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Web Marketing PMI

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 Nov 2009
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Giorgio Soffiato

artigiano.jpgWeb marketing PMI, tre parole che nel contesto di marketing, passatemi il termine “pesano come macigni“. Mi è stato recentemente chiesto di scrivere un articolo sul rapporto esistente tra il web marketing e le piccole e medie imprese, ed in particolare sull’utilizzo del web 2.0 nelle stesse. Rimando a chi, come il gruppo di lavoro TEDIS, ha fatto di questa ricerca un lavoro importante e non mi dilungo quindi sull’indagine e l’analisi, limitandomi ad una breve premessa e concentrandomi su una dimensione propositiva.

Cosa manca per portare il web marketing a divenire una leva strategica per le PMI? Mi concentro su 3 punti:

figure di raccordo: si assiste ad una palese assenza di figure intermedie capaci da un lato di soddisfare la domanda di consulenza proveniente dalle PMI e dall’altro di farlo rimanendo all’interno di parametri di costo sostenibili per la PMI. Probabilmente l’approccio di “downgrade e cost killing della soluzione per le grandi imprese “adattata” alle piccole non è quello vincente, servono soluzioni ad hoc per le piccole imprese e la fase di cost killing deve avvenire utilizzando le ottime tecnologie di software ad a service anche gratuite oggi disponibili

fiducia in queste figure: dalla parte del cliente, va detto, manca in toto la fiducia nello sviluppo e nelle competenze consulenziali, l’approccio di comunicazione “da giornale” non permette di applicare a progetti web aziendali quelle regole che potrebbero fare la differenza in termini di valore portato all’azienda come ad esempio le tecniche seo e di usabilità che a volte fanno sembrare “meno luminoso e grafico” un progetto web. L’imprenditore della PMI vuole l’ultima parola, anche se questo a volte inficia la buona riuscita del progetto nel suo complesso..

lungimiranza nell’investimento: un detto delle mie parti dice che “mal che si vuole non è mai troppo”, e a volta sembra ben adattarsi alle imprese locali. Internet è il mezzo residuale e risposte come “per noi è solo questione di immagine” o “ho un ragazzo che mi ha fatto una bella pagina” non sorprendono più nessuno, non è quindi difficile la risposta a chi si chiede perché questo business non decolla..

La sensazione è che le PMI siano un mercato potenziale enorme per il web marketing e che in molti casi il web marketing possa rappresentare la soluzione a diversi problemi di comunicazione delle piccole e medie imprese, la malattia sta nel punto di raccordo e, paradossalmente, è sempre la creazione di cultura in tal senso l’unica strada percorribile. Oggi come un anno fa associazioni di categoria e enti sono avvisati, l’innovazione passa anche da loro.

Autore: Carlo Mazzocco (qui il suo blog) Recentemente si sta facendo un gran parlare di Enterprise 2.0 e di come i nuovi strumenti di informazione e comunicazione possano dare una nuova spinta alle PMI e favorire un loro rilancio in questo momento di crisi mondiale. I benefici apportati dalla loro adozione (a costo relativamente basso, se operiamo con strumenti open-source) possono essere ingenti e portare addirittura ad un ripensamento e ad un’ottimizzazione dei processi aziendali interni. Dall’altro lato della medaglia, gli ostacoli da affrontare possono essere molteplici e in larga misura dipendenti dalla specifica natura/dimensione dell’organizzazione nella quale si opera. (Continua a leggere… )

Emergenza web 2.0 in azienda

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 16 Apr 2009
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Giorgio Soffiato

