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AAA Cercasi nuovo artigiano

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 Jul 2010
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Giorgio Soffiato

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Una figura destabilizzata: l’artigiano che in passato è stato l’artefice del successo del Made in Italy, ora subisce le conseguenze della globalizzazione, della delocalizzazione. Una risposta concreta: una figura che deve reinventarsi, adattarsi.

C’è bisogno di un nuovo artigiano, un artigiano capace di affrontare la complessità dei processi di innovazione e comunicazione.
Perché non unire capacità manuali e creatività? Artigianato e Design: due mondi che possono operare in sinergia.

E’ proprio questo il cuore del progetto “AAA Cercasi Nuovo Artigiano” di CNA Vicenza, ideato da Venice International University e Fuoribiennale, che si sviluppa in due momenti fondamentali.
Il primo, in corso proprio in questi giorni, è un workshop creativo: 8 designer italiani e 4 provenienti dal Royal College of Art di Londra, guidati da Martino Gamper e Cibic Workshop, si trovano a Vicenza al lavoro con 9 realtà artigiane del nordest.
Il secondo momento si terrà l’11 e 12 settembre con un vero e proprio festival, Il Festival dell’Artigianato, che sarà un sunto dell’esperienza del workshop con attività di approfondimento sul tema del nuovo artigiano e l’esposizione dei nuovi prototipi ideati dai designer e realizzati insieme agli artigiani.

L’auspicio è quello che iniziative come questa diventino la norma in una realtà, quella artigiana, costretta ogni giorno a reinventarsi e reinserirsi in un contesto economico più ampio e vario.

Informazioni più dettagliate e aggiornamenti sono reperibili al sito www.nuovoartigiano.it.

Silvia Zanatta per marketingarena

Design Marketing Vs Marketing Design

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 11 Sep 2009
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Giorgio Soffiato

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Ho già parlato su questo blog di quello che qualche ora all’ikea può voler dire per chi mastica marketing, una serie di concetti continuamente riproposti che non possono non essere interpretati come spunti di riflessione molto chiari. Anche questa volta sono rimasto molto colpito dai messaggi chiari che ikea lancia ai propri clienti, su tutti una scelta molto forte in termini di marketing che potrei riassumere in “molto prodotto, poco servizio”. Gli inviti a sparecchiare per evitare il costo di una persona che lo faccia o portarsi a casa la roba direttamente senza costringere l’azienda a farlo (quasi controvoglia) palesano la scelta di puntare tutto sul design democratico e accessibile eliminando attività e servizi che potrebbero distogliere l’azienda da ciò che sa fare meglio: i mobili.
(Continua a leggere… )

Design for the other 90%

di Ilaria Paparella · pubblicato il 18 Jan 2008
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Ilaria Paparella
Ecco un bel caso di innovazione che si sposa con la sostenibilità e il bene comune trasformando il concetto di design e dimostrando che per innovare basta davvero poco.
L’altro 90 (%), richiamato dal titolo, è la quota di umanità che vive sotto la soglia della povertà e a cui alcuni designer hanno pensato fermandosi per un momento di lavorare per il 10% del mondo ricco. Per questi milioni di persone alcuni designer hanno progettato oggetti utili e poco costosi; dalla ruota-contenitore che permette di trasportare 75 l d’acqua, alla cannuccia salvavita che permette di purificare anche l’acqua delle pozzanghere, tutti oggetti che fino a poco tempo fa si trovavano in mostra al Cooper-Hewitt-National Museum di New York e che erano da ammirare per il fatto di costituire risposte a bisogni essenziali, vitali, di coloro che non vivono nelle ristrette aree del mondo ricco. Design per quei 2,8 milardi di esseri umani, per esempio, che vivono con meno di due dollari al giorno, per quel 70% degli abitanti del terzo mondo che vivono senza aver accesso all’elettricità, alla sanità e alle scuole ma anche per i 3 milioni e mezzo di homeless dei ricchi Stati Uniti. Un 90% che significa l’enorme cifra di 5 miliardi e 800 milioni di persone che non hanno accesso a quello che noi consideriamo basilare per vivere una vita normale: una casa (un rifugio in molti casi), acqua pulita, cibo. Questi, tra l’altro, i temi in cui è divisa la grande mostra (rifugio-casa, salute, acqua, educazione, energia e trasporti). Dai pozzi d’acqua, alle protesi per mutilati, dai ripari per i lavoratori clandestini ai computer di One Laptop per Child, progetti firmati da sconosciuti designer la cui realizzazione incide però sulla vita di un numero di persone ben più ampio di quello raggiunto dai più noti nomi di designer alla moda.
Tutto questo per riflettere su valore politico e sociale del design e delle possibilità che questo ha di rendere più vivibile l’esistenza alla stragrande maggioranza di uomini e donne di questo mondo, senza pensarlo soltanto come “ornamento estetico” per cose da ricchi, concetto tra l’altro superato negli ultimi anni. Il concetto di democratizzazione del design si fa così tangibile e anzi, esso diventa promotore di un nuovo modo di pensare alla sostenibilità, fondendo divertimento, attenzione estetica e utilità e diventando forza attiva che si interressa di problematiche sociali.
http://other90.cooperhewitt.org/
http://style.it

