltatore svogliato?
Siamo in una fase in cui questo blog tratta ancora periodicamente i grandi temi, questo per farvi conoscere un pò le mie opinioni e capire se i miei dubbi sono anche i vostri o se io sono un animale strano. I dubbi di oggi sono legati al placement o recruiting che dir si voglia. Ho sempre pensato che avanzando con gli studi l’università avrebbe fornito un servizio di placement piuttosto corposo soprattutto per chi, come me, fra un annetto e qualcosa pensa di lasciare banchi e professori per capire come funziona il mondo la fuori, il tutto con una laurea specialistica in tasca, titolo che negli intenti del nostro ministro dovrebbe essere una sorta di chiave magica per ogni porta.
Va dato atto all’università di offrire opportunità ed incontri, annunci sul sito e altre segnalazioni. Devo però dire che la sensazione che aleggia è quella di posizioni nebulose, quasi specchietti per allodole, le più concrete sono invece legate a realtà locali da non sottovalutare ma che comunque non rispondono alle aspirazioni di chi si aspetta di vedere il mondo. Ulteriore via sembra lo stage all’estero con tanto di speranza di assunzione, ciò che colpisce però è l’esigenza di essere molto “self made” nella ricerca di un posto adatto. Di contro dico che resto fiducioso nel “trovare un lavoro”, ritengo insomma che ci siano delle posizioni aperte, non sono quindi drastico ma non capisco dove si nascondono le posizioni cui tutti aspirano. Il primo fattore che segnalo è quindi l’incertezza, ulteriore denuncia che molto condividono è la discutibile valutazione della preparazione extra-scolastica da parte dell’università. Io in questo caso sono palesemente di parte e ammetto la mia scarsa voglia di studiare e aspirare a una valutazione (nella laurea triennale) consona alle aspettative di placement sopra indicate, credo però anche di aver utilizzato il tempo in cui i libri erano chiusi per fare cose vicine all’arricchimento del mio bagaglio culturale, e anche delle mie conoscenze di marketing. Credo insomma che nessuno riconsoca i libri letti ma che “il dottore non aveva ordinato”, cosi come la ricerca di migliorare le proprie skills nelle lingue straniere, purtroppo non ci sarà tempo di rifarsi in azienda (almeno per chi vive esperienze simili e non ha la possibilità di cercare di invertire la rotta con un buon voto nella laurea specialistica), le aziende infatti si affidano al 105/108/110 delle università, creando un circolo virtuoso che relega nel limbo talenti ben migliori del mio che però l’università ha classificato come meno bravi di quelli che hanno imparato a memoria 30 libri in 3 anni e hanno gustato il 110, alla fine è un libro al mese, azzerando la propria vita sociale non sembra un’impresa titanica no? Sperando nella elevata mobilità a 3 anni del mercato del lavoro.. :-)
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