Ho partecipato oggi ad un seminario interno organizzato dal gruppo di lavoro Tedis – Venice International University, l’obiettivo era quello di presentare i risultati di una ricerca che ha visto coinvolta in prima persona Alessandra Luise, vero pilastro del nostro blog. La ricerca è servita come spunto per una discussione davvero interessante perché frutto dell’orgoglio ferito di tutti noi. Sostanzialmente Alessandra ci ha detto che il web 2.0 scivola addosso alle piccole e medie imprese che a fatica ne riconoscono l’importanza e solo in rarissimi casi (parliamo dell’1-2%) lo implementano. Il lavoro sui dati dell’osservatorio Tedis è stato minuzioso e certosino ed è stato necessario guardare indietro per scoprire che gli strumenti di maggiore interattività che le imprese utilizzano solo news e rassegna stampa, con alcuni comparti come il mobile in evidenza positiva ed altri come la moda pesantemente in ritardo.
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In questo periodo complesso e difficile è opinione comune che la chiave per rimanere sulla breccia sia l’apertura verso il mercato, questo significa visite ad aziende per comprendere quali necessità esprimono a livello web. Il fenomeno internet (o più probabilmente il nuovo sito di quell’antipatico concorrente) sta cambiando piano piano la mentalità delle piccole e medie imprese italiane che, anche supportate da qualche giovane dinamico, scelgono di riflettere sulla propria presenza on line.
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PMI e IAB: non solo acronimi

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 10 Nov 2008
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Giorgio Soffiato

Non ho avuto il piacere di partecipare allo IABforum quest’anno, ma mi sento comunque di dire la mia sul notevole post di Nicola Briani che si chiede, come abbiamo fatto spesso in questo blog per altri contesti, dove siano finite le PMI ed in particolare perchè lo IAB se ne sia dimenticato. Per quanto mi riguarda, e per come ho sempre vissuto IAB, questo interessantissimo momento di discussione è più una fiera “B2B” per web workers che “B2C” con le imprese come target. Siamo a dirci che il seo a meno di 3.000 euro non si può vendere sennò non è seo fatto bene e che è tempo di finirla con i siti a 1.000 euro perchè non sono veri siti e poi ci chiediamo perchè quei 5.000 euro di budget pmi non possono essere contemplati allo IAB? A mio avviso c’è un pò di “traffico nell’anima” o confusione nel web marketing e vedo lo IAB come un punto di partenza per aggregare competenze e far nascere contatti buoni per.. strutturare relazioni? Creare sinergie? Avviare nuovi business? Per come la vedo io il tecnicismo dello IAB non è utile alle pmi, perchè non è presente (in quelle che spendono 5.000 euro) un referente web interessato ad una tale profondità di tematiche: può interessare ad una pmi che i contenuti sono la killer app?! Certo, ma è utile saperne anche un pò di seo…per scegliersi i fornitori.. ma questo facebook, lo apriamo un gruppo? E già che ci siamo.. un blog aziendale? Corporate o sponsorizzato?

Una tale complessità non può essere dominata da chi oltre a questo segue anche “la pubblicità, i volantini e le fiere”, credo che la figura necessaria per le pmi di oggi sia un facilitatore / aggregatore che sa tutte queste cose e le adatta alle pmi, ottimizzando i budget. Questo facilitatore non può mancare allo IAB, ma forse pretendere di vederci l’imprenditore medio è un pò troppo, o meglio sarebbe giustissimo, ma dovremmo ripensare lo IAB..

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MecLat è un’azienda della provincia di Vicenza, che incontra i problemi classici di tutte le PMI italiane. Parte da una produzione di tipo artigianale e pian piano si amplia, proiettandosi verso i mercati esteri e cercando di fare dell’innovazione il suo cavallo di battaglia. Abbiamo rivolto alcune domande all’Ing. Erik Bettini, patron di Meclat, che gentilmente si è messo a disposizione.
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Il prestito 2.0 e le PMI

di Ilaria Paparella · pubblicato il 12 Dec 2007
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Ilaria Paparella

Consideriamo una persona che pensa di avere tutte le carte in regola per lanciare un progetto o un’impresa ma che le banche non la pensino allo stesso modo perché magari la persona in questione è troppo giovane o non riesce ad offrire abbastanza garanzie.

In questi casi la soluzione potrebbe essere quella di rivolgersi ad un social lending, un prestito sociale; ad oggi il più famoso si chiama Zopa.

