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	<title>MarketingArena</title>
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	<description>marketing digitale, strategico ed operativo, comunicazione, innovazione, nuove tecnologie, knowledge management ed e-business</description>
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		<title>L’e-commerce diventa social! Il caso Cooltip</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:39:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mariachiara Cheli</dc:creator>
				<category><![CDATA[E-commerce]]></category>
		<category><![CDATA[#cooltip]]></category>
		<category><![CDATA[#f-commerce]]></category>
		<category><![CDATA[#social-commerce]]></category>
		<category><![CDATA[#social-shopping]]></category>

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		<description><![CDATA[L'e-commerce diventa sempre più social. Studiamo il caso Cooltip, il social shopping italiano che ridisegna il modello del broker facendo leva sulle passioni stesse dell'utente e sulla sua voglia di condividerle nella rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/Cooltip1.png" alt="" title="Cooltip" width="630" height="296" class="aligncenter size-full wp-image-4272" /></p>
<p>L’e-commerce è ormai diventato uno dei punti forti del web e nella continua evoluzione di quest’ultimo ha assunto anche forme nuove rispetto al semplice sito di vendita online: <strong>Gruppi d’acquisto online</strong> (Groupon, Privalia), <strong>Recommendation engines</strong> o Recommender systems (sono dotati di questa tecnologia: Amazon, Netflix), <strong>Shopping marketplace</strong> (Ebay, Amazon, Pixplace) e <strong>Shared shopping</strong> ( Dibsie Social Catalog; United Cloud’s Shared Shopping; IBM Websphere Coshopping). </p>
<p>Si tratta di tante sfaccettature di un fenomeno in crescita che prende il nome di <strong>Social Shopping</strong>, una nuova realtà che combina il classico shopping online con gli elementi tipici che caratterizzano il social networking. Esso si basa sull’idea che l’acquisto deve essere capace di coinvolgere le persone e deve avvenire in una community che suggerisce, promuove e propone prodotti che ritiene interessanti e nella quale la condivisione non riguarda le amicizie, gli hobby o le passioni, ma soltanto l’oggetto che si vuole acquistare. Il Social Shopping fa qualcosa in più rispetto al semplice vendere un prodotto o un servizio, infatti esso cerca di <strong>simulare e riprodurre online le interazioni sociali</strong> che si creano all’interno di un negozio o di un centro commerciale, mettendo quindi l’aspetto sociale come elemento centrale del sito.</p>
<p>In questo post tratteremo il caso di <a href="http://cooltip.it/">Cooltip</a>, il primo social shopping italiano dedicato alle donne che amano seguire la moda e le sue tendenze. Esso nasce da un’idea di Anna Iezzi e Samantha Floreno su iniziativa di <a href="http://www.4wmarketplace.com/">4w Market Place</a>, una società fondata nel 2007 dal Gruppo Digital Magics, specializzata in internet e nella pubblicità online.</p>
<p>Diventare <strong>Cooltipper</strong> è molto semplice, con l’iscrizione al sito è possibile: acquistare entro un vasto assortimento di prodotti dal catalogo online (abbigliamento, accessori, calzature etc.); condividere i prodotti ritenuti più interessanti sulla propria bacheca facebook; lasciare suggerimenti e/o consigli; ma soprattutto crearsi un’occasione di guadagno. La particolarità di questo nuovo modo di fare shopping online riguarda appunto il <strong>sistema di affiliazione con facebook</strong>. Infatti, pubblicando e promuovendo i prodotti di interesse sulla propria bacheca facebook, se qualcuno dei propri contatti clicca sul link proposto e acquista il prodotto, il cooltipper ha la possibilità di <strong>ottenere una percentuale sulla vendita del 10%</strong> e il <strong>contatto che ha effettuato l’acquisto cliccando sul post un altro 10%</strong>. </p>
<p>Coolpit utilizza quindi il passaparola e la condivisione sul social network (Facebook) per rendere il prodotto interessante, credibile e desiderabile dall’utente; il fatto che i “tip” (così si chiamano i commenti/suggerimenti lasciati dai cooltipper) siano stati espressi da un proprio amico <strong>dà maggiore sicurezza circa l’affidabilità e credibilità dello stesso suggerimento</strong>. </p>
<p>Inoltre essere Cooltipper dà la possibilità non solo di scegliere fra i prodotti inseriti nel catalogo esistente ma anche di inserirne di nuovi, facendoli conoscere alla community di Cooltip e dimostrando di essere così un vero e proprio trend setter capace di far emergere le nuove tendenze.<br />
“<em>Cooltip è il social shopping italiano che permette di esprimere te stessa, di trascorrere il tempo con i tuoi amici, di dare le tue opinioni sulla moda e su tutto ciò che è trendy, suggerendo articoli interessanti sia su Facebook sia alla redazione di cooltip.</em>”</p>
<p>Concludendo, il mondo del web dimostra sempre, anche con questi esempi, di essere in continua evoluzione; l’e-commerce nasce col semplice scopo di vendere prodotti online e si ritrova a <strong>sfruttare le potenzialità della socializzazione e condivisione virtuale</strong>, propria del social networking. Se il presente richiede all’e-commerce di mettere il consumatore nelle condizioni di condividere gli acquisti con i propri amici (come dicevo prima l’utente si fida più di ciò che suggerisce un altro utente-amico rispetto a quello che dice l’azienda produttrice), allora chissà quale sarà il futuro prossimo dell’e-commerce, forse la possibilità di provare i prodotti in un “camerino virtuale”?! A voi le considerazioni!</p>
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		<title>Ichnusa, quando la dimensione regionale diventa una carta vincente</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/16/ichnusa-quando-la-dimensione-regionale-diventa-una-carta-vincente/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 08:44:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Di Gioia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Geolocal]]></category>
		<category><![CDATA[#birra-Ichnusa]]></category>
		<category><![CDATA[#geolocal]]></category>
		<category><![CDATA[#Ichnusa]]></category>

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		<description><![CDATA[Ichnusa ha saputo valorizzare e comunicare la propria appartenenza geografica anche tramite i social media, coinvolgendo il proprio target e rimanendo nel tempo un’icona della Sardegna]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/birra-ichnusa.jpg" alt="" title="birra-ichnusa" width="630" height="473" class="aligncenter size-full wp-image-4260" /></p>
<p>Uno dei motivi per cui le aziende comunicano sui social media è che questi appaiono particolarmente adatti a <strong>creare community</strong> di utenti intorno a valori condivisi, da associare al brand. Questo obiettivo viene inseguito dalle marche con decisione ancora maggiore nel <strong>settore della birra</strong>: basti pensare alla lotta tra Birra Moretti e Peroni per associare il proprio marchio allo sport nazionale. </p>
<p>Come comunicare quando un brand diventa simbolo di una comunità che è definita geograficamente in modo preciso e che già possiede intrinsecamente cultura e tradizioni radicate?<br />
