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London Marketing

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 13 Gen 2010
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Giorgio Soffiato

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Ho la fortuna di visitare Londra circa 3 volte l’anno, per passione e per lavoro. Ogni volta è bello guardarsi intorno e provare anche a ragionare in chiave di marketing per comprendere differenze e somiglianze con la comunicazione di casa nostra. La prima cosa che mi ha colpito questa volta è stata la massiccia campagna di comunicazione, rigorosamente off line, che Google sta portando avanti su Londra per il suo Chrome. E’ in particolare la metropolitana ad essere oggetto dell’attenzione del browser che comunque non risparmia affissioni e giornali, per un operatore full on line la cosa fa notizia, sicuramente merita un post ad hoc una decisione di questo tipo, lo metto in agenda. A livello di comunicazione a colpire è il copy degli annunci, molto semplici e diretti, forse il tutto è facilitato anche dalla lingua inglese che consente di farsi capire anche senza articolare troppo le discussioni.

Da notare senza dubbio la grandissima integrazione sociale delle persone, una coesistenza probabilmente impensabile sul treno Bologna - Venezia, e i più rumorosi sono sempre gli italiani.. L’idea che Londra da ad oggi è quella di una multinazionale della vita, è possibile fare tutto ed in periodo di saldi l’acquisto è frenetico ma non spasmodisco, veloce ma ordinato e tutte le grandi catene si ritrovano per offrire quello che è senza dubbio lo spettacolo della merce, estremizzato dal re del commercio londinese, il magazzino Harrod’s. I saldi a Londra sono saldi veri, non è infrequente portare a casa vestiti a 1, 2, 3 pound, assolutamente di marca. Si tratta di un’estremizzazione della promozione che ha molti adepti, non pochi partiti dall’Italia con la valigia vuota (o senza valigia per comprarla la) per tornare con l’armadio pieno e le tasche quasi vuote, dopo aver vissuto senza dubbio un’esperienza d’acquisto non banale.

La foto “di copertina” riporta uno dei protagonisti del food marketing londinese, non tanto per numero di punti vendita quanto per originalità dello stesso, da Itsu a Londra i ristoranti (in stile fast food) sono un inno al claim dell’azienda “health & happyness”, massima attenzione ai valori nutrizionali del cibo e offerte molto particolari (dalla limonata al basilico al misu sparato un pò ovunque), bella però l’ambientazione che comprende manuali e libri di nutrizione ed un menu basato sul mangiar sano, non banale per un potenziale competitori di Burger King e McDonald’s che però si è di certo ritagliato uno spazio nel complesso mondo dell’offerta di cibo rapido di cui di certo Londra è regina in Europa.

Il sogno di Londra quindi continua, anche ieri una ragazza mi ha contattato su facebook per qualche informazione in merito ad uno stage a Londra, il fascino della città è grandissimo e tutti vogliono viverci e viverla, voci però dicono che dopo il credit crunch (la crisi) anche nella capitale del business le cose non siano più dorate come un tempo, di certo grazie a Ryanair, una vacanza low cost ci sta sempre..

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fashion.jpgVolete sapere come funziona il Fashion System? Perché quest’anno tornano gli anni Ottanta con quelle orribili spalline? Chi crea le tendenze? Vi accontento subito! Ve lo ricordate “Il diavolo veste Prada”? E Miranda Priestly? Copia più o meno fedele della caporedattrice di Vogue, Anna Wintour? Bene! Nel film la direttrice di Runway, influente rivista di moda, ce lo spiega con queste parole: “Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. […] E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba”.Così in effetti ha funzionato negli ultimi cento anni della storia dell’industria della moda. Persone come Miranda Priestly selezionavano, nella magia e nella suggestione delle catwalk di Parigi, Milano e New York, le proposte degli stilisti che sarebbero finite nei nostri armadi. Influenzando i retailers, consumer-oriented. E definendo di fatto, anno dopo anno, le tendenze. (Continua a leggere… )

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Marketingarena inaugura uno spazio dedicato ad articoli di specialisti di agenzie di comunicazione / marketing / new media che intendono contribuire al progetto con la propria esperienza, il primo interessante post è di Claudia Ferrari, project manager di salsadigitale.net che ringraziamo
(Continua a leggere… )

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Viaggiare con una Lamborghini Gallardo il prossimo weekend: 30 punti.
Portare gli amici per il ponte del primo maggio in uno Yacht “Itama Forty” lungo la costiera amalfitana: 100 punti al giorno.
Organizzare un party in una splendida villa a Saint Tropez, 790 punti.
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Lusso reloaded

di Ilaria Paparella · pubblicato il 05 Mar 2008
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Ilaria Paparella