Zopa (Zone of possible agreement) si potrebbe definire un ibrido inglese tra eBay e match.com, il sito per gli incontri on line. Tutto molto facile: ci si iscrive, si specifica se si vuole vendere o comprare un credito, si pubblica il proprio profilo e il motivo per cui si chiede un eventuale prestito. L’assemblatore fa il gioco di controllare l’identità dei suoi iscritti che comunque rimangono anonimi, e dà un rating al possibile debitore decidendo in questo modo il tasso d’interesse che dovrà pagare. Qualche numero: 175mila gli iscritti in Gran Bretagna di cui il 60% sono aspiranti creditori.

Il sito funziona quindi come un vero mercato che mette in contatto persone che chiedono e che prestano denaro, con il valore aggiunto di determinare il rating anche di un piccolo debitore e non solo della grande azienda come invece fa qualsiasi banca. Le piccole imprese, infatti, non possono permettersi l’onorario delle agenzie di rating e così, nonostante il fatto che le PMI rappresentino il 65% del Pil eurpeo, spesso rimangono escluse dal mercato finanziario globale. Un altro fatto importante è il rapporto fiduciario: con i processi di concentrazione degli istituti di credito si è perso quel rapporto personale tra banchiere e imprenditore che faceva credere nella riuscita di un’idea anche senza particolari garanzie. A causa di questi problemi (ma non solo) il 47% delle imprese della UE trova nell’accesso al credito uno scoglio importante per la crescita dell’azienda e proprio per questo motivo gli stati membri sono stati invitati a far sì che la legislazione vigente incoraggiasse prestiti inferiori ai 25 mila €.

Zopa ha anticipato i tempi prestando cifre inferiori ai 23 mila € trattenendo soltanto lo 0,5% del prestito per le spese di controllo e gestione per arrivare (ad oggi) a trattare prestiti per l’equivalente di quasi 23 milioni di euro.

Gli ideatori di Zopa, a ragione, spiegano che tutti i partecipanti hanno il desiderio di sentirsi parte di un sistema, di non doversi appoggiare ad istituzioni aliene come le banche e così trovano nel progetto Zopa anche una sorta di comunità fatta di persone in carne ed ossa e non un mercato dove la fa franca solo il più furbo; del resto se l’organizzazione fornisce informazioni sbagliate su un richiedente credito, rimborsa lei stessa l’ammontare pattuito.

Centinaia di richieste di collaborazioni arrivano agli ideatori proprio dal nostro Paese, terra di forti sentimenti cameratisti e di banche molto care, tant’è che l’Italia è il terzo paese (dopo Gran Bretagna e Stati Uniti) ad offrire servizi di social lending (si veda il progetto italo-olandese Boober).

Chissà che un giorno la forza della gente potenziata dalle nuove tecnologie, non possa soppiantare l’istituzione bancaria!?!

Fonte: Ventiquattro

Ilaria Paparella

Il Veneto:
· È terra di grandi lavoratori, più legati al fare, più muli che volpi
· È terra di gente non molto legata alla cultura, bensì al denaro
· Si regge su un modello di produzione, i distretti, interessante ma precario nei confronti della sfida della globalizzazione
· È legato alla manifattura più che al terziario e all’immateriale

Ho provato a descrivere il Veneto, intesa come regione unitaria, come modello Nord Est, cercando di essere il più duro possibile.
Ho provato a fare questo esercizio tenendo conto dell’immagine che emerge dalla stampa, dalla tv e dai media in generale: pur senza alcun valore statistico, l’indagine si basa su una sola persona, il sottoscritto, immagino con un po’ di presunzione che se fosse eseguito uno studio di settore a riguardo, coinvolgendo l’intera popolazione italiana, i miei 4 punti sarebbero ricorsivi in una ipotetica lista.

Il Veneto si pone oggi come una delle realtà più floride dal punto di vista economico, col suo modello distrettuale che si basa su un tessuto di piccole e medie imprese, per lo più manifatturiere, che come inesauribili formichine portano ricchezza alla regione.

In realtà il Veneto, senza perdere la sua formidabile propensione al lavoro, una caratteristica forte e non certo un qualcosa da nascondere sotto al tappeto, sta cambiando.
Finalmente si è accorto che esiste pure l’immateriale, il design, l’innovazione e la ricerca.

Leggendo l’inserto del Corriere del Veneto “Please Disturb Una mappa del Veneto contemporaneo” la sensazione è appunto quella di una regione in forte evoluzione, una regione che però non ha ancora preso consapevolezza della propria forza.
Una regione che fa fatica a comunicare.