Un’ esempio da seguire è quello di <a href="http://www.birraichnusa.it/">Ichnusa</a>, birra nata e prodotta in Sardegna sin dal 1912, che ha fatto di questa situazione il suo punto di forza.</p>
<p>Pur facendo oggi parte del gruppo Heineken, la strategia comunicativa di Ichnusa è sempre orientata al <strong>mantenimento della propria identità locale</strong>, da raggiungere tramite una comunicazione che mette in evidenza l’appartenenza culturale e territoriale della marca. La birra di Assemini è riuscita in questo modo a diventare un simbolo della terra dei quattro mori. </p>
<p>All’interno di questa strategia, che comprende eventi musicali, open day dello stabilimento, contest, la <a href="http://www.facebook.com/Ichnusa">facebook brand page di Ichnusa</a> diviene un luogo di incontro virtuale in cui il topic principale non è il prodotto né la marca,  ma la Sardegna e i Sardi. Ichnusa accetta consapevolmente di fare da sfondo,  mentre al centro dell’attenzione ci sono i luoghi, le tradizioni, i simboli dell’isola. </p>
<p>Il brand non solo è orientato verso il proprio target principale, ma <strong>si identifica con esso</strong>. Sono i consumatori sardi, o quelli che in ogni caso amano l’isola, ad essere al centro della scena, ed Ichnusa sceglie di fare da sfondo condiviso, di diventare lo spazio comune in cui poter esprimere l’amore per la propria terra e per le proprie radici. Ogni settimana viene <strong>modificata l’immagine di copertina</strong>, per dare spazio alla foto che vince il contest “fan della settimana”. La risposta degli iscritti alla pagina è massiccia : sono tantissimi gli utenti che condividono le proprie foto con una birra Ichnusa, che partecipano ai contest, che quotidianamente commentano i post.</p>
<p>La forza di questo brand è il modo in cui è riuscito a calarsi tra la folla, mettendo in primo piano i Sardi, <strong>la passione per la Sardegna</strong><strong></strong>, l’orgoglio per la propria storia. Il brand Ichnusa è riuscito a diventare un simbolo, non tanto parlando di sé, quanto condividendo e comunicando il sentire del proprio target.</p>
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		<title>Società di calcio e business marketing</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/15/societa-di-calcio-e-business-marketing/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 08:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Smanio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[#business-marketing]]></category>
		<category><![CDATA[#lega-serieb]]></category>
		<category><![CDATA[marketing sportivo]]></category>

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		<description><![CDATA[I Club calcistici costituiscono un polo di attrazione fenomenale all’interno delle proprie comunità territoriali per aziende nazionali e locali. Le società devono saper realizzare quelle iniziative di marketing in grado di promuovere questo ruolo consentendo alle imprese di interagire anche con i tifosi.  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/legacalcio-serieb.jpg" alt="" title="lega-calcio-serieb" width="630" height="945" class="aligncenter size-full wp-image-4249" /><br />
<strong>Le società di calcio sono delle realtà complesse difficilmente definibili</strong> secondo le classiche categorie: sono <strong>B2B</strong> perché fanno <em>business marketing </em>con le imprese per finanziare la propria attività attraverso le sponsorizzazioni ma sono soprattutto imprese <strong>B2C</strong> perché si rivolgono ai propri tifosi proponendo un offerta di divertimento e partecipando ad un torneo seguito da tutti gli appassionati di calcio.</p>
<p>Infine sono <strong>B2S</strong> (<em>Business to Society</em>) perché le società sono così inserite nel territorio che devono saper dialogare e relazionarsi con le istituzioni politiche, la lega e la federazione di appartenenza e devono essere capaci di restituire valore alla propria comunità territoriale attraverso le iniziative di responsabilità sociale.</p>
<p><strong>Promuovere la territorialità per un Club vuol dire fare bene il proprio core business, cioè rendere i propri tifosi soddisfatti offrendo un “prodotto di qualità”</strong>, e non mi riferisco solo ai risultati sportivi. Anzi, penso a tutte quelle attività rivolte ad accrescere la fedeltà dei propri sostenitori, ad aumentare il numero di quelli nuovi, lavorando con le famiglie e la comunità nel suo complesso. Oltre a questo, <strong>deve rivolgersi al mondo delle imprese locali e aiutare loro a promuovere il proprio marchio lavorando a braccetto per creare valore</strong>.</p>
<p><strong>Attraverso le sponsorizzazioni delle società di calcio le aziende riescono a parlare ai propri clienti</strong> in un modo più umano, creando delle conversazioni in momenti speciali, rilevanti ed estremamente personali, perché il Club per i propri tifosi è una cosa importante che accende passioni viscerali. Le aziende sono così in grado di trasmettere un messaggio pubblicitario in un <strong>contesto ad alto coinvolgimento emotivo</strong> dove il consumatore è sintonizzato e appassionato. E si possono raggiungere un numero elevato di persone grazie alla grande popolarità che questo gioco ha in tutto il mondo attraverso i diversi canali media.</p>
<p>I club devono sfruttare il potere di attrazione che esercita la partita, quella che in inglese si definisce la <em>Match Day Experience</em>. <strong>Il miglioramento dell’esperienza-stadio per la società di calcio rappresenta una base di partenza importante attorno alla quale far ruotare le proprie azioni di marketing</strong>. In quest’ottica mi sembra fondamentale a medio lungo termine la capacità di una società di lavorare assieme alle amministrazioni comunali per il miglioramento delle strutture sportive — finché non arrivano gli stadi nuovi — la viabilità, e i servizi come i parcheggi e le attività commerciali per soddisfare il bisogno di calcio di chi vuole andare a vedere la partita rendendo l’esperienza la più <em>seamless</em> possibile.</p>
<p>Importante lavorare con le famiglie, target ideale delle società di calcio, non solo offrendo promozioni ma coinvolgendole attraverso i bambini e le scuole a partecipare attivamente alla vita del Club.</p>
<p>Ecco tre esempi di iniziative che arrivano dalle società della <a href="http://marketingarena.it/2012/04/04/la-lega-serie-b-un-nuovo-modello-di-marketing-sportivo/">Lega Serie B</a>, ciascuno rivolto ad un particolare obiettivo.</p>
<ul>
<li><strong>U.C. Albinoleffe</strong>: “<a href="http://www.albinoleffe.com/societa/archivio-news/2168-compleanno-celeste-a-hospitality-albinoleffe.html">Hospitality</a>”. (business-marketing/ esperienza stadio). Si pone l’obiettivo di far vivere il calcio e la città, grazie alle innumerevoli bellezze e tradizioni culturali ed eno-gastronomiche che solo i nostri centri posso vantare. Il Club in collaborazione con un’agenzia di viaggio ha creato diversi pacchetti combinando un pernottamento, visite guidate, cene nei ristoranti tipici, biglietto allo stadio e sconti sul merchandising. L’aspetto più bello è l’incontro con i tifosi avversari cui si danno le “chiavi di accesso” per la propria città e un benvenuto al proprio stadio.</li>