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Abbiamo parlato varie volte del concetto di lusso e di come questo stia via via cambiando, abbiamo riscontrato come il lusso sia settore portante per il nostro caro Made in Italy e come esso sia più o meno determinante per la nostra più intima felicità.
Abbiamo esempi concreti su cui riflettere, come il fatto che bere un caffè Illy sia gratificante tanto quanto indossare un abito D&G, che ci dicono che il lusso per definizione è esclusivo, non quantificabile finanziariamente in cui la sensazione è intima ed esclusiva.
Se questo è vero, e se è vero che la società in cui viviamo reclama agilità, velocità e innovazione è bene chiedersi, soprattutto per il bene del Made in Italy, come sarà il lusso tra dieci anni.
Sappiamo già che, superato un certo livello di ricchezza, non aumenta in maniera direttamente proporzionale la felicità (pensiamo alle star con i loro problemi di droga), possiamo però immaginare che lo shopping (reale e sempre più virtuale) rimarrà ancora per molto l’evento emotivo da cifre da capogiro che è sempre stato.
A cambiare allora sarà il modo col quale si dà valore a ciò che si acquista e le persone che entrano “nel circuito”: milioni di persone accedono a far parte della middle-class e il lusso tende a democratizzasi costando sempre un po’ meno; internet d’altra parte, fa la sua, armonizzando i confini culturali e creando un’unica consapevolezza sempre più globale.
Nel dettaglio, qualche spunto utile su cui riflettere ci viene da un interessante articolo di Kevin Roberts:
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moda e multicanalità

di Filippo Minelli · pubblicato il 14 Gen 2008
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Filippo Minelli

Abbiamo più volte argomentato come l’integrazione dei diversi mezzi di comunicazione porti non solo a mostrare un’immagine unitaria dell’azienda, ma anche a raggiungere il consumatore moderno avvicinandosi maggiormente a lui, cercando di coinvolgerlo personalmente.

In questo senso, vorrei segnalare alcuni casi di multicanalità e tendenza al 2.0:

American Eagle, qualche tempo fa, dopo aver costruito una pagina in MySpace in cui più di 46000 persone discutono su temi vari, ha introdotto un canale dedicato, chiamato77e.

L’intenzione era quella di rappresentare con un cast di teenager, il core target dell’azienda, alcune situazioni quotidiane di vita. In particolare, la prima serie è stata chiamata “It’s a Mall World” – proprio perchè si svolgeva all’interno di un centro commerciale. Ovviamente gli attori vestivano interamente con capi AE!

Inoltre, il legame instaurato con Mtv per alcuni advertising ha portato, secondo il CEO Kathy Savitt, un aumento del traffico al sito del 20% e un tasso di conversione in vendite del 75%.

Tuttavia la seconda serie, più sottile e meno orientata al prodotto, sembra non aver dato i risultati sperati…

Altro caso da segnalare è Wal-Mart, che entra nel web 2.0 con il gruppo in facebook chiamato Wal-Mart Roommate Style Match“. Purtroppo però, l’iniziativa ha scatenato reazioni anche contrastanti poiché alcune persone hanno usato il gruppo per criticare le politiche aziendali!

Secondo http://fashion-fox.com/ gli errori di Wal-Mart sono stati essenzialmente quelli di aver provato a rivolgersi a un segmento (quello dei giovanissimi) che non ha riconosciuto nel retailer un marchio “degno” della loro generazione…

La sensazione è, dopo aver letto di queste esperienze americane, che da noi l’utilizzo di mezzi 2.0 sia lungi da essere una prima scelta delle aziende…che ne pensate?

Filippo Minelli

Prada si mette il Kimono

di Ilaria Paparella · pubblicato il 15 Ott 2007
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Ilaria Paparella

Prada Spa è una delle case di moda che fanno vanto al settore dell’abbigliamento italiano in tutto il mond; i conti economici sottolineano la solidità del gruppo: il risultato operativo nel 2006 è salito a 156 milioni di euro a fronte dei 99 milioni di euro dell’ esercizio precedente, con un miglioramento del 57%.

Quello che si vuole sottolineare è l’impegno dell’azienda nel coinvolgere artisti e designer intorno a tematiche universali poi rispecchiate nelle collezioni, amate in tutto il mondo per la loro capacità evocativa di uno stile italiano semplice, raffinato ed elegante. Da sempre Prada si è impegnata nella ricerca dei materiali e nell’innovazione di prodotto, il primo grande successo arrivò proprio grazie alla creatività nell’uso innovativo dei materiali, che le fece lanciare nel 1985 una linea semplice e moderna di borse di un nero lucido realizzate con il nylon dei paracadute. Negli anni comunque non ha mai smesso di innovare, cercando di differenziarsi dalle altre case di moda proponendo sempre uno stile ricercato e all’avanguardia pur mantenendo l’essenzialità delle forme alla ricerca di un sapiente mix di retrò e avanguardia.

