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L’Italia dei dissapori

di Thomas Longo · pubblicato il 16 Jan 2008
Archiviato in Made in italy e PMI7 commenti

Thomas Longo

italia

Il 2007 ha rappresentato per il nostro “Bel Paese” un anno non particolarmente felice, caratterizzato da un grado di insoddisfazione generalizzato in tutti i comparti d’Italia e, ad avvertire tale situazione, non sono solo gli italiani!

A dicembre 2007 alcune osservazioni sullo stato di salute del nostro paese sono arrivate da oltreoceano: il New York Times ha descritto gli Italiani come il popolo più triste d’Europa.

Qualche giorno più tardi il londinese Times cita testuali parole:

La dolce vita diventa amara. L’Italia deve fare i conti con l’essera vecchia e povera.

Secondo il quotidiano anglosassone il malessere che avvolge l’intera Italia va oltre l’aumento dei prezzi e la stagnazione dei salari, ma raggiunge la stessa anima e identità del Paese.

L’articolo poi prosegue citando i numeri della crisi italiana:

  • 0%: tasso di crescita della popolazione italiana
  • 42,5: età media degli italiani
  • 65: un italiano su cinque ha più di 65 anni
  • 1,29: figli per donna italiana
  • 120: giorni di lavoro persi ogni anno per scioperi
  • 7%: tasso di disoccupazione
  • 106%: livello del debito pubblico rispetto al PIL (è il sesto peggior valore al mondo)

Facendosi un esame di coscienza sarebbe giusto chiedersi allora quali sono le cause del “male italiano” e da dove bisogna iniziare per aggiustare tale situazione.

Molti sostengono che i risultati ottenuti dipendano dalla presenza di una classe dirigenziale (politica ed economica) “vecchia”, con una propensione ad innovare pari a zero, il cui unico obiettivo è restare saldamente aggrappati alle posizioni occupate, altri puntano l’indice contro le nuove generazioni descrivendole come gruppi di individui fannulloni e privi di aspirazioni.

Personalmente sono convinto che tale situazione sia il prodotto di una moltitudine di cause che per molto tempo sono state trascurate portando il nostro paese in una situazione alquanto infelice; è necessaria dunque una svolta che porti l’Italia ad un nuovo periodo di splendore economico, e speriamo che il nuovo anno possa rappresentare tale svolta.

In fin dei conti dobbiamo renderci conto, come scrive Beppe Severgnini, che “certe analisi non sono il problema, ma la sua rappresentazione; e se ciò che vediamo non è bello, la colpa non è della mano che regge lo specchio, ma del proprietario della faccia”.

Thomas Longo

Fonte: Corrieredellasera.it

Italia si, Italia no..

di Thomas Longo · pubblicato il 01 May 2007
Archiviato in Turismo5 commenti

Thomas Longo
Oggi un semplice prodotto che assolve a pieno le proprie funzioni non può essere vincente sul mercato se non è arricchito di valori, simboli, servizi e quant’ altro che lo rendano in qualche modo unico, non tanto da un punto di vista materiale, ma dalla posizione che riesce ad occupare nella mente del consumatore.
Tale discorso si incalza perfettamente anche per il prodotto turistico e, su un mercato altamente competitivo e instabile come questo, riuscire ad offrire un prodotto “unico” rappresenta un punto di forza importantissimo.

Qualche mese fa è uscito il rapporto redatto dal Wef sulla competitività nel settore del turismo nel 2007 e la nostra cara e vecchia Italia si colloca 33esima; tale dato, sconcertante sotto tutti i punti di vista, dovrebbe far riflettere su quelli che sono i principali “handicap” che il prodotto Italia presenta rispetto agli altri prodotti-nazioni.
Se siamo abituati a considerare il Bel Paese come la patria di opere culturali e paesaggi unici al mondo, dobbiamo allo stesso tempo renderci conto che il mercato turistico è profondamente cambiato e le peculiarità italiane sopra elencate, se un tempo erano il principale vantaggio competitivo del nostro paese, ora rappresentano una base di partenza che deve essere arricchita per poter vincere la sfida con gli altri paesi.