<li><strong>U.C. Sampdoria</strong>: “<a href="http://www.sampdoria.it/fanzone/fairplayvillage.html">Fair Play Village</a>” (fidelizzazione tifoso + business marketing). È la costruzione di un villaggio itinerante che il Club ha deciso di portare in tour in alcune città della Lega Serie B. l’obiettivo è quello di contribuire a promuovere l’immagine del club e di Genova diffondendo l’idea di sport come divertimento. Si tratta dell’allestimento di un villaggio modulabile legato all’evento-partita dove realizzare attività ludiche per grandi e bambini, stage, promozione della città, con vendita di biglietti per le varie attrazioni, distribuzioni di gadget, stand gastronomici per la promozione dei prodotti locali. A questo si può aggiungere il terzo tempo con la partecipazione dei giocatori.</li>
<li><strong>Reggina Calcio</strong>: “<a href="http://www.regginacalcio.com/news/archivio-stagione/5004-impara-gioca-crea-nick-amoruso-tra-i-banchi-del-dvitrioli.html">Gioca, Crea, Impara</a>”(fidelizzazione tifoso + responsabilità sociale). Interessante questa iniziativa che vuole avvicinare il Club alle scuole attraverso il coinvolgimento dei ragazzi in una serie di incontri e attività non solo durante le ore scolastiche, ma anche allo stadio, fino alla partecipazione ad un concorso per progettare il nuovo cortile della scuola.</li>
</ul>
<p>Anche l’utilizzo dei <a href="http://energise2-0.com/2011/11/23/football-and-social-media-why-clubs-need-to-change-to-stay-relevant/">media sociali</a> deve inserirsi nella complessiva strategia di marketing del Club per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi. <strong>Noto invece la tendenza ad intraprendere la strada dei social network senza chiedersi il perché ma solo perché lo fanno tutti</strong> — argomento questo di grande attualità cui dedicherò un post a breve.</p>
<p>Determinante in questo senso anche la partecipazione delle aziende partner che potranno inventarsi dei modi coinvolgenti per entrare in contatto diretto con i tifosi e <strong>sostenere una conversazione basata sui contenuti</strong>. I social media sono fondamentali per i Club che utilizzeranno questi canali per instaurare un dialogo con i propri tifosi, anche attraverso i propri partner commerciali, impostando delle conversazioni piuttosto che facendo solo comunicazione in uscita e duplicazione degli strumenti tradizionali.</p>
<p>Allora considero che una strategia social può diventare qualcosa di straordinario e anche educativo che può consentire al Club di intraprendere la strada nuova, diversa, ancora inesplorata del <a href="http://marketingarena.it/2012/04/27/il-crowdfounding-nel-calcio-e-la-nascita-del-tifoso-2-0/">confronto diretto con i tifosi</a>. Questo presuppone una notevole crescita culturale nel management delle Società e nei tifosi e da questo punto di vista non sono molto ottimista nell’immediato.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Let’s start(up) the future</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/14/lets-startup-the-future/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 13:19:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia Farinella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[#startup]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Il futuro è nelle mani di coloro che ancora non lo sanno. Le aziende leader tra venti, trent'anni, sono ancora nelle menti degli uomini e delle donne che proveranno a fare impresa offrendo al contempo nuovi posti di lavoro. Vi raccontiamo il #def2012]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4231" title="start-up" src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/start-up.jpg" alt="" width="630" height="420" /><br />
In questi giorni ho avuto il piacere di assistere in prima persona alla prima delle due giornate del <a href="http://www.digitaleconomyforum.it/">Digital Economy Forum</a> a Venezia, un incontro molto rilevante per tutto il settore IT ma non solo. Fra i relatori della giornata, personalità di spicco del calibro del Ministro dello Sviluppo Economico Passera, l’Ambasciatore Usa in Italia David Thorne, Alec Ross del team di Hilary Clinton, e molti startuppers come Evan Sharp co-fondatore di Pinterest.</p>
<p>Thorne, sugli “scudi digitali” da qualche anno, ha ribadito la nascita di una nuova primavera digitale anche in Italia, supportata dall’attuale governo e dai suoi sforzi per rilanciare la crescita con l’economia digitale. L’ambasciatore ha lasciato successivamente il palco al Ministro Corrado Passera, che nel suo breve intervento <strong>ha sottolineato le grandi potenzialità delle nuove imprese digitali</strong> e l’impegno del governo nel supportarle, specificando come tecnologia e comunicazione siano determinanti per rilanciare una crescita economica “sociale”, che crea posti di lavoro ed incrementa il Pil. Una cultura quella digitale e del Web che <strong>deve essere diffusa nelle scuole e nelle amministrazioni</strong>, innovando il comparto pubblico grazie alla collaborazione con esperti e con i giovani nativi digitali. Ha evidenziato l’importanza dell’agenda digitale, creando terreno fertile per lo <strong>sviluppo di nuovi organismi imprenditoriali</strong> grazie ad una semplificazione burocratica e fiscale e alla consulenza di comunità ed esperti del settore, pronti a collaborare per contaminare positivamente imprese tradizionali. Il ministro ha concluso prospettando un <strong>possibile finanziamento pubblico al settore e-commerce</strong>, rimarcando il sostegno al progetto “start-up Italia” e auspicando, nell’arco di tre anni l’abbattimento del digital divide grazie allo sviluppo della banda larga e ai 400 milioni investiti nel mezzogiorno.</p>
<p>Promesse e buoni propositi che hanno sortito molti applausi in sala sollevando qualche criticità, anche su twitter. Il problema resta la refrattarietà dello stato ad aprirsi all’<a href="http://marketingarena.it/2012/05/03/lavoro-impresa-e-innovazione-startup-come-catalizzatori-della-terza-rivoluzione-industriale/">innovazione a livello strutturale e mentale</a>, soprattutto in un periodo di recessione come questo, per non parlare della scarsa informazione sul tema che serpeggia sui media tradizionali. L’abbattimento del digital divide nell’arco di tre anni mi è sembrata una stima più che ottimistica. Le domande sono due: questo governo potrà durare abbastanza da imprimere quella marcia in più alla diffusione digitale (culturale e tecnologica)? Quanto saranno concrete queste promesse “strutturali”?</p>
<p>Durante tutto il forum ho percepito una decisa propensione verso <strong>business di vendita on-line</strong>. Il co-fondatore di Pinterest ha ribadito come la creatività e soprattutto “il prodotto” siano i perni di una piattaforma fondata sui contenuti, che strizza l’occhio al commercio elettronico. Proprio l’e-commerce è stato il vero fil rouge dell’evento, in più di un’occasione tra i vari relatori ho sentito dati sull’incremento del commercio elettronico, in particolare nel settore abbigliamento, design e food. Secondo Jennifer Mankins di Bird e Shan-Lyn Ma di Gilt Taste è proprio l’unione tra contenuti e vendita (tra blogging e shop) che alimenterà sempre di più la <strong>fruizione dei beni online</strong>. Prodotti e servizi che diventeranno esperienze, storie, racconti, sempre più interessanti, curati e personalizzati.</p>
<p>La tecnologia oggi ha quindi bisogno del marketing, afferma Andreaz Tori (Co-founder/CTO, Zemanta) e quindi dei contenuti, dato che oggi la comunicazione si fonda sui contenuti e sulla cura degli stessi. Un <strong>overload informativo</strong> per soddisfare tutti i gusti, per far vendere e per creare profitto, che potremo però selezionare sempre più accuratamente grazie allo sviluppo del web semantico. Molto interessante l’analisi sull’advertising online di Luca Scagliardini di ADmantX, che ha ribadito l’inefficienza contestuale della pubblicità basata sulle keywords, un sistema grezzo che aliena l’utente e lo stesso brand creando confusione tra contenuti on site e adv.</p>
<p>Oggi nell’economia digitale, il più delle volte, è l’offerta di <strong>una nuova applicazione e di un nuovo mezzo per comunicare</strong>, organizzare, vendere esperienze e beni tangibili che crea la domanda. Mi permetto di aggiungere che questo però accade se vi sono dei principi di utilità per il nuovo bene/servizio co-creato e se il mercato dello stesso si alimenta attraverso una rete di relazioni. La rete è il fattore determinante, quel valore immateriale che determina, ancor prima del fatturato economico, il valore dell’azienda. Instagram è stato uno degli esempi più emblematici sul tema, ricorrente in molti interventi. Non tutte le start-up sono e saranno Instagram, alcune non avranno quella fortuna e dovranno costruirsi un business per sopravvivere e, molto probabilmente, saranno socialmente molto più utili delle precedenti.</p>
<p>Ne parlavo durante il coffe break con un amico (@albpas) sulla <strong>necessità di essere critici </strong>all’interno di un contesto che strizza l’occhio ad utopie domenicali e facili promesse. Abbiamo bisogno di dar forma alle nostre fantasie guardando un’impresa per la sua utilità economica e sociale, legando sempre più a fondo queste due accezioni. Usciamo quindi da facili schemi dicotomici tra apocalittici e integrati e creiamo un ponte reale tra mondo del lavoro e innovazione, tra investimenti privati e sostegno pubblico. Vi riassumo il mio pensiero:</p>
<ul>
<li><strong>A livello individuale (per l’impresa)</strong>: creare una start-up non è semplice, ci vuole passione, contatti e conoscenza (una guida, un supporto). Lanciarsi in un’esperienza di questo tipo è un’occasione per fare impresa ed entrare nel mercato che può essere meno rischiosa, in questo periodo storico, rispetto ad una vita di tirocini e contratti a progetto nell’attesa del posto fisso. Start-up fortunate possono anche essere assorbite (con lauto compenso), oltre che supportate, da qualche big company. Il caso Instagram, più volte citato, ha dimostrato come <strong>il valore economico sia connesso al bacino di utenza</strong>, alla fruizione, cioè alla rete che una applicazione e un servizio ha generato e potrà generare. Rimane indubbia la difficoltà di partenza, culturale più che materiale, per creare imprese di questo tipo. Non è tutto oro quello che luccica, bisogna valutare tutti gli aspetti: i costi, il business model, il tempo, gli obiettivi che si vogliono raggiungere (mercato, acquisizioni, affiliazioni) e soprattutto è necessario trovare partner e contatti disposti a crederci, a lavorarci, a metterci una fetta dell’impegno, anche di denaro.</li>
<li><strong>A livello sociale (per la società)</strong>: come già approfondito in post precedenti, credo che start-up, istituzioni pubbliche e imprese tradizionali possano imparare molto le une dalle altre. Forse una piattaforma collaborativa (online e offline) tra questi due mondi potrebbe essere una start-up socialmente vincente. Imprese sempre più ibride sorgeranno all’interno di questo contesto, una rete di settori correlati per sostenersi a vicenda. In questa visione, le start-up creeranno innovazione per migliorare la società oltre che per fare business, <a href="http://www.chefuturo.it/2012/05/cerco-soci-per-una-startup-che-cambi-il-mondo-e-il-modo-di-usare-internet/">creando nuovo lavoro</a> e dispensando cultura.</li>
</ul>
<p>Concordo con quanto afferma Alec Ross: “il futuro di oggi è nelle mani di persone che ancora non lo sanno”. <strong>Le aziende leader tra venti, trent’anni, sono ancora nelle menti di uomini e donne che proveranno a fare impresa, offrendo al contempo nuovi posti di lavoro</strong>. Lavoro che muterà, cambiando aspetto e mansioni, e dovrà essere seguito da nuove istituzioni meno burocratiche, più giovani e consapevoli.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Dal menù di un ristorante alle fotocamere digitali: keep it simple!</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/11/dal-menu-di-un-ristorante-alle-fotocamere-digitali-keep-it-simple/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 07:47:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miante</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[#indice-semplicità-decisionale]]></category>
		<category><![CDATA[#servizio]]></category>
		<category><![CDATA[#strategia-aziendale]]></category>
		<category><![CDATA[consumatore]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa vuole veramente il consumatore? Semplicità! Vi spieghiamo l'importanza dell'indice di semplicità decisionale, e del dare informazioni semplici ai consumatori. Questa strategia pagherà nel breve e lungo periodo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/indice-semplicità-decisionale.jpg" alt="" title="indice-semplicità-decisionale" width="630" height="316" class="aligncenter size-full wp-image-4223" /><br />
Anche questa volta ho trovato le risposte che cercavo sul sito dell’ HBR, in un articolo che ha placato i miei dubbi crescenti sulle <a href="http://hbr.org/2012/05/to-keep-your-customers-keep-it-simple/ar/1">nuove sfide di marketing</a>.<br />
Dubbi nati da una domanda che nasce in me inevitabilmente quando sono seduto di fronte ad un menù di un qualsiasi ristorante: “<em>Mi scusi, cosa sono questi? E questo invece?</em>”. Chi mi conosce potrebbe subito obiettare che sono un consumatore banale, che tra un piatto di spaghetti allo scoglio e gnocchi al ragù opta ad occhi chiusi per i secondi, ma questo non toglie la mia <strong>voglia di capirci di più, di essere informato</strong>. Da buon consumatore.</p>
<p>Lo studio dell’ Executive Corporate Board dell’ HBR dichiara che lo strumento migliore per misurare gli sforzi di coinvolgimento dei consumatori è “<strong>l’indice di semplicità decisionale</strong>”, un indicatore di quanto sia facile per i consumatori <strong>raccogliere e comprendere informazioni su un brand</strong>, quanto si può fidare delle informazioni trovate, e la facilità con cui arriva alla decisione di acquisto. </p>
<p>Lo studio mette a confronto due marche di fotocamere digitali. Con strategie di approccio al consumatore completamente differenti: il brand della fotocamera A attira i consumatori che sono alla ricerca di fotocamere digitali <strong>verso il proprio sito aziendale</strong>, dove troveranno ampie informazioni tecniche e foto dei prodotti tutti acquistabili in base al modello. Riportando l’approccio anche nei negozi, dove gli scaffali sono ricchi di notizie sulle caratteristiche tecniche, costruendo un percorso attraverso il quale il consumatore può continuare a scavare più a fondo per dettagliare tutte le specifiche del prodotto. </p>