Pack – Trip

di Stefano Guerra · pubblicato il 26 Jun 2007
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Stefano Guerra

L’altro giorno passeggiavo per il centro commerciale e mi è capitato di notare delle cose che, malgrado le abbia sempre avute sotto gli occhi, non avevano mai attirato tanto la mia attenzione, o almeno non avevano mai agitato tanto i miei pensieri… tutto è iniziato, assurdamente, quando sono passato vicino a dei barattoli di “prugne secche” i quali hanno colto il mio sguardo grazie a sgargianti colori e hanno rimandato la mia mente a tre anni fa, quando il mio professore di marketing mi spiegava che esistevano vari tipi di packaging e che bisogna tenerne conto moltissimo in certi prodotti, come, appunto, le prugne secche: questo particolare bene infatti si presenterebbe agli occhi schifati del consumatore come un qualcosa di troppo secco, asciutto, nero… brutto… richiamando nel suo subconscio emozioni e sentimenti molto negativi, come senso di bruttezza, poca salute, morte, ecc e probabilmente, se le vedesse “nude e genuine” non comprerebbe tale prodotto, che comunque è buono e fa bene.
Il professore spiegò allora che si decise, da parte delle aziende, di usare una soluzione basata sui contrasti, sui colori forti, e soprattutto su di una confezione che fosse bella, divertente, allegra, con colori viola – giallo – arancio o comunque dei colori vivi, e lo scopo era ovvio, ovvero rilanciarne l’acquisto.
Dopo aver pensato a quello che disse il mio professore, mi sono guardato attorno e ho notato che ogni confezione ormai, ogni prodotto, ha una corazza lucente o una bandiera sulle spalle per farsi riconoscere all’interno di quella spaventosa eterogeneità che colpisce i mercati di oggi… se ci pensate ogni prodotto ha bisogno di distinguersi dagli atri ed ecco che spesso la distinzione avviene soltanto, forse, nella confezione esterna più bella, soltanto nell’apparenza, provocando meccanismi di scelta impressionanti… ma mi chiedo, e vi chiedo, ma questa è furbizia delle aziende che sanno distinguersi giocando sulla loro immagine o è il consumatore che non ha le armi necessarie per difendersi da attacchi violenti alla psicologia? La risposta non me la so dare… anzi probabilmente siamo di fronte a uno di quei dibattiti aperti tra l’uso del marketing e della psicologia e l’ingiustizia etica che il consumatore deve spesso sopportare… credo tuttavia che la realtà odierna, basata spesso sulla superficialità delle cose e delle persone, sull’importanza dell’apparire, e non dell’essere, trovi sfogo anche in questi meccanismi di immagine e di mercato, spesso non ce ne rendiamo conto e compriamo il prodotto dalla confezione più bella non badando alla qualità, oppure anche ad un ipotetica parità ci troviamo spesso a scegliere il bene che luccica di più… ma io mi chiedo un sistema di questo tipo non fa parte di un marketing passato? Di un marketing forse anni ‘80? Troppo basato sul gioco psicologico? Il dubbio mi viene perché nell’era di internet, dell’innovazione digitale e creativa, nel mondo del consumo 2.0 c’è chi, come di recente hanno fatto Pepsi e Fonzies, chiede ai loro consumatori di disegnare il loro pakaging preferito… e a questi signori mi sento di dire “tanto di cappello”… piccole idee geniali che fidelizzano, danno stimoli, innovano e costano poco perché il grosso del lavoro comunque lo fa il consumatore, disegnandosi l’involucro che preferisce…