A questo punto ci si dovrebbe concentrare su quelle che sono le principali carenze che l’Italia presenta e individuare le varie strade da percorrere per iniziare la scalata verso la parte alta della classifica; in particolare vorrei porre l’attenzione su due aspetti: la promozione del paese sulla rete e il servizio rivolto al turista.
Per quanto riguarda il primo aspetto, più volte su MarketingArena si è discusso sull’importanza per un’azienda di essere presente sul web e su tutti i vantaggi che ne derivano (interazione con il cliente, sevizi personalizzati, incremento della clientela potenziale, ecc.); recentemente anche “l’azienda-Italia” si è affacciata sulla rete attraverso l’apertura di un portale volto a promuovere il turismo internazionale verso il nostro paese. La strategia perseguita sarebbe stata ottima se non fosse stata accompagnata da una serie di problemi ed errori legati probabilmente alla superficialità con la quale è stata svolta e dalla forzatura dei tempi con la quale è stata avviata. Il portale infatti ha subito numerose critiche da parte di tutto il mondo web in quanto mal strutturato e in certi versi rappresenta una “brutta copia” di altri portali nazionali (a tal proposito segnalo un interessante articolo di Giorgio sull’argomento)
Il secondo aspetto da migliorare riguarda invece il servizio, inteso nella sua concezione più ampia, rivolto al turista; se analizziamo infatti le varie classifiche specifiche del rapporto Wef ci accorgiamo che l’Italia si colloca 70esima per quel che riguarda l’atteggiamento verso il turista (chi frequenta abitualmente Venezia può comprendere pienamente ciò a cui mi riferisco), e i vari servizi offerti si presentano in molti casi inadeguati. Lo sapevate, ad esempio, che l’ospitalità alberghiera italiana è reputata insoddisfacente dal turista cinese se paragonata alla qualità delle strutture recentemente sorte nel loro territorio?
Investire nei servizi quindi non deve rappresentare un optional, ma parte integrante di un prodotto complesso come il sistema paese.

Partendo dal presupposto che l’Italia possiede una buona base di partenza per il turismo incoming perché non sfruttare allora queste enormi potenzialità e iniziare a rivedere il tutto con una filosofia più marketing oriented?

Thoma Longo per marketingarena

Un’Italia senza capitali culturali

di Stefano Guerra · pubblicato il 03 Dec 2006
Archiviato in Design e arte4 commenti

Stefano Guerra

Oggi sempre più frequentemente si sente parlare di città come Berlino, Londra, Francoforte, Pechino, Rio De Janeiro, Barcellona e tantissime altre… come le nuove capitali della tendenza, della cultura, del mondo dei giovani, dell’arte…esse fungono sempre di più come grandi poli attrattivi di spazi sociali innovativi e rivoluzionari…
Molte nazioni stanno investendo molto su questo, ed alcune di esse hanno ottenuto, a parere personale, risultati incredibili su tutti i fronti, anche quelli meno prevedibili, ottenendo non solo luoghi fungenti da potente attrattiva per il turismo ma anche nuovi spazi di consumo dove poter studiare proprio quel nuovo consumatore intelligente, quel turista che non si accontenta più della storicità che il territorio nasconde in sé, ma che desidera interagire, per un motivo o per un altro, con il sito che va visitare, si vuole divertire interloquendo con elementi spesso per lui nuovi come l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema, la vita stessa dei popoli che lo ospitano e quella di tutti coloro, che come lui, desiderano mettere in gioco il proprio stile di vita anche negli ambiti turistici, divertendosi e al contempo apprendendo nuove idee e nuovi idealismi.
Quello che ho detto finora è probabilmente risaputo e, per molte persone, forse addirittura scontato… ma quello che preme la mia coscienza non è tanto esaltare tutti queste nuove capitali dell’innovazione turistica che stanno emergendo fiorenti nella nostra Europa e nel mondo, ma di come l’Italia ancora una volta faccia fatica a capire queste tendenze: la polemica deve essere dura, a mio parere, perché non possiamo accontentarci di Milano come polo innovativo per moda e design, non possiamo sottovalutare le radici storiche del nostro bel paese… ogni singola città, ogni singolo comune potrebbe rappresentare una base di partenza, e soltanto grazie alle proprie radici; e se pensiamo a quei luoghi più belli del mondo come Firenze, Venezia, Genova, Torino,…e tutti i capoluoghi italiani, non possiamo sperare di vivere per sempre con un turismo che viene qui soltanto per vedere quello che hanno gia visto tutti: il potenziale sfruttabile, in termini culturali, di queste città è, secondo me, elevatissimo; purtroppo, però, quello che noi, Italia, facciamo è vivere di rendita, senza investire in nuovi poli attraenti o nell’evoluzione delle metropoli, perché tanto i turisti vengono lo stesso…questo è sbagliato…questo è sprecare…noi non avremmo il bisogno che ha Barcellona o Rio De Janeiro di investire quasi in toto…
Vi è da segnalare, tuttavia, la presenza di alcune tendenze…da una parte vi è da precisare che alcune città come Genova (per la cultura) e Torino (arte contemporanea) si stanno movimentando per i giovani e per la cultura, ma siamo ancora molto lontani dalla fama delle mete Europee…da un altro lato, tra le piccole città, stanno nascendo dei percorsi enogastronomici molto interessanti, che hanno saputo sfruttare la cultura del vino, della cucina italiana, dei valori e delle tradizioni di ogni regione e di ogni paese…ma la strada verso la multiculturalità è ancora molto, molto, lunga…