<p>Il brand B cerca invece di <strong>capire l’intenzione del consumatore</strong> e in quale parte del percorso di ricerca è probabile che sia. Provando a farlo rispondere a domande ben precise: perché vuole una fotocamera? Ha appena iniziato ad informarsi o è già pronto ad acquistare? Si domanda al consumatore anche l’uso che ne farà. Per realizzare fotografie della propria famiglia, delle vacanze, o un tipo più tecnico di fotografia naturalistica, fotografia sportiva, per esempio. Anche negli spazi espositivi del brand B si trovano le caratteristiche tecniche, ma il linguaggio usato è assolutamente non tecnico. <strong>Il cliente non è bombardato da informazioni</strong>, ha la possibilità di selezionare quelle più essenziali per la sua decisione.</p>
<p>Ma che cosa vogliono allora i consumatori dal marketing? <strong>Semplicemente semplicità</strong>.</p>
<p>Non ho veramente idea di come semplificare il percorso decisionale di chi legge il menù di un ristorante, tanto più se alla fine nove volte su dieci ordina sempre le stesse cose, ma sono convinto che dare informazioni chiare ad un consumatore, aumentando l’indice di semplicità decisionale sarà una strategia che pagherà nel breve e lungo periodo.</p>
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		<title>5 start up per cambiare il mondo</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/10/5-start-up-per-cambiare-il-mondo/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 13:58:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mattia Farinella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[#start-up]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante la crisi una rete di start-up ed imprese tradizionali provano a rimettere in moto il sistema industriale lavorando per avere un impatto positivo sulla società. Vi segnaliamo cinque di queste realtà da tenere d'occhio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4206" title="startup" src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/startup.jpg" alt="" width="630" height="459" /></p>
<p>Nel post precedente ho cercato, attraverso l’analisi incrociata di testi e riflessioni personali, di inquadrare la moltiplicazione delle startup nel contesto sociale, in relazione alla crisi economica e soprattutto alla <strong><a href="http://marketingarena.it/2012/05/03/lavoro-impresa-e-innovazione-startup-come-catalizzatori-della-terza-rivoluzione-industriale/">terza rivoluzione industriale</a></strong>. Oggi voglio portarvi alcuni esempi di start-up e organizzazioni che, ciascuna in modo differente, sta provando a migliorare un piccolo, grande, aspetto del vivere quotidiano. Mashable sta sottolineando realtà di questo tipo nella rubrica <a href="http://mashable.com/world-at-work/">The World at Work</a>, riportando alcuni casi di imprese e organizzazioni che stanno lavorando per avere un impatto positivo sulla società e sul globo terrestre attraverso l’utilizzo di risorse tecnologiche e comunicative.</p>
<p>Tra i vari esempi ne ho raccolti cinque, vediamo assieme di cosa si occupano.</p>
<p><strong>1. </strong><a href="http://mashable.com/2012/04/17/rechar-video/">Re: Char</a><br />
E’ un’organizzazione sociale for profit che ha avuto l’idea di <strong>utilizzare rifiuti organici per creare una tipologia di carbone</strong>, biochar, da utilizzare come fertilizzante con la duplice funzione di: ridurre le emissioni di prodotti chimici inquinanti ed assorbire l’anidride carbonica, aiutando le colture a crescere più forti, raddoppiando così la produzione. Il biochar non è una novità, ma il suo collaudo da parte di molti agricoltori del Kenya si. La società “Black Revolution” ha creato un suolo specifico per la crescita composto da biochar e altre sostanze organiche, mettendolo in prevendita su Kickstarter (piattaforma per proporre e finanziare progetti creativi), riscuotendo un ottimo successo in termini di finanziamenti ed ordinazioni. Questi ordini saranno monitorati per creare un report sull’influenza del biochar in agricoltura. Il fondatore Jason Aramburu, sottolinea come non sia impossibile fare del bene e, al contempo, avere un reddito economico.</p>
<p><strong>2.</strong> <a href="http://mashable.com/2012/04/17/rechar-video/">Mobile Alliance For Maternal Action</a><br />
Questo progetto è attivo in India, Banghladesh e Sud Africa e consiste nell’<strong>invio di messaggi vocali o SMS</strong> per fornire assistenza sanitaria. Donne che vivono in paesi con elevata mortalità materna ed infantile ricevono informazioni vitali attraverso i dispositivi mobili per diffondere pratiche sanitarie e comportamentali sulla salute delle madri e dei bambini. Il MAMA conosciuto anche come Mobile Alliance for Maternal Action è una collaborazione pubblico-privata tra l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale e l’azienda Johnson &amp; Johnson con i partner che supportano la Fondazione delle Nazioni Unite, mHealth Alliance e BabyCenter.</p>
<p><strong>3. </strong><a href="http://mashable.com/2012/04/25/love-with-food-subscription/">Love with food</a><br />
Si tratta di un abbonamento online di circa 12$ al mese, che manda direttamente nelle case confezioni di dolciumi di diverse marche. <strong>Per ogni confezione viene erogata una quantità di denaro pari al costo del prodotto ad una banca del cibo locale</strong>. Questa iniziativa lanciata da Aihui Ong ha quasi 1.000 abbonati e un tasso di crescita di circa il 25% ogni mese. Banche alimentari amano le donazioni e le aziende alimentari amano il sito perché offre loro visibilità, una grande spinta di marketing e pubbliche relazioni ed un ottimo sistema di distribuzione.</p>
<p><strong>4.</strong> <a href="http://mashable.com/2012/04/26/zaarly-video/">Zaarly</a><br />
È un mercato per qualsiasi cosa. Tramite questa piattaforma è possibile “fare rete” facilitando lo scambio di domanda e offerta di prodotti ma soprattutto servizi e lavoro. Alla base vi è una transazione monetaria tramite carta di credito sul sito, oppure mediante <strong>contanti senza costi aggiuntivi</strong> grazie al commercio mobile e ad applicazioni come Square. Questa piattaforma può offrire un flusso ulteriore di entrate oppure diventare un vero e proprio lavoro. Potrebbe essere l’inizio di un’economia freelance, certo esistono piattaforme simili, ma su larga scala Zaarly potrebbe diventare il prossimo e-bay per novelli imprenditori.</p>
<p><strong>5.</strong> <a href="http://mashable.com/2012/04/23/skillshare-teaching-learning/">Skillshare</a><br />
Permette a chiunque di insegnare in una classe. Questa piattaforma online <strong>alimenta una comunità</strong> (in crescita) creando un mercato online tra chi vuole imparare e chi vuole insegnare. Esistono cinque classi: arti creative, cucina, imprenditoria, lifestyle e technology, all’interno delle quali gli studenti possono scegliere materie specifiche. Il servizio sta andando forte nelle città di San Francisco, New York, Boston e Los Angeles e si estende velocemente in molte aree degli Stati Uniti. Il sito, poi, è un vero e proprio social network con le sue regole interne, che permette a docenti e studenti di interagire tra loro. Su ogni pagina di classe gli studenti possono valutare la legittimità dei loro professori. Partecipare ad una classe ha costi veramente accessibili, tra i 20 e i 25 dollari, poi c’è qualche costo aggiuntivo per le specializzazioni ma non si toccano mai cifre troppo elevate.</p>
