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Parlare di riufiuti in questo blog, quando oramai tutta l’Italia ne parla e, ahi noi, anche l’estero, può sembrare polemico e ridondante. Ma quello che voglio proporvi è una buona notizia, prometto!
(Continua a leggere… )

Lezioni di retail ai mercatini di Natale

di Erica Pegoraro · pubblicato il 21 Dec 2007
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Erica Pegoraro

Vorrei segnalare qui su Marketing Arena, sull’ondata di attenzione alle tematiche del Retailing, un esempio curioso di gestione del punto vendita. Si tratta dei mercatini di Natale di Levico (TN). Certo può essere un argomento frivolo, ma andandoci di recente ho notato una stretta commistione tra marketing territoriale, retailing, e town centre management.

I mercatini di Natale, in generale, sono stati rivalorizzati per la loro capacità di recupero della tradizione e creazione di valore aggiunto. Molto spesso però si trovano mercatini di scarsa qualità, in cui l’aspetto puramente commerciale prevale su quello territoriale, cosa di cui il consumatore, sempre più attento, suppongo se ne accorga. Tutt’altra musica a Levico, la cui gestione richiama, più o meno consapevolmente, ad alcune leve importanti di retailing, nonché di marketing del turismo.

Location. I mercatini sono all’interno di un parco naturale, che coadiuva l’inserimento in un atmosfera fiabesca e natalizia. Inoltre, sono a ridosso del centro termale, proponendosi come tappa ineliminabile per i turisti della “wellness” provenienti da tutto il Nord Italia, ad alta propensione alla spesa.

Prodotto. L’offerta delle casette è ben orchestrata e i prodotti venduti fanno parte della sfera enogastronomica, e dell’artigianato, in particolare la lavorazione del legno. Non sono presenti stonature industriali. Inoltre sono tutti ben presentati e spiegati.

Prezzo. Elevato: la spesa per i mercatini non è dunque alimentata da una volontà di risparmio, ma di acquistare qualcosa di tipico, del buon ricordo, irripetibile nel territorio di provenienza.

Atmosfera. Musica, layout espositivo comune, costumi tipici, colori, aromi non mancano. Tali leve non fanno altro che risaltare quello che è il vero protagonista dell’offerta dei mercatini, ovvero il territorio.

Piccole note di stile come il giro con i cavalli (veri) e la classica visita di Babbo Natale per i bambini.

Ristoro. Molti i punti dove gustare le tipicità trentine, tutte di ottima qualità e fornite con un buon servizio.

In conclusione, trovo che sia un buon esempio dove una gestione di marketing orientata al consumatore possa creare valore anche per un progetto semplice come quello dei mercatini e possa essere un buon esempio per lo sviluppo della territorialità, grande risorsa per il nostro Paese, non vista in maniera miope per spulciare il prezzo più alto, ma come offerta integrata e di senso.

Erica Pegoraro

Chi di voi non ha sentito parlare in questi giorni del nuovo decreto che inasprisce le sanzioni per gli automobilisti? Innumerevoli servizi, da prima pagina, che hanno sciorinato quanto dura sarà la vita dei ragazzi che devono troppo o che fanno abuso di droghe. Perfino la corsa a cercare il primo multato, come al tempo dell’entrata in vigore della patente a punti si cercava chi aveva letteralmente totalizzato più punti..in infrazioni!

Ma forse qualcuno si è accorto di una regola, cioè che i neopatentati non possono guidare macchine di potenza superiore ai 50 kW [art. 2 del nuovo decreto che modifica l'art. 117 del precedente decreto 285 del 1992]. E forse ancora meno sanno che la nuova 500 ne ha 51! Risultato: con un semplice comma viene spazzato via l’intero mercato dei giovani neopatentati che l’avrebbero presa come prima macchina. Un target fondamentale, vista l’idea di riscossa collegata alla nuova vettura.

Dal Lingotto fanno sapere che è stata una doccia gelata e che provvederanno ad abbassare la potenza a 49, ma per le vetture già prodotte? Dal canto suo il Ministero dei Trasporti, Bianchi, dice candidamente che non si era accorto del problema e assicura un ripensamento a settembre per correggere questa “svista”.

Ma la Fiat non è l’unica ad essere penalizzata dal decreto. Altre macchine proibite sono: la Mini, la Focus, la Seat Leon, la Yaris, la Golf, la Honda Civic, la 147, la Classe A. Cioè tutte macchine con chiaro posizionamento giovanile. Sono invece consentite (a seconda del tipo di motore scelto) le Citroen C1, C2, C3, Pluriel, la Dacia Logan, della Fiat la 600, la Panda, la Punto e la Grande Punto, Ