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5 domande per voi

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 23 Jul 2010
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Giorgio Soffiato

Non è di certo un mistero l’attenzione che marketingarena ha negli ultimi mesi posto sul tema della formazione e del lavoro, grazie a questa grande pressione abbiamo oggi l’opportunità di fornire un contributo ad un periodico cartaceo, chiamato EST – Economia, Sviluppo e territorio che ci richiede di far sentire “la voce dei giovani studenti” (e perchè no, dei giovani docenti) su questi temi

Cosa ti aspetti dalla tua università / cosa ti aspettavi?

Sceglieresti nuovamente la stessa facoltà o ritieni la tua formazione “errata o incompleta o non rispondente alle richieste del mercato?

Il problema della formazione è un problema italiano o limitato ad alcune specifiche facoltà? Le facoltà tecniche sono più “in auge” rispetto a quelle umanistiche?

Master e / o dottorato: vie possibili per migliorare il proprio bagaglio formativo?

Quali soluzioni al problema della formazione in Italia? Cosa faresti?

Abbiamo la possibilità di dire la nostra, citerò i vostri commenti per cui, per chi lo volesse, un contributo è graditissimo

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Formazione: parcheggio completo

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 09 Jul 2010
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Giorgio Soffiato

Hitler quiere contratar GiorgioFasulo (CV Creativo) from giorgiofasulo on Vimeo.

Abbiamo parlato di recente di formazione, università e prospettive future, proprio in aula ho avuto la possibilità di misurarmi con alcuni studenti neo laureati e non, tutti pronti a mettersi in gioco per fare il salto di qualità. Due dati di fatto:

L’università è per molti un parcheggio: 5, o meglio 7/8, anni di semi-riposo tra esami a scelta e corsi frammentati, poca voglia di accedere ad uno sviluppo del proprio percorso formativo “proattivo e virtuoso”.

Anche i master faticano: il rischio è quello di condensare gli stessi contenuti di una laurea specialistica in un anno o meno e di veder sgretolato, a causa della crisi, l’unico punto di forza realmente esistente, le possibilità di placement offerte.

In un quadro cosi complesso quello che anche chi legge chiede è: ottimo ma che si fa? Ho provato a portare in aula soluzioni un pò diverse rispetto al classico modello di teoria + esercitazione chiedendo a Matilde, Sara, Francesca, Domenico, Giulia, Angela e Pietro di sviluppare delle idee e delle presentazioni e di mettere nella propria cassetta degli attrezzi tutti quei tool che oggi non fanno di certo trovare lavoro ma almeno permettono di “parlare la stessa lingua” di chi i curriculum cartacei ha smesso di guardarli da un pezzo. Il risultato sono state 4 presentazioni di assoluto valore, certo da affinare ma davvero interessanti, che hanno toccato le tematiche legate al personal branding, alle imprese culturali e al marketing nel sociale. Credo di aver davvero imparato molto ieri con esempi molto gustosi, come il curriculum creativo sopra riportato.

Dedicherò un post ai vari interventi, ciò che mi preme in questo momento è far passare un pò i fiducia: è innegabile che in questa fase la torta sia più piccola, ma le fette possono essere più grandi se il mercato della formazione e l’offerta di lavoro si auto-regolano aggiungendo un pò di meritocrazia. Mi rendo conto che stiamo parlando di effetti positivi di una catastrofe generale e questo mio post non vuole toccare argomenti come il lavoro di chi da 20 anni è in fabbrica o di chi ha tutte le carte in regola per sfondare e non ce la fa, nel primo caso è probabilmente “chi comanda” a dover intervenire, nel secondo è solo un biglietto aereo a poter cambiare la storia di persone eccezionali in un paese ad oggi mediocre.

Ieri però l’impressione è stata positiva, con un pò di fiducia (in sé stessi prima di tutto) le cose possono cambiare in meglio, ai formatori il compito di mettere sul tavolo quel qualcosa in più per alzare l’asticella.