Stefano Guerra

L’azienda di pelletteria, valigie e accessori da viaggio di lusso Piquadro, fondata nel 1988 da Marco Palmieri, allora studente universitario poco più che ventenne, è un esempio di come produrre in Cina e far crescere l’azienda in Italia possa essere una strada vincente.

Le tappe fondamentali della crescita dell’azienda sono le seguenti:
· 1988: Calmieri fonda Piquadro, e inizia a produrre, per conto terzi, con una dozzina di dipendenti

· Fine anni ’90: la produzione viene in parte spostata in Cina e Piquadro fa ingresso sul mercato con il proprio marchio

· 2003: Piquadro avvia una joint venture, al 50% con soci cinesi di Hong Kong.

· 2006: Piquadro fattura 35 milioni di euro, cresce a un ritmo del 25% l’anno, esporta in 48 Paesi e si prepara per la quotazione in Borsa.

Palmieri ha puntato sulla Cina, sul Made in Italy, su tecnologia e qualità:

· Cina: in definitiva la delocalizzazione produttiva è parte del segreto del successo di questa azienda, per stessa ammissione del suo eclettico fondatore: “In Cina abbiamo investito 1 milione di euro. Il nuovo stabilimento di Gaggio Montano (ndr: nell’Appennino bolognese) da solo ci è costato 8 milioni di euro. E meno di un quarto delle fatture che paghiamo vanno in Cina, più di tre quarti restano in Italia. Chi ha investito bene in Cina libera risorse per l’Italia.” (Gentleman, nr.76, Giugno 2007).

· Made in Italy: Palmieri mette l’accento sul design più che sulla moda, intendendo design non soltanto la forma e il packaging ma la “prestazione” del proprio prodotto, il quale deve essere oltre che di bell’aspetto anche funzionale, modulabile, innovativo e confortevole.

· Tecnologia: sviluppo della produzione e logistica, molte risorse e ben 42 persone impiegato in R&D, attenzione al cliente anche attraverso un ridotto lead time nei tempi di rifornimento del punto vendita; e ancora laboratori test per le prove di resistenza dei prodotti.

· Qualità: la pelle parte dall’Italia e viene spedita in Cina, dove viene lavorata. Non a caso, in quanto secondo lo stesso Palmieri “nella lavorazione della pelle l’Italia esprime ancora un primato assoluto”. (Gentleman, nr.76, Giugno 2007)

Considerazioni:
· Mi ha colpito il fatto che Palmieri sia riuscito a creare un brand sinonimo di qualità, stile e Made in Italy, puntando sul design più che sulla moda, producendo in Cina.

· Palmieri si è inventato un business quando era uno studente poco più che ventenne, dopo aver fondato un’azienda d’informatica che si stava avviando bene: questo è avvenuto vent’anni fa, alle soglie degli anni ’90, non negli anni Sessanta o prima. Resto sempre stupito quando un ragazzo riesce a cogliere nel proprio tessuto delle opportunità e rischiando investe soldi e tempo. In fondo, la vera scommessa vinta da parte di Palmieri è stata nel primo passo, nella decisione di fondare l’impresa.

Gianluca Marconato per Marketingarena

Fonti:
www.piquadro.com
Gentleman, nr.76, Giugno 2007, art. Rialzo in Borse, pg. 206-208, di Marco Maroni

Vodafone e gli artisti

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 22 May 2007
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Giorgio Soffiato

Giovedi 24 maggio alle 17.30 alla Venice International University presso l’isola di San Servolo, sede adottiva di marketingarena, si parlerà dell’importanza dell’interazione tra artisti ed ingegneri nello sviluppo di nuovi prodotti e servizi con il responsabile della ricerca e sviluppo del gruppo Vodafone, Bernd Wiemann. Si tratta di un’esperienza interessante e formativa che segue il successo della lecture nokia di pochi giorni fa. Pare tra l’altro che il prosecco post-lecture sia omaggio :-)
L’invito è assolutamente aperto, stuenti e non, vi aspettiamo a San Servolo!

quile info logistiche: http://www.univiu.org/campus/howtogettoviu

Finnish do it different

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 10 May 2007
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Giorgio Soffiato
Ieri Io, Filippo e Ilaria siamo stati alla Venice International University ad ascoltare Eero Miettinen, manager of group design Nokia che ha parlato del rapporto tra cultura e design nella lecture dal titolo “Design and culture – Finish brand design and nokia”.
Il design è un tema forte, che permea ogni giorno di più i prodotti e i marketing anche nel largo consumo, d’altra parte il bello non dispiace a nessuno (e l’ikea dimostra che design, funzionalità e largo consumo possono convivere).
La semplicità di Eero Miettinen (giusto per capire l’importanza del personaggio, ha disgnato la saab cabrio) è disarmante, si è presentato con un foglio scarabocchiato come scaletta e slide da comunicatore: solo immagini. La presentazione ha reso una buona lettura del design finlandese e più in generale scandinavo e durante l’esposizione sono stati evidenziati paralleli interessanti, dai tavoli ai tappeti, dai bagni di lusso alle chiese, dalle case per l’estate ai cancelli: tutto sembra molto diverso se visto con la semplicità e purezza di linee tipiche di questo approccio al design.
Altri ne parleranno, a noi interessa però evidenziare come una persona cosi ispirata sia venuta a Venezia per domandarsi, con la platea, perché in Finlandia al kindergarten (asilo) si insegna musica ma non si dice che i bicchieri da cui beviamo sono opera di professionisti, che fare i bicchieri è un mestiere. Il focus sulla creatività è un incoraggiamento che viene da Miettinen ed è interessante come una figura che, alla fine lavora comunque sul prodotto, ispiri ed inviti ad estendere le proprie vedute piuttosto che a concentrarsi su un prodotto o un servizio.
Dal design, alla cultura, a Nokia. E’ forte l’affermazione per cui oggi Nokia è una internet company nel cui design le forme seguono le funzionalità, non viceversa (il cellulare bello e impossibile non è difficile da creare, il problema emergente è l’usabilità dei telefoni).
Molto bella la chiusura in cui vengono mostrate in parallelo le immagini dei loghi microsoft e linux e l’auspicio è quello di una maggiore collaborazione su piattaforme open source per il bene delle aziende e degli utenti. Per chi si occupa di marketing questi momenti di scambio a livello culturale sono molto stimolanti, per esempio oggi ho scoperto che, anche in 30mq, un finlandese non rinuncerebbe mai ad una sauna e,tendenza recente, a un open fire. Bello anche capire come l’aziendaleader nella tecnologia mobile parta da lontano per arrivare al design dei propri prodotti, cercando spunti tra gli scatti degli studenti e irapporti con le università. Quale lezione per il nostro marketing? Gli sforzi che i finlandesi stanno facendo per trasformare in brand “finnish design” non dovrebbero essere dimenticati quando si lavora, sia in termini di prodotto che di comunicazione sul “made in Italy”, inoltre le nostre aziende possono e devono cogliere questi segnali perarrivare a prodotti creativity-driven e di assoluta qualità.
Le differenze poi, esisteranno sempre, ma l’approccio mentale dei finlandesi ha convinto: non è il caso di restare indietro. Ad Ilaria e Filippo, nei commenti, lo spazio per completare eventuali mie omissioni.
Ultimamente, mi sembra abbastanza palese, c’è molta attenzione per il design. Si parla di design sempre più spesso con interesse e fiducia. L’Italia sta spingendo molto in tal senso, giustamente, poiché in quanto a stile e senso del bello non siamo secondi a nessuno: il Made in Italy sta godendo di un periodo d’oro dopo l’appannamento del decennio scorso. C’è una proliferazione di casi d’eccellenza da far impallidire quello proverbiale dei funghi nel sottobosco, dopo una pioggia autunnale.
Qualsiasi prodotto “design-oriented” supportato da un prezzo elevato, a volte davvero esagerato, sembra far la fortuna di chi lo produce. La nostra società sembra pervasa da un’esigenza, reale o solo sbandierata come tale, di stile e personalizzazione dell’oggetto, del packaging e delle forme in generale che si sta diffondendo via via dai prodotti duraturi ai prodotti di massa. Una sorta di “Mini-mania” che ha contagiato il nostro tempo. Ora, chiaramente auspicando che questo processo di ricerca del “bello” continui e trascenda il connubio design-lusso (lo stile si può e si deve applicare anche ad oggetti che non hanno un prezzo fuori-portata per la gente di fascia media: il premium price non deve essere folle o sovrastimato) il mio pensiero a riguardo vuole essere volutamente critico. Non vorrei che la “bolla“ scoppiasse. Quante di queste aziende potrebbero sopportare una crisi economica o un periodo di recessione? Quante realtà salterebbero in caso di congiuntura negativa? Non voglio né fare previsioni di medio termine né mettermi a discernere dello scenario macroeconomico globale, né voglio insinuare che a breve ci sarà una crisi. Lungi da me.