Intercalando il ragionamento nel contesto del marketing mi preme sottolineare come siamo portati, noi studenti, ad ambire a Milano come main site per un posto di lavoro, considerando il territorio locale inadatto per esercitare una professione legata all’ambito manageriale di marketing, o anche solo per imparare quelle che sono delle best pratices. Prima o dopo ci abbiamo pensato tutti, inutile negarlo.

In realtà non è così. Milano sicuramente è il cuore del management italiano, ma le opportunità di crescita, qui da noi, sono differenti ma non per questo meno stimolanti.
Nel momento in cui vi è un passaggio di mentalità tale per cui l’imprenditore inizia a capire che il design, il brand, la ricerca, sono elementi non accessori ma essenziali si aprono nuove strade. È invero che tale consapevolezza non è ancora realtà applicata in modo capillare, ma sta appunto in tal senso l’opportunità che si apre.

Il Veneto è un’enorme risorsa dal punto di vista del marketing e della comunicazione, un mercato non ancora saturo e per questo allettante.
Il problema, che non è un problema, semmai un’opportunità, sta nel plasmare il marketing sui fianchi delle PMI, come un vestito su misura. Il marketing delle aziende venete per forza di cosa sarà differente da quello delle grandi realtà milanesi e internazionali. È un punto di forza questa diversità, non un neo. Un modello da esportare, semmai in altre realtà simili alla nostra.

Ci sono molte imprese che rappresentano casi d’eccellenza mondiale nel loro settore e il Veneto non è solamente sinonimo di manifattura artigianale nel B2B.

In un momento storico in cui si inizia a porre il quesito sulla fondatezza del capitalismo manageriale azionario, prendere coscienza che nel Veneto vi sono alternative a un modello di business più legato al prodotto/servizio che alla finanza e alle speculazioni in Borsa è un respiro di sollievo.

Il Veneto deve imparare a comunicare quello che sa fare per non ritrovarsi intrappolato in quei 4 punti, che vorremmo conservare solo sulla carta come punto di partenza da tramandare ai nipoti, per far capire quanta strada si è fatta in breve tempo.

Gianluca Marconato per Marketingarena

Open Source e PMI

di Gianluca Marconato · pubblicato il 23 May 2007
Archiviato in Made in italy e PMICommenta

Gianluca Marconato
Sull’ultimo numero di Jack, il mensile dedicato all’hi-tech, c’è un articolo degno di nota. Un confronto tra Google “Documenti e fogli di lavoro” e Microsoft “Office”, molto interessante che mi ha portato ad alcune riflessioni.

Grazie a Google “Documenti e fogli di lavoro” è possibile condividere in tempo reale con più persone uno steso foglio di lavoro, in modo assolutamente gratuito: l’unico requisito è avere un account di posta su Gmail.

La versione standard di Microsoft Office 2007 (548 €) non permette invece di lavorare a più mani sullo stesso foglio di lavoro, nello stesso istante.

Penso a una Pmi con budget limitato: programmi o servizi come questo, gratuiti e facilmente disponibili sono una risorsa che non può e non deve essere sottovalutata. È da un po’ che si parla della possibilità o meno di utilizzare programmi open-source o free anche in ambito lavorativo: dal mio punto di vista è davvero insensato non approfittarne.

Penso a Skype, con i suoi diversi plug-in studiati per il business, che di suo è una risorsa indubbiamente allettante, alla piattaforma Linux e ad Open Office, a Gimp (per la grafica) e a Google “Documenti e fogli di lavoro”. E di sicuro ci sono molte altre applicazioni/software/strumenti efficaci disponibili in rete.

Certo, le potenzialità di programmi quali Photoshop o Illustrator sono nettamente maggiori rispetto al Gimp, Open Office ha ancora qualche problema di compatibilità, ma nell’insieme è possibile configurare una piattaforma di lavoro efficace sfruttando le potenzialità che ci sono in rete, disponibili con un semplice download, e senza ledere diritto: il tutto nel massimo rispetto della legge.