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Risposta: boh. Dopo alcuni mesi in cui la componente formativa del mio lavoro è stata piuttosto presente e interessante non potevo non dar conto di quanto si palesa ai miei occhi parlando di apprendimento, universitario in particolare. Mi sento di escludere subito dalla “torta” quelle specializzazioni e lauree scientifiche, tecniche, mediche, che di certo risentono dell’andamento generale ma solo in parte affrontano le problematiche che travolgono le famigerate parole marketing e comunicazione.Ciò che più preoccupa è il trionfo dei luoghi comuni (l’università è quello che un tempo erano le superiori.., oggi ci vuole il master) unito a una generale situazione di rassegnazione che sembra molto lontana dal fervore che altrove è invece ben presente come riporta Loretta Napoleoni nel suo bel “Maonomics“: “Nella Cina contemporanea come in poche altre nazioni al mondo si ha l’impressione di essere parte della storia, anche se solo in qualità di spettatore“. In Italia si ha l’impressione di essere parte della disfatta, figli di un declino che costringe a vivere sulle spalle di genitori stanchi e ancora loro malgrado lavoratori in un clima di ansia, stress e malcontento. E’ quanto emerge dalle varie chiacchierate con tanti giovani tra i 20 e i 35 che forse anagraficamente più giovani non sono ma che tali si sentono visto che non hanno ancora trovato una collocazione stabile e per questo credono che quello che “faranno da grandi” debba ancora arrivare.
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E’ un mondo difficile, quello del web marketing. Ho recentemente chiacchierato nel corso di un momento formativo con alcune persone impegnate nel marketing e nello sviluppo di nuovi marketing per le rispettive aziende, le più diverse, sulle tematiche che riguardano la complessità del marketing on line con particolare focus sul social media marketing. Il risultato sono stati molti sorrisi imbarazzati, e questo non è un buon segno.

Uno dei concetti che chi scrive timidamente prova a portare avanti da tempo è legato alla preoccupazione per l’aumento del gap tra la competenza necessaria per muovere le leve del marketing on line e la competenza realmente presente in azienda. Un gap che aumenta di continuo alla luce della rapidità con cui si muove il marketing on line e della lentezza con cui reagiscono le aziende, un piccolo test provocatorio per fotografare potenzialmente le tendenze degli ultimi mesi: la nostra azienda è pronta per lo sviluppo di un’applicazione mobile o per i social network? Il sito web contiene un punto di conversazione a due vie con l’utenza? So se la fuori qualcuno sta parlando di me? Me ne preoccupo?
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Riprendo via Gianluigi Zarantonello che rilancia Minimarketing il tema degli interinali del social media e più in generale del lavorare nel social media marketing. La premessa concettuale in questo caso è che paroloni come relazioni, pensiero strategico, condivisione e collaborazione sono ormai abusati, quasi da dar fastidio. E’ complesso rendere giustizia ai pochi bravi di fronte ai tanti farlocchi che fanno questo mestiere, è complesso perché manca una guida e perché non è poi cosi difficile imbastire due profili.. il problema è che il gioco non finisce qui..

Distinguerei sostanzialmente due livelli nel social media marketing, che sono poi i due livelli di molte delle leve di marketing digitale sulle quali riflettiamo. Nel momento della pianificazione strategica è importante il coinvolgimento dell’intera impresa che deve definire delle linee guida di comportamento e di relazione. Risponderò ai commenti? Con quale frequenza? Come mi comporterò di fronte ad un commento negativo? Avrò un blog aziendale? Lo aggiornerò? Chi ci scriverà? La risposta a tutti questi quesiti non può essere affidata ad uno stagista, per quanto skillato visto che oggi arrivano in azienda stagisti con più esperienza di direttori marketing.. L’operatività però, ed ecco il secondo livello, non richiede nei singoli momenti delle skill cosi profonde da coinvolgere l’intera impresa.. il problema è che se a livello di importanza sul successo finale dell’attività la strategia conta moltissimo, l’operatività non solo conta altrettanto ma è anche un’attività molto gravosa e spesso ripetitiva (si gestiscono 3 clienti nello stesso modo) e per questo adattissima allo stagista di turno. Ben lungi dall’esprimere giudizi di merito mi soffermo su due punti, e chiudo accodandomi a Gianluca.

- Tutti abbiamo fatto uno stage e lo strumento è assolutamente utile per entrare nelle dinamiche aziendali e capire come funzionano davvero le cose. Inoltre uno stage nel social media marketing è di certo più divertente di uno stage nella revisione aziendale

- E’ giusto, sensato, corretto ed etico che lo stage sia la prima parte di un percorso formativo che porta all’evoluzione della figura professionale, e qui sorge la grande domanda: con la crescita della domanda di social media marketing il rapporto manager/stagista rimarrà di 2 stagisti per ogni manager (ipotetico 1/2 –> 2/4 –> 4/8) o le economie di specializzazione porteranno a preoccupanti 1/4 –> 2/10 –> 3/20?) Ho estremizzato, per rendere un’idea non facile da portare ma, semplificando, ci sarà posto tra i quadri dirigenti per gli stagisti cresciuti in azienda?