Di questi giorni è l’annuncio di spingersi ancora oltre, abbandonare il rimando alla cultura borghese e all’essenzialità delle forme per calarsi nell’immaginario femminile dei Paesi emergenti. A questo momento di passaggio e di decadenza Miuccia decide di rispondere con fantasie vistose, cancellando il minimal e scatenando la creatività.

Cerca così di tradurre con una favola estetica fatta di fumetti che guardano a Oriente l’ossessione delle donne per il sexy; lo fa evitando scontate scollature e spacchi e giocando con abiti molli segnando una rottura con il cliché che la vedeva usare soltanto tessuti rigidi. Persino le cuciture delle calze diventano svirgolate, ideali per chi ha le gambe storte come tante giapponesi fashion victim.
Due le lezioni importanti da cogliere da questo gigante del lusso Made in Italy:

- diviene sempre più cruciale, alla luce dell’economia globalizzata in cui viviamo, aprirsi a nuove realtà e a culture diverse della nostra in uno scambio reciproco

- importante usare la creatività per rielaborare i valori da cui si parte, mantenendo quanto di buono il passato ci lascia ma guardando costantemente al nuovo e al futuro.

«Tutto è vecchio, bisogna rompere gli schemi. D’ora in poi le collezioni non avranno stagioni, proporremmo ai negozi una serie di pacchetti, come spot continui. Questo significa sfornare senza sosta idee nuove»…e se lo dice Miuccia…

Ilaria Paparella

Ragioniamo molto spesso sull’importanza del “fattore moda” e nel contempo sulla crisi di competitività delle imprese italiane, soprattutto quelle artigiane, che incontrano paurose difficoltà a reggere l’impatto delle varie “mazzate” al fare impresa: burocrazia, tassazione, cina, crisi congiunturale e mancanza di creatività.

Proprio la creatività ed il marketing sono le leve di cui noi discutiamo più spesso e sulle quali forse abbiamo la possibilità di spendere due parole. La tendenza per il futuro, a nostro avviso, si chiama licensing. Le grandi aziende hanno capito che oggi la produzione è standardizzata, penso a peugeot, citroen e toyota (spero di non sbagliarmi su quest’ultima) che co-producono una vettura che per motori e meccanica è identica e addirittura (parola di concessionario) si trovano a dover attendere mesi per consegnare un’auto visto che tutte e tre le marche devono fare numeri simili a causa di accordi commerciali ed è quindi necessario attendere chi resta indietro. Ma come si lascia indietro qualcuno?

La parola chiave è differenziazione: modificare gli interni, regalare un navigatore o un telefonino bluetooth, far disegnare i sedili allo stilista (Lapo e diesel per la nuova 500) sono tutte operazioni che esaltano l’idea di prodotto unico e personalizzato (seppur in serie) ed evocano valori di moda giovane (peugeot e sweet years) o alta moda (D&G e citroen). Non solo vetture però.. la recente invasione dello stile ha fatto centro, negli ultimi mesi, anche nel mercato dei telefoni cellulari: se prada ha aperto le danze in compagnia di LG, segue a ruota Armani che ha recentemente siglato un accordo con samsung per la produzione di telefoni ed altri prodotti tecnologici in stile. Ma anche il nokia n73 brandizzato luna rossa è di certo una perla.

Viene da chiedersi, chi compra questi prodotti? Probabilmente il target è la clientela che ama pensare di guidare, possedere o utilizzare un prodotto unico o quasi e comunque condivide quei valori di marca che caratterizzano il prodotto. Questo tipo di innovazione è di certo interessante, si tratta di miglioramenti non radicali ma incrementali e di marketing che possono però cambiare pesantemente il volto del prodotto.

E le pmi? I casi di successo visti sono riconducibili principalmente alle grandi aziende (in foto la mini mosaicata da Bisazza come eccezione che conferma la regola ma in questo caso si tratta di un prodotto bandiera più che di un prodotto da catalogo), ma le nostre piccole e medie imprese cosa possono fare? la domanda da fare è questa: se paragonassimo il nostro artigiano ad un produttore di auto, a chi potremmo paragonare lo stilista che gli personalizza il prodotto in chiave creativa? A nostro avviso è la figura del designer che ad emergere dalla ricerca. E’ cosi impossibile immaginare una pmi ed un designer che si accordano per realizzare un prodotto innovativo mediante un’azione di co-marketing?

Giorgio

Che polemica sulle wags!