L’aspetto più interessante non è tuttavia legato al risparmio ma all’interazione e comunicazione, al miglioramento di taluni processi che altrimenti, solamente via mail o via telefono, non potrebbero essere implementati (tra l’altro impiegando meno tempo). Immaginate una conference call con Skype, magari con web-cam per vedersi pure, discutendo di un progetto che tutti allo stesso istante possono visualizzare a schermo interagendo sullo stesso senza salvare, inoltrare, aprire, reinoltrare. Un bel passo avanti, un modo di lavorare migliore.

E per rendere più gradevole l’ambiente di lavoro niente di meglio che Last.fm in sottofondo, la web-radio che permette di scegliere il genere/gruppo musicale che vorremmo ascoltare.

Sì, è vero, gli strumenti da soli non bastano, ma questo è un altro discorso…

Fonti:

“è il match del secolo” Jack, nr81 Giugno/Luglio 2007, pg. 88-92.

Gianluca Marconato per Marketingarena

Per l’immagine: http://keroppix.blogsome.com/images/TUX_TRIB.PNG

Dove vai se il diesel non ce l’hai?

di Gianluca Marconato · pubblicato il 25 Feb 2007
Archiviato in Marketing3 commenti

Gianluca Marconato

Ricordo che non più di 7, 8 anni fa lessi un articolo su una rivista di automobili in cui si effettuava la prova di una BMW serie 7, la quale era equipaggiata del primo propulsore turbodiesel ad alte prestazioni.

Il tester nella prova lodò l’auto per le prestazioni ottime, dovute al propulsore, in relazioni ai consumi, ridotti rispetto alla cilindrata, ma terminò l’articolo dicendo: “Questa BMW è eccellente, ottima in ogni aspetto: lascia perplessi un solo dettaglio: quanti saranno disposti a spendere oltre cento milioni di lire per aspettare al distributore che un vecchio Ducato finisca di fare rifornimento?”.

Mi era rimasto impresso quest’ultimo dubbio, in quanto anche a me al tempo sembrava alquanto bizzarro immaginare che qualcuno potesse davvero comprare un’automobile del genere: che senso aveva spendere tutti quei soldi per un’auto di rappresentanza diesel?

Oggi la situazione si è quasi rovesciata: il Suv X5 era “in” se turbodiesel, la VW Golf se TDI, idem per Audi, Mercedes, Fiat… Oggi perfino le cabriolet e le sportive vengono equipaggiate con propulsori a gasolio! Vi siete mai chiesti come mai in poco tempo, il diesel da motore “commerciale” è passato allo status di motore di tendenza?

Certo il primo aspetto è di sicuro il miglioramento dei propulsori a gasolio, la cui tecnologia in poco meno di una decade ha fatto passi da gigante: da solo tuttavia non basta a spiegare il successo (in Italia oltre il 50% delle nuove immatricolazioni è diesel) di questa alimentazione. Le grandi Case hanno investito moltissimo in R&D, per implementare le performance dei loro propulsori, ma altrettanto in marketing e comunicazione per far sì che i progressi fossero giustamente portati a conoscenza. Una comunicazione ai fianchi dell’automobilista molto efficace, dato che di messaggio in messaggio ha portato ai risultati sperati tanto che oggi sembra ovvio pensare al diesel come la prima scelta, o una valida alternativa nei confronti del motore a benzina, al momento della scelta nell’acquisto dell’automobile.

Si può ricavare un insegnamento da tale esperienza: lo sviluppo tecnologico, gli investimenti in R&D, la ricerca dell’innovazione spinta vanno benissimo e sicuramente sono fonte di vantaggio competitivo. Ma se questo vantaggio non viene comunicato, il solo upgrade del prodotto o anche un cambiamento radicale di standard da solo non è detto che si faccia strada, anzi. Per molte aziende, specie PMI, questo concetto è ancora fantascienza. Nel loro piccolo, con i mezzi a loro disposizione, dovrebbero sempre cercare di comunicare ai propri stakeholder quanto di buono riescono a produrre, per fidelizzare il cliente, migliorare la relationship con il fornitore e rassicurare le banche!

Gianluca Marconato per marketingarena

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