Il mio dubbio è uno e uno soltanto: in caso di crisi cosa potrebbe succedere?

A mio avviso è giusto partire in anticipo e prendersi per tempo. Per questo penso che una buona “marketing division” possa fare la differenza, nell’analizzare le richieste e per portare allo stato dell’arte il prodotto e il processo produttivo. Chiaro, non penso che il marketing possa ergersi a salvatore dell’azienda e tenere in piedi un settore, ma qualcosina di buono lo può pur fare. Mi viene da ridere quando sento parlare di piani di marketing fatti in modo “artistico” o creativo senza una base solida e metodo o di aziende che si vantano di sovvertire le regole del marketing con approcci spacciati per moderni e innovativi quando sono solo esercizi di stile che al massimo possono strappare l’entusiasmo da parte di neofiti, teorici, o studenti (io per primo ho la tendenza ad esaltarmi): è chiaro, finchè le cose vanno bene e il mercato tira niente da dire, tutti sono bravi, quando il vento girerà sarà molto interessante vedere la tenuta di simili metodologie.

Un’attività di pianificazione che dia vita ad un piano di marketing fatto con criterio e serietà può fare la differenza in caso di difficoltà strutturali del business, ma è chiaro che un simile processo non s’improvvisa ed ha basi solide, che durano nel tempo.

Gianluca Marconato per marketingarena

Un lago di design

di Ilaria Paparella · pubblicato il 03 Apr 2007
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Ilaria Paparella


Un’azienda che ha fatto del design la sua struttura, del territorio le sue radici e delle persone la sua creatività.
L’azienda Lago -che definire mobilificio sarebbe riduttivo- si trova tra le colline e la campagna veneta, in un contesto di armonia tra le persone, il territorio e la rete di relazioni che negli anni è riuscita ad instaurare.
I valori che guidano l’azienda sono infatti il buon vivere, lo stare insieme riappropriandosi della casa che ritorna ambiente domestico e non più solo luogo di transito.
Lago vuole affermare la propria identità attraverso prodotti che sappiano trasmettere emozioni essendo capaci di aprirsi alle contaminazioni tra arte e impresa, uniti alla ricerca per uno sviluppo sostenibile. I prodotti concepiti dall’azienda fanno vanto di un’assoluta semplicità nelle forme e di altissimi livelli di personalizzazione attraverso la scelta del colore e la scomponibilità dei moduli, facendo sempre attenzione a mantenere un alto livello qualitativo e un prezzo tuttavia accessibile.