Stefano Guerra per Marketing arena


Una rana viva buttata in una pentola d’acqua fredda sul fuoco si intorpidisce per il calore che aumenta poco a poco e si ritrova morta bollita mentre una rana buttata in una pentola di acqua bollente si scotta e salta fuori.
La rana è l’Italia e l’acqua è il brodo della globalizzazione. Parla di questo il libro “La rana cinese”, libro che ci spiega cosa dovrebbe fare l’Italia per rinascere nell’epoca dei draghi d’oriente, per saltare dalla pentola insomma, e lo scrive uno che di successi se ne intende: Riccardo Illy.

Ma la rana è capace di saltare?
A detta dell’imprenditore si, ma grazie a qualcosa che non emerge dalle classifiche ufficiali: ingegno, senso estetico e apertura al mondo, gli elementi insomma caratterizzanti il made in Italy ; perché la specializzazione italiana nella manifattura tradizionale che usa lavoro non qualificato è anomala e destinata a “bollire” nel brodo della globalizzazione.

E l’acqua è davvero bollente?
E’ oggettivo che il mondo va in fretta e gli equilibri si spostano e si riformulano in ogni momento ma è anche vero che tra le imprese e “il mondo” c’è la Pubblica Amministrazione, il sistema politico, una struttura statale insomma che con i suoi sistemi di protezione evolve con più lentezza. Le imprese quindi fanno fatica a sentire il fuoco della globalizzazione o sono troppo pesanti per saltare e si trovano a nuotare in un mare che più di acqua sembra fatto di gelatina.
Il senso estetico, se non diventa capacità di proporre prodotti sempre nuovi, o l’ingegno, se non si traduce in innovazioni brevettate, basta davvero alla rana per fare il salto?Non è chiaro ma è tutto quello che abbiamo in nostro possesso per far si che le aziende, trasformandosi, non soccombano nella sfida globale.
Illy parla quindi del triangolo maledetto: protezione dalla concorrenza, divieto di licenziare e diritto di sciopero e spiega che quando cade il primo, gli altri due vertici sono mortali per le imprese.
Alla fine propone un modo per saltare dalla pentola: passare dalla cultura della protezione a quella del merito!
Facile trovarsi d’accordo, quanto difficile rendere questo fattibile proprio nel nostro paese.

Ilaria Paparella per marketingarena

Per l’immagine: rivelazioni.com

Il brand Italia

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 May 2006
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Giorgio Soffiato


Stavo per pubblicare una notizia su una sedia molto particolare quando sul sito (americano) mi ha colpito questo link, sito dove gli americani vendono agli americani “italian furniture”. Se di facciata siamo spesso denigrati (o cosi vogliono farci credere), il claim “The passion and elegance of italian style”, confema la riconosciuta stima verso una skill del marchio Italia che poche altre produzioni nazionali possono vantare: lo stile.
Difficilmente vedremo a breve un claim in un sito simile che riporta “The passion and elegnce of chinese style”, ecco quindi la via d’uscita, la strada per non mancare l’appuntamento con i decenni futuri, anzi entrando da protagonisti nei “salotti buoni” del mercato mondiale.
Il nostro paese ha le carte in regola per mantenere la leadership su tutto quello che esula la mera concorrenza di costo, la risorsa turistica va rivalutata (ne ha parlato Maurizio Goetz nel suo blog 3-4 post va) e non dobbiamo pensare che non ci siano spazi di autonomia; il consumo di esperienze e significati è moda, ma è anche realtà. E noi siamo maestri nel ricreare queste realtà.
L’innovazione resta la chiave, anche se molto altro c’è da fare, segnalo visto che si parla di innovazioni necessarie, la presenza nel nuovo esecutivo italiano di un ministro blogger, tralasciando le simpatie personali è di certo un buon segno.

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