<p>Mi piace pensare che realtà di questo tipo possano cambiare il mondo, fare rete tra loro, collaborare. Ovviamente pensieri utopici sono ben radicati nella testa dei molti che provano, o solo pensano, ad abbattere barriere. Nonostante l’evidente crisi, una rete di “start-up sociali” (digitali e non) e imprese tradizionali organizzate (pubbliche e private) che scambiano know-how e materie prime, influenzandosi a vicenda, potrebbe veramente rimettere in moto il sistema impresa, <strong>modernizzando la produzione e la comunicazione di prodotti e servizi</strong> sempre più correlati tra loro. Una collaborazione finalizzata ad accelerare apparati burocratici ed innestare una nuova visione dinamica, etica e responsabile all’ecosistema impresa, per renderlo più adatto al nuovo futuro. Un organismo funzionale con nuove, sostenibili abitudini.</p>
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		<title>Open Management: quando il cliente guida l’azienda</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/09/open-management-quando-il-cliente-guida-lazienda/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 08:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Siro Descrovi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[#open-management]]></category>
		<category><![CDATA[management]]></category>

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		<description><![CDATA[In un ambiente dinamico, turbolento e 2.0 occorre cambiare lo stile di lavoro nelle aziende, occorre essere open! Scopri come, e perché..]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/OpenManagement.jpg" alt="" title="OpenManagement" width="630" height="420" class="aligncenter size-full wp-image-4197" /></p>
<p>In un ambiente dinamico, in cui il 2.0 pare essere l’unico standard di successo, ed in cui la crisi finanziaria mondiale ha messo in chiaro che era necessario effettuare un cambio di rotta, le aziende devono riconfigurare il proprio modello organizzativo ed il proprio <strong>modo di interpretare il business</strong>.</p>
<p>Le parole chiave sono semplici: trasparenza, equità, fiducia.<br />
Parole, lette e riviste in tutti i tomi di marketing o di management, dalle guida per vendere a quelle per <strong>diventare un leader di successo</strong>, hanno un solo difetto: raramente vengono messe in pratica, e qualora lo fossero, il cliente non ne ha una dimostrazione diretta.</p>
<p>Ecco quindi, che per <strong>riuscire a cavalcare l’ambiente attuale</strong> occorre mettere in atto sistemi che mirino ad aprire l’azienda verso l’esterno, per riuscire a comunicare i propri valori e le proprie azioni anche agli attuali, ed ai potenziali clienti.</p>
<p>Per iniziare, fate così: gettate nella spazzatura la mentalità chiusa e di segretezza che da sempre ha caratterizzato l’ambito aziendale, ma educatevi all’apertura e alla condivisione dei contenuti, del proprio lavoro, delle proprie attività.<br />
Aprite una pagina Facebook della vostra azienda, e non limitatevi a condividere le solite e statiche foto patinate, ma <strong>rapportatevi con il cliente</strong>, mostrategli i retroscena, fategli capire cosa c’è dietro il vostro prodotto.<br />
Fate un account Twitter ad ogni dipendente, o aprite dei blog interni, in cui coloro che lavorano con voi, o per voi, possano tenere un diario di bordo, che sia letto dall’esterno, da tutto il mondo.</p>
<p>Ne guadagnerete in tantissimi aspetti: <strong>la reputation della vostra azienda migliorerà all’istante</strong>: l’idea di azienda misteriosa verrà meno; i vostri colleghi aumenteranno la percezione della contribuzione in azienda, e saranno mini imprenditori del proprio spazio virtuale; e per finire, nel campo di emplyer branding, non sarete più secondi a nessuno.</p>
<p>Via i vecchi balconi semichiusi: nascondersi dietro le mura aziendali non porta più a nulla, è il momento del vetro, della trasparenza, dell’open management.</p>
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		<title>Normativa giveaway, un po’ di chiarezza</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/08/normativa-giveaway-un-po-di-chiarezza/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 09:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria Ragona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Web marketing]]></category>
		<category><![CDATA[#giveaway]]></category>
		<category><![CDATA[#giveaway-normativa]]></category>

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		<description><![CDATA[Vi è un po' di confusione nel web riguardo la questione del giveaway. Analizziamo il D.P.R. 430/2001 per capire come organizzarlo nel rispetto della legge ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4190" title="Giveaway" src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/924183_53116094.jpg" alt="" width="630" height="420" /></p>
<p>Erano i primi di Marzo quando improvvisamente dai vari blog italiani cominciavano, prima lentamente, poi sempre più velocemente a <strong>sparire i giveaway</strong>. Una nuova minaccia incombeva sui blogger della nostra penisola: il <strong>D.P.R 430/2001</strong>.<br />
Il suo nome risuona in moltissimi post, tra perplessità e notizie più o meno vaghe sul suo<br />
potere. Ma cos’è il D.P.R 430/2001?</p>
<p>Si tratta del Decreto del Presidente della Repubblica del 26 Ottobre 2001, n. 430 che <strong>regolamenta e disciplina le manifestazioni a premio</strong>, e pertanto anche i contest e i giveaway. La normativa prevede che chiunque decida di organizzare un concorso <strong>lo comunichi con 15 giorni di anticipo al Ministero dell’Economia e dello Sviluppo</strong> (organismo che segue le manifestazioni a premi) attraverso la compilazione di moduli appositi, presentando il regolamento del concorso e la documentazione che approva l’avvenuto versamento della cauzione, che serve a garantire l’effettiva corresponsione dei premi promessi. Il tutto deve essere fatto alla <strong>presenza di un notaio</strong> che dovrà garantire la buona fede dell’estrazione nel caso si utilizzino sistemi come random.org per stabilire il vincitore.</p>
<p>Chi non rispettasse queste condizioni verrà punito con una sanzione che va <strong>da euro cinquantamila ad euro cinquecentomila</strong>, in base al Decreto Legge 39/2009 (o).</p>
<p>Ovviamente tutti questi passaggi richiedono tempo ma soprattutto denaro, una cosa che spesso scarseggia nelle tasche delle PMI e dei blogger che cercano di sponsorizzare le proprie attività. Molti di questi sono corsi ai ripari chiudendo i giveaway in corso e cercando informazioni l’uno dall’altro. La domanda che tutti si ponevano era :”il mio giveaway è fuori legge?”<br />
La risposta sembra arrivare l’8 Marzo 2012 dal blog Passione Bijoux dove la proprietaria <a href="http://passionebijoux.blogspot.it/2012/03/aggiornamento-sui-giveaway.html">riporta una mail</a> che arriva direttamente da Silvia Petrucci dal ministero dell’Economia e dello Sviluppo. Citando l’art 5 del D.P.R ci informa che i concorsi a premi sono una questione trattabile <strong>solamente da chi è “iscritto al Registro delle imprese</strong> perché sui premi in palio devono essere pagate delle imposte”.</p>