Il Signor Paccagnella art director e concept ci ha spiegato che la scelta ad una targetizzazione precisa, quella di mobili moderni dalle linee decise, ha incontrato il dissenso di molti (ex) clienti, ma è stata decisiva per dare una connotazione chiara e forte all’impresa, scelta, tra l’altro, che ha portato negli ultimi anni ad un incremento sensibile dei fatturati aziendali.
Oltre alla decisa scelta di far intervenire i clienti nella personalizzazione dei prodotti e l’altrettanto determinata scelta di non vendere solo mobili ma emozioni, Lago si è impegnata in moltissimi altri progetti che bene sottolineano il suo credere in un’ottima qualità della vita e nel coinvolgimento delle persone, come fattori determinante di crescita e sviluppo. Il packaging della Lago, per esempio, diventa contenuto perchè arricchito di valori: i cartoni per gli imballaggi dei prodotti sono decorati con disegni e interpretazioni del logo Lago fatte dai bambini della scuola elementare del paese. Oltre a coinvolgere la popolazione del territorio alla vita aziendale, la scelta di abbellire i cartoni con disegni infantili è un ottimo veicolo di comunicazione che veicola l’immagine di italianità nel mondo.

Anche l’idea di un calendario, Lagocalendario, affidato ogni anno ad un artista diverso, nasce dall’esigenza di esaltare la presenza Lago nei punto vendita e per donare un aspetto sempre nuovo e allo stesso tempo rendere funzionale LagoBox, il contenitore di tutto il materiale aziendale destinato ad ogni rivenditore. Oltre ad essere un ottimo strumento di comunicazione per i rivenditori e i clienti, il Lago calendario è un ulteriore strumento che rende i lavoratori, soggetti delle foto, protagonisti della vita aziendale in un clima dove le rigide impostazioni sono rifiutate e dove invece si stimola la spontaneità più libera.
Ma l’attività creativa non si ferma qui: installazioni viventi, cubi colorati in giro per Milano durante il Salone del Mobile per promuovere l’azienda, collaborazioni di alto livello con la Biennale di Venezia o con la Fondazione Cittadellarte-Michelangelo Pistoletto contraddistinguono la vita dell’impresa.

Ma da dove nascono tutte queste idee? Da LagoStudio che è il centro creativo della Lago pensato per progettare con entusiasmo e responsabilità un futuro migliore: una tipica casa di campagna veneta, dove vengono riuniti per workshop periodici giovani artisti e designer provenienti dalle migliori scuole al mondo allo scopo di assemblare talenti che riescano a portare alla luce idee e stimoli sempre nuovi.

Ma cosa pensa Lago del Made in Italy? Diego Paccagnella parla non di uno stile estetico ma di un armonia interiore che riescono a dare luoghi belli e pieni di storia. Secondo lui i prodotti Lago non devono trasmettere l’italianità grazie alle loro forme ma lo devono fare attraverso la creatività maggiore che riescono ad incorporare, una creatività che sappia però parlare un linguaggio globale.

Ecco quindi, come questa azienda ci mostra che l’arte, il design e la creatività diventano veicoli attraverso i quali Lago eleva il legno da semplice mezzo per prodotti di semplice utilità, a materiale plasmabile capace di far nascere prodotti che esprimano storia, emozioni e un modo del tutto personale di vivere la propria casa.

Ilaria Paparerella per marketingarena

Maggiori informazioni:
SITO – http://www.lago.it/
BLOG – http://blog.lago.it/

Customer made!

di Ilaria Paparella · pubblicato il 19 Mar 2007
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Ilaria Paparella

Come osservatori delle ultime mode siamo pronti a guardare i consumatori come a produttori e nel ritenere che in questo sia insito un beneficio per le aziende. L’idea, come ormai abbiamo recepito, è che i consumatori rappresentino le migliori fonti per lo sviluppo di nuovi prodotti e di nuove idee pubblicitarie e che i manager possano raccogliere addirittura gratis questi consigli! Tuttavia mettere in atto una tale “travaso di informazioni e di partecipazione” potrebbe essere ben più difficile di quanto sembra ed è quindi bene chiarire meglio il concetto di customer made.