Chiudo come promesso con un commento al consiglio di Gianluca, che riporto

poi io, se dovessi dare un consiglio non richiesto ai neolaureati, direi di non focalizzarsi sui social media come oggetto della propria professione/specializzazione. Studiate invece l’applicazione dell’ambiente sociale al marketing, all’organizzazione, alle vendite, al servizio clienti, per essere degli specialisti in linea con l’ambiente circostante ma appunto, accumulate l’esperienza nell’applicazione, non nel social web in quanto tale.

Sono molto concorde, giro la testa e vedo sulla mia scrivania “propagare l’ideavirus” di Seth Godin, finito di stampare in Italia nel 2001. Ricordo una mia tesi del 2003 sulla memetica e il bel “la parte abitata della rete” è un testo del 2007. Sono passati 9, 7 e 3 anni ma non tutto cambia cosi in fretta come sembra, non è la corsa all’oro, si tratta solo di comprendere che le aziende hanno sempre meno vantaggi informativi sulle persone e per questo si devono concentrare sui vantaggi di produzione, anche quando il prodotto è un servizio. Le persone parlano con le aziende non tanto perché si siano scoperte nuove dinamiche collaborative e tutti siano diventati buoni, quanto perché oggi sputtanare è possibile, ed essere sputtanati fa paura. E’ tutto come ieri, le aziende vogliono fare business e trovare i clienti, capito però che per fare questo il mezzo è una nuova dimensione e se questo mezzo fa bene anche all’etica aziendale ben venga. I piccoli invece ci hanno provato e ci sono riusciti reinventando e reinventandosi, e da questo sono nati casi di vero “bel marketing”. Agli stagisti di oggi quindi un consiglio solo: imparare il vocabolario delle aziende, fatto di strategia, marketing, vendite, organizzazione, e se proprio vogliamo dei bei libri non scendiamo sui tecnicismi da copertina (web 2.0! web 2.0! web 2.0!) ma proviamo a comprendere quello che c’è dietro, Barabasi e Castells per cominciare possono aiutarci.

LavorHome

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 22 Feb 2010
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Giorgio Soffiato

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Nativi digitali, social networking, consegne alle 3 (di notte) e lavoro da casa, dal bar, dall’ufficio o dal mare. Ne hanno parlato in molti, o forse sarebbe meglio dire che hanno parlato in molti di noi.
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L’abilità non serve a molto senza opportunità. Questa frase è di Napoleone Bonaparte e credo ben riassuma la tesi di Malcom Gladwell, contenuta nel libro “Fuoriclasse: storia naturale del successo”. Il nome inglese del libro “Outliers” è molto esplicativo, si tratta infatti di quei dati statistici talmente anomali da non essere presi in considerazione, i picchi e le frenate fuori posto all’interno di quelle curve regolari che siamo abituati a vedere e analizzare nelle scienze sociali. Gladwell porta una sola, grande idea forte: la correlazione tra talento e successo non è diretta, e non è nemmeno la sola aggiunta di perseveranza a fare la differenza, per quanto personalmente una frase come questa appaia eccezionalmente di effetto:

il successo è una funzione della perseveranza, della caparbietà e e della propensione a impegnare ventidue minuti per trovare il senso a qualcosa che la maggior parte delle persone lascerebbe perdere dopo 30 secondi

Cosa si interpone tra talento e successo? Le opportunità fornite dal contesto:

  • ambientale
  • sociale
  • culturale

sono questi fattori i veri punti discriminanti nello sfornare geni come Bill Gates e Einstein, ma ancor più a cuore sembra avere Gladwell i geni mancati, i talenti canadesi dell’hockey che a causa della differenza di 11 mesi con i coetanei al momento della scelta di quelli che accederanno alle squadre migliori non hanno l’opportunità di accedere ad un sistema più professionale di allenamento e divenire quindi delle star e ancora gli studenti che “misurati” in un certo periodo si guadagnano l’accesso alle scuole migliori a discapito di coetanei di annata che scontano però diversi mesi di differenza, periodi che a 5-6 anni fanno la differenza. Quello che molti vedono come mix di talento e destino ed altri danno etichettano come fatalità (disastri aerei che Gladwell analizza con dovizia) o predisposizione, è in realtà spesso spiegabile da questo Sherlock Holmes della conoscenza che porta il lettore alla scoperta dell’importanza del contesto e dell’ambiente di riferimento. Colpisce ad esempio il fatto che l’abilità matematica dei cinesi non sia da ricondurre al talento innato degli stessi ma alla forma linguistica della numerazione che permette agli stessi di ricordare con maggiore facilità i numeri producendosi in complessi calcoli con minore affanno (è facile comprendere che “tre fratto cinque” risulta meno friendly di “di cinque parti prendine tre”, traduzione letterale della matematica cinese) e, solo ora interviene la conseguenza, ovviamente trovandosi più predisposti a studiare ed amare quella che diviene una materia più comprensibile. Ecco il punto forte, il contesto predispone un terreno fertile per la crescita di persone speciali che, dotate di abilità non convenzionali e di una perseveranza non comune si aprono la strada per l’olimpo delle rispettive discipline. Fingendosi economisti veri, il contesto è quindi condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo di attività di successo. Un mix di abilità anche esterne che ci porta, appoggiandoci al contributo di firstdraft sul tema, a confermare che la scienza del futuro non sarà tanto l’ottimizzazione delle risorse scarse in contesti economici frenetici, quanto piuttosto il pensiero creativo che porta alla creazione di opportunità di valore all’interno di uno scenario particolare, l’interazione con lo scenario stesso e la capacità di rileggere anche quanto riteniamo assodato è senza dubbio la killer app per un miglioramento complessivo del sistema. Chiudo con uno degli esempi più calzanti del libro che palesa la diretta relazione tra le ore di studio ed i risultati scolastici evidenziando come gli alunni che non fanno le vacanze estive (cinesi vs americani) o che durante il periodo estivo hanno la possibilità di frequentare corsi extra e campus di approfondimento (classi agiate vs classi meno ricche) ritornano a settembre con una migliore preparazione e, estate dopo estate, costruiscono quel gap che i nostri formatori hanno invece imputato all’assenza di strumenti e tecniche. La scuola funziona, ci dice Gladwell, non serve un computer per ogni studente, gli strumenti non mancano, quello che serve è la possibilità di lavorare di più e meglio con gli studenti, sviluppando abilità collaterali. Operativamente appare molto più profittevole l’idea di puntare su campi estivi e scambi culturali, l’aggiornamento al pc all’ultima moda non per forza produrrà i nuovi Bill Gates o Einstein. Il tema è senza dubbio gustoso e si inserisce all’interno di un più ampio dibattito che riguarda la presa di coscienza dell’irrazionalità economica e la fusione tra scienze psico-sociali ed economiche alla ricerca di dinamiche che solo le materie del futuro (dall’econofisica all’economia comportamentale) potranno spiegare, alle università lungimiranti il compito di andare oltre i corsi di marketing dando spazio a queste novità, magari avendo anche il coraggio di spostare qualche autore da “economia politica” a “storia economica”, mi rendo però conto che non è cosi banale..

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Un interessante articolo comparso recentemente su corriere.it racconta un fenomeno nuovo, il downshifting. Subito la definizione del fenomeno, nato in Australia e detto anche Sea-Changing, riassumibile in una filosofia di questo tipo: Dal Guadagnare di più per vivere meglio al guadagnare di meno per vivere di più..

Scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere a una libera, volontaria e consapevole riduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero (wikipedia)
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Trovare lavoro col web 2.0 è possibile? Come la rete ci ha insegnato non tutto ciò che prevediamo si avvera, molte cose però nel tempo vengono inevitabilmente influenzate dal web ed in particolare dai nuovi contesti social che pervadono sempre più le nostre vite. A mio avviso questo è un bene perchè il meccanismo sotteso delle raccomandazioni è oggi palesato on line grazie a siti che intermediano competenze.
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Lay Off

di Alessandra Luise · pubblicato il 27 Mar 2009
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Alessandra Luise

«Auspico che chi è stato licenziato si trovi qualcosa da fare. Io non starei con le mani in mano» questa è stata la frase pronunciata dal nostro Presidente del Consiglio a Napoli, in occasione dell’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra.

In effetti sì, sarebbe auspicabile ma fino a ieri non sono rimasta stesa al sole con una spiga in bocca a riflettere sull’infinito.
Per correttezza devo ricordare che la frase va inserita in un contesto più ampio sulla base del quale ognuno è libero dare la propria interpretazione. La polemica politica non rientra nelle mie intenzioni, tantomeno fra i miei interessi. Ma non posso nascondere che parole come queste, contestualizzate o meno, suscitano in me una certa ilarità. Soprattutto alla luce della voglia di reagire che osservo in me ed intorno a me. E non parlo dei piccoli e medi imprenditori del nostro territorio, che sanno già il fatto loro. Non mi riferisco nemmeno ai 300 operai in cassa integrazione della Fincantieri o i 190 della Moto Guzzi, giusto per citarne alcuni. Per quanto questa crisi stia colpendo tutti, io guardo il mio. E ciò che vedo è una totale, demoralizzante e, quasi, ridicola mancanza di prospettive per chi ha investito su sé stesso ed il proprio futuro. Una mole enorme di cervelli attivi e pensanti inutilizzati, sfruttati o lasciati emigrare.
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