<p>Pertanto i bloggers sembrano essere tagliati fuori! Ma la signora Petrucci continua dicendo che “<strong>se però non si acquista nulla per partecipare ed il bene dato in premio ha il valore di mercato non superiore ad euro 1,00, tali iniziative beneficano dell’esclusione degli adempimenti</strong>”. Purtroppo però l’informazione non risulta così chiara visto che da nessuna parte del D.P.R. si accenna a questo 1,00 euro! Semmai si parla di “valore minimo”, ma quale sia la cifra effettiva rimane ancora un mistero!</p>
<p>A distanza di due mesi la questione rimane ancora molto oscura ma i blogger sono decisi a<br />
rivendicare la loro libertà di fare regali ai propri seguaci, e così nascono iniziative come <a href="http://www.normativa-giveaway.org/raccolta-firme">Normativa Giveaway</a>, una raccolta di firme per apportare delle modifiche al D.P.R con lo scopo di accorciare i tempi burocratici e ridurne i costi, nonché fare chiarezza sul fantomatico “valore minimo”.</p>
<p>Se nel frattempo siete un blogger che non ha intenzione di smettere di fare regali ai suoi lettori, la soluzione migliore è di far rientrare il giveaway tra le esclusioni del D.P.R 430/2001! Perché quindi non organizzare un CONCORSO CREATIVO dove chiedere ai fallower di sbizzarrirsi e dare vita a qualche bel progetto che poi verrà premiato in base a criteri ben precisi?<br />
Non sarebbe così male se si iniziasse a premiare le persone in base al merito, anzichè quelle<br />
baciate dalla fortuna..</p>
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		<title>Fancy è l’anti-Pinterest?</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/07/fancy-e-lanti-pinterest/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 08:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Marchetto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social]]></category>
		<category><![CDATA[#fancy]]></category>
		<category><![CDATA[#pinterest]]></category>
		<category><![CDATA[#smm]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla molto di Pinterest, esiste però un altro social network che comunica prettamente con le immagini: Fancy. Al momento i numeri sono nettamente a favore di Pinterest, ma le possibilità di conversione sembrano più elevate nel secondo, chi vincerà?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/Fancy-graffiti-over-pinterest-550x464.jpg" alt="" title="Fancy-graffiti-over-pinterest" width="630" height="532" class="aligncenter size-full wp-image-4169" /></p>
<p>C’è tensione nell’aria, lo Spectrum Stadium di Philadelphia è gremito, le luci sono basse e il pubblico rumoreggia. Il cono di luce si accende sul ring a illuminare il presentatore che, armato di microfono, presenta i due sfidanti: “all’angolo rosso dal peso di 11 milioni di iscritti <a href="http://marketingarena.it/2012/01/18/pinterest-il-social-media-che-collega-le-persone-ai-loro-interessi/">Pinterest</a>, all’angolo opposto, dal peso di 250 mila iscritti <a href="http://www.thefancy.com/">Fancy</a>. Il risultato del match parrebbe già scritto, il campione dei campioni contro un dilettante sconosciuto. Peccato che il dilettante sconosciuto sia un mancino e il campione non ha mai avuto a che fare con un mancino. Ma conosciamo meglio i nostri sfidanti.</p>
<p>Partiamo con ordine, Pinterest, cosa sappiamo di lui? Pinterest è una piattaforma, accessibile sia da Web sia da mobile e con una app disponibile per iPhone, basata sull’organizzazione e la condivisione di “tutte le cose belle che trovate sul web”.<br />
L’organizzazione avviene attraverso board o “lavagne” personalizzabili, ovviamente alla registrazione per il momento accessibile solo su invito vengono proposte già delle board con le quali possiamo iniziare ad organizzare i nostri pin, ovvero le nostre immagini, siano esse foto o video o infografiche!</p>
<p>Si è parlato molto del <strong>profilo “rosa” di questa piattaforma</strong>, forse il motivo è da ricercarsi sempre nella loro presentazione? “Le persone usano le “lavagne” per pianificare i loro matrimoni, decorare le loro case e organizzare le loro ricette favorite.”… matrimoni, decorazione e ricette… vi posso assicurare che si può trovare anche un lato molto più macho: tattoo, auto e moto e molte altre immagini davvero interessanti.<br />
Resta comunque il fatto che, dei 3 milioni di visitatori unici al giorno e dei 11 milioni di utenti con 32 millioni di post, l’<strong>80% sia rappresentato da un pubblico femminile</strong>.<br />
Quello che davvero può interessare è che il solo Pinterest è in grado di generare più traffico verso i siti di e-commerce di You Tube, Google e LinkedIn messi assieme, <a href="http://www.entrepreneur.com/article/222740">in questo articolo</a> apparso su Entrepreneur viene raccontato di come ideeli.com abbia visto aumentare del 466% il traffico e quintuplicare le vendite. Mica male eh?!</p>
<p>Si direbbe che Pinterest sia il posto ideale per promuovere i vostri prodotti.<br />
Siamo così sicuri? Io metterei un bel <strong>dipende</strong>. Infatti,all’orizzonte si sta affacciando uno dei più promettenti sfidanti di Pinterest, Fancy.<br />
Fancy e Pinterest si somigliano parecchio, anche se l’<strong>impostazione di Fancy risulta essere più gradevole e ordinata</strong>, sembra di sfogliare un catalogo di prodotti. Se ci limitassimo a leggere i numeri la sfida sarebbe presto persa da Fancy, tuttavia i soli 250.000 utenti sono molto più prolifici, con più 16.7 millioni di post, quasi 22 volte più attivi rispetto a quelli di Pinterest. Anche solo la presentazione di questa piattaforma fa capire quanto diverso sia l’approccio tra i due contendenti. Si legge infatti: “<em>Fancy is part store, blog, magazine and wishlist. It’s a place to discover great stuff, to curate a collection of things you love, to get updates on your favorite brands and stores and to share your discoveries</em>”. Questo la dice lunga sul fatto che <strong>su Fancy la popolazione maschile sia del 60%</strong>.</p>
<p>Oltre a questo cos’altro possiamo fare, sicuramente possiamo porre il nostro marchio fancy’d su tutto ciò che ci piace, e organizzarlo in board, analogamente a quanto facciamo su Pinterest. Possiamo <strong>raccimolare bage</strong>, in virtù delle nostre azioni, che ci consentiranno di avere dei codici di sconto per i prodotti delle marche che ci piacciono maggiormente.<br />
Badate bene, su Fancy sono solo le persone che postano i loro prodotti preferiti, non sono calati dall’alto, dall’azienda. Inoltre, se prima ho detto come Pinterest dia una spinta alle visite sui siti, anche che un certo peso sulle vendite, su Fancy la spinta sulle vendite sembra essere molto “pesante”, meno visite, insomma, ma <strong>più conversione</strong>. </p>
<p>Un caso piuttosto interessante è quello dello studente di disegno industriale Jake Frey che, grazie al suo talento e a Fancy, è riuscito ad <strong>ottenere in pochi giorni centinaia di vendite di un suo progetto</strong>, un interruttore magnetico che funge contemporaneamente da porta chiavi. L’attenzione ricevuta gli ha poi <strong>fruttato un’offerta di investimento</strong> ($250000) per la produzione in massa del prodotto. Frey ha <a href="http://thenextweb.com/socialmedia/2012/03/22/why-fancy-is-the-evolution-of-amazon-one-user-bags-a-250000-investment/">dichiarato</a> “<em>Con siti come Pinterest o Tumblr, le cose ottengono molta attenzione, ma non succede niente. Con Fancy, si trasformano da immagini a business reali.</em>”</p>