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 26 Ago 2007
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Giorgio Soffiato

Chi possiede un sito web, più o meno inconsciamente, ha sempre a cuore le visite alla propria creazione. Non deve essere molto diverso per i responsabili del sito del ministero degli esteri inglese che si trovano bersagliati dalle polemiche da una parte, ed invasi dalle visite dall’altra.

L’oggetto del contendere è la “guida on line per le vacanze da wag” scritta dalla 22enne Charlotte Meares, moglie di Jermain Defoe, attaccante della nazionale di Sua Maestà. La guida, ospitata nel sito del ministero degli esteri, è una delle “attrazioni” del portale, tanto che un portavoce del ministero ne conferma il successo. Le polemiche montano probabilmente a causa dei contenuti della guida: dai consigli legati all’imperativa presenza di un centro estetico in hotel (“può sempre accadere che le tue extencion diventino verdi dopo un bagno in piscina”) alle pillole sull’assicurazione medica (”un ruzzolone dal tavolo di un bar con le vostre scarpe di Jimmy Choo vi potrebbe costare 20mila sterline del denaro stanziato per lo shopping, per saldare il conto dell’ospedale”) per finire con i “tip” burocratici (“il numero del consolato è fondamentale se perdi il passaporto o finisci nei guai con la polizia dopo un party”).

In Gran Bretagna c’è chi bolla la cosa come “frivolo spreco di denaro pubblico” ma il ministero si difende definendo “ironico e divertente” il tono con cui la guida viene pubblicata. E intanto tra i mariti calciatori qualcuno borbotta, l’irlandese Keane ad esempio dice: “Un giocatore doveva venire da noi al Sunderland, pero’ mi ha detto che sua moglie non vuole rinunciare allo shopping. Per me non e’ possibile che nel calcio a decidere siano la geografia e i gusti delle donne. Bene, io questi tipi non li voglio nemmeno vedere. Sono uomini deboli e molli”. Invidia per la ribalta rubata?

Foto: gazzetta.it

Il marketing invisibile

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 19 Lug 2007
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Giorgio Soffiato

Il concetto di locale alla moda a che concetti lo accostereste? Mondanità, stile, ritrovo, forse, tutti concetti che hanno fanno pensare a più persone che si ritrovano e a un posto conosciutissimo e bramato. Ma se non fosse proprio così?
Vi faccio un esempio: a New York il ritrovo più alla moda del momento è un locale chiamato East Side Company Bar, che un elite di amici e conoscenti dicono trovarsi al numero 49 di Essex Street, ma il fortunato si reca all’indirizzo e trova…un palazzo residenziale! ..col dubbio di dovere suonare tutti i campanelli per trovare il locale!
Già, se oggi a New York si vuole frequentare i posti più trendy, devi amare anche la caccia al tesoro. Questi posti infatti mancano di insegne e di recapiti telefonici per le prenotazioni e molto spesso non si sa nemmeno che generi di locali siano (non sto parlando comunque di locali night o simili). Qualche eletto può conoscerne gli indirizzi ma come gli spakeasy dell’epoca del proibizionismo, vivono di segretezza. Qualcuno ha un recapito mail molto difficile da trovare ma è rarissimo che qualcuno risponda ad eventuali richieste e ricordate, il locale in via ufficiale è comunque sempre chiuso. Qualche nome: l’Home Sweet Home, un bar che ha aperto lo scorso autunno dopo ben due mesi di soft opening, altra chicca di questa città: la non inaugurazione che inaugura. Ancora il ristorante del direttore di Vanity fair, posto più alla moda di New York avendo non aperto ben otto mesi fa che permette al proprietario di divertirsi con i suoi amici riservandosi la facoltà di far tornare da dov’erano arrivati i temerari che si presentano all’ingresso causa “private party”. Ma ci sono locali anche molto semplici, diventati icone di tendenza per il solo fatto di essere “invisibili” e di rigettare le masse: come l’Anchor, frequentato da single e da artisti, o il Death e Co., un food bar molto chic, la cui sola insegna è una misera scritta sul marciapiede.
E la pubblicità? Il nostro caro marketing? Bhe, fa tutto il passaparola …e il blog..perchè questi ristoranti hanno capito che niente è galvanizzante come dare l’illusione a chicchessia di aver scoperto qualcosa che non è ancora alla portata di tutti. Forse questa è la nuova frontiera del lusso. Alla fine, a ben pensarci, è anche questa una forma di personalizzazione: la personalizzazione dell’esperienza della scoperta, dove il fattore vincente è far credere al vip come al comune mortale di far parte di un mondo eletto in cui lui è il protagonista a cui è concesso qualcosa di unico ed esclusivo.
Se questa è la strada cosa ci attenderà a noi markettari?

Fonte: Ventiquattrore

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