Il customer made è un tentativo di risposta alle più recenti mutazioni del consumatore che, a causa dello scenario post moderno e alle rivoluzioni tecnologiche post industriali, è sempre più resistente alle iniziative di marketing e sempre più competente riguardo ai prodotti.

Un recente studio della società di ricerce di mercato Yankelovich patners, dimostra che il 60% dei consumatori ha un opinione molto più negativa del marketing e della pubblicità rispetto a pochi anni fa; il 61% ha la percezione che la quantità odierna di marketing sia fuori controllo, mentre il 65% si sente costantemente bombardato da un eccesso di marketing e pubblicità.
Questi risultati, in confronto con quelli di 40 anni fa sono spaventosamente aumentati: la gente mostra un atteggiamento sempre più ostile e come dice il numero uno della Yankelovich, J.W. Smith, “questa resistenza al marketing non implica un desiderio di smettere di consumare ma un desiderio di una migliore interazione con gli strumenti del marketing. Più accorti, tecnologicamente più avanzati, con poco tempo libero, i consumatori chiedono un marketing che mostri più rispetto per il loro tempo e maggiore attenzione”.

Possiamo ravvedere la causa di tutto ciò nel mezzo Internet: esso funziona infatti come campo d’addestramento dove l’individuo può imparare a sviluppare una forma nuova di rapporto con le aziende, un rapporto paritario grazie agli scambi informativi con altri consumatori, l’accorciamento delle distanze e il livellamento delle gerarchie.

Il risultato finale si può chiamare Consumer Empowerment, ovvero trasferimento del potere al consumatore che può esprimere il proprio rapporto con l’azienda in due modi :

- Controllo del consumo
I consumatori assumono il controllo su temi che lo riguardano
- Controllo del marketing
I consumatori assumono il controllo su variabili che, convenzionalmente, sono predeterminate dagli uomini di marketing (variabili del marketing mix come l’informazione del prodotto, la distribuzione, la comunicazione…)

Nel primo caso le aziende possono pensare a contromisure opportune, mentre il secondo caso può rivelarsi ben più problematico perché questo consumatore è attivo, partecipativo, protagonista e ricreativo: ricordiamoci cos’è accaduto a Coca cola diet e Mentos all’inizio del 2006 con l’inondazione di centinaia di video nel web che dimostravano l’alchimia esplosiva tra le due. Coca cola cercò di difendersi (con pochi risultati) dall’assalto mentre Mentos si godeva una inimmaginabile pubblicità gratuita. Pochi mesi più tardi Coca cola non potè far altro che collaborare con Mentos nella realizzazione dei video accettando l’incoerenza nella propria campagna di advertising.

Assodato l’immenso potere dei consumatori non si può far altro che dividere in macroaree i loro (utilissimi) interventi in azienda:

- CO-INNOVAZIONE ( pensiamo all’open source su tutti)
- CO-PROMOZIONE ( i concorsi, come quello di Nutella “che mondo sarebbe senza Nutella?”, recensione di prodotti, rispondere a domande di altri consumatori..)
- CO-PRODUZIONE (personalizzazione dell’offerta tramite piattaforme self-serving ma anche creazione di un significato personale a un dato prodotto)
- CO-IMMAGINAZIONE (si coinvolge la storia delle persone, le comunità virtuali sono vitali perché permettono di raccontare le proprie storie: si pensi a Ducati o Nutella)

Queste cose probabilmente le sapevamo già tutti ma credo sia utile categorizzarle per renderci conto, caso per caso, in quale macroarea ci troviamo e cosa il marketing può ricavare da questi consumatori, ormai veri e indiscussi padroni del proprio consumo.

Ilaria Paparella per marketingarena

Fonti: Bernard Cova per L’Impresa

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