<p>Ora quello che ci resta da vare e sederci comodi nelle nostre poltroncine e vedere questi due che se le suonano.</p>
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		<title>Etsy.com: un e-commerce per artigiani digitali e creativi</title>
		<link>http://marketingarena.it/2012/05/04/etsy-com-un-e-commerce-per-artigiani-digitali-e-creativi/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 13:12:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Beatrice Fagotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[E-commerce]]></category>
		<category><![CDATA[#eatst]]></category>
		<category><![CDATA[#pinterest]]></category>
		<category><![CDATA[e commerce]]></category>

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		<description><![CDATA[Etsy è una piattaforma digitale dedicata esclusivamente agli oggetti hand made. Uno spazio di social commerce in cui gli artigiani possono interagire direttamente con il pubblico raccontando la storia intrinseca del prodotto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4159" title="etsy" src="http://marketingarena.it/wp-content/uploads/2012/05/etsy.jpg" alt="" width="630" height="543" /></p>
<p>“<em>E ognuno di voi si ricordi che il consumatore è vostra mamma, vostra sorella, vostra moglie. Può licenziarci tutti con le sue scelte!</em>”. (Sam Walton fondatore dei supermercati Wal-Mart)<br />
Che lo vogliamo o no, dobbiamo ammetterlo, al giorno d’oggi <strong>il consumatore regna sovrano</strong> e le aziende fanno a gara per soddisfare i suoi desideri. Ma come ogni Re che si rispetti il nostro soggetto è anche un po’ capriccioso, pretende un trattamento unico, vuole sentirsi speciale, insomma non è più disposto ad accettare di essere considerato uno tra i tanti che acquistano e scelgono un prodotto pensato e pubblicizzato per le masse.<br />
Ecco allora che nascono le contro tendenze e si affina il gusto per il possesso di capi vintage oppure per l’acquisto di pezzi completamente artigianali. A volte è addirittura egli stesso in prima persona il creativo in grado di costruire prodotti unici. Un trend, questo, che anche il web segue e sostiene. In che modo? Beh, per scoprirlo e farvi un’idea vi basterà provare a digitare nella barra di ricerca <a href="http://www.etsy.com/">www.etsy.com</a>!</p>
<p>Se avete seguito il mio consiglio ora vi troverete davanti ad una vetrina virtuale piena di prodotti in esposizione. Che cos’ha di speciale questo <strong>e-commerce</strong>? Innanzitutto partiamo dal nome. Etsy deriva dall’espressione latina “Et si” che significa “e se”, oltre a questo si tratta di una piattaforma interessante perchè <strong>permette di creare un negozio on line</strong> in cui vendere il frutto della propria creatività.</p>
<p>Fondato nel 2005 negli Stati Uniti da Rob Kalin, Etsy è oggi un mercatino dove trovare una quantità immensa di vetrine con <strong>prodotti fatti a mano provenienti da tutto il mondo</strong>, con stili e tecniche diverse e spesso in linea con la filosofia della sostenibilità. Uno spazio virtuale <strong>presentato con una grafica semplice, intuitiva</strong>, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione della merce, in un <strong>contesto esteticamente molto raffinato</strong> e con una qualità delle immagini di alto livello. I prodotti sono divisi per categoria (Handmade, Vintage, Supplies), colore, area geografica del venditore, inoltre il motore di ricerca interno dà la possibilità di trovare i prodotti partendo semplicemente dal paese o dal prezzo selezionato, mettendo l’acquirente in contatto diretto con l’artista.</p>
<p>Una piazza virtuale, insomma, in cui è possibile fare della propria passione un vero business e distinguersi da un mondo sempre più omologato, fatto di grandi catene e marchi multinazionali. Tutto ciò che è il mercato locale viene così ingrandito ed esteso a qualcosa di mondiale, sintetizzato in un’unica piattaforma in cui i punti forti sono la manualità e l’originalità e in cui ogni oggetto proposto è caratterizzato dallo stile personale di chi lo ha realizzato.</p>
<p>A parlare del successo di questo e-commerce sono i numeri, infatti vanta:</p>
<ul>
<li>14 milioni di visitatori in media al mese;</li>
<li>13 milioni di prodotti venduti in 150 paesi;</li>
<li>un giro d’affari attorno ai 50 milioni di dollari.</li>
</ul>
<p>Etsy è anche un sito orientato al social commerce, perchè si focalizza sulle persone e non sui singoli prodotti. In questo grande hub, infatti, <strong>gli artigiani hanno la possibilità di comunicare direttamente col pubblico</strong>, senza la necessità di intermediari, creando direttamente la loro storia attorno ai prodotti proposti. Questo è possibile grazie alla presenza delle chat room, nonchè di corsi online per i venditori e di sessioni a loro dedicate in cui esperti danno consigli su come gestire il proprio negozio. Costruire la propria presenza online è certamente un po’ impegnativo e richiede del tempo oltre ad una conoscenza molto buona dell’inglese che è la lingua di scambio utilizzata.</p>
<p>Navigando nel sito è possibile individuare una sezione chiamata “<strong>Gift Idea</strong>” che permette, cliccandoci sopra, di aprire una pagina con tutti i contatti di Facebook e gli oggetti presenti su Etsy che potrebbero piacere a ogni singolo amico, un’applicazione molto simile a quella ideata da <a href="http://marketingarena.it/2012/03/05/%E2%80%9Cshopycat-by-walmart%E2%80%9D-unapp-per-scovare-il-regalo-perfetto/">Wal-Mart</a> e di cui ho parlato in un mio recente post. Etsy è anche presente in versione mobile grazie ad un’ <a href="http://itunes.apple.com/app/etsy/id477128284?mt=8">app per iPhone</a> che consente di accedere in modo rapido alle vetrine virtuali godendo di tutte le funzionalità del sito madre per l’acquisto e per il <a href="http://www.etsy.com/mobile?ref=so_mob">social sharing</a>.<br />
A questo proposito è necessario soffermarsi sulla <a href="http://pinterest.com/etsy/">presenza di Etsy in Pinterest</a> il nuovo social network che sta spopolando nel web. Secondo Zoomsphere, un tool specifico per la misurazione dei social media, i prodotti di Etsy stanno avendo un grandissimo successo su Pinterest, tanto che ad oggi conta <strong>31 boards e quasi 80.000 followers</strong>.<br />
Sicuramente questa popolarità ha a che fare con l’attenzione e con il rigore che il sito ha per le foto con le quali si presentano i prodotti e si lega anche al fatto che quello di Etsy è un <strong>mercato prettamente visivo</strong>. Resta il fatto,comunque, che essere al secondo posto tra le aziende più seguite, solo dopo Google, in un social che conta circa 12 milioni di utenti non è cosa da poco.</p>
<p>In un momento di così dura crisi per il mondo del lavoro, ritengo sia necessario sapersi reinventare e, perchè no, magari realizzare il sogno di una vita aprendo il proprio negozio virtuale.<br />
Devo scrivere altro per convincervi? Se siete artigiani, artisti, creativi o semplicemente amanti del vintage e dei prodotti artigianali vi invito a utilizzare questo interessante e-commerce e a commentare qui sotto se volete offrire ulteriori spunti sul tema social commerce, creatività e artigianato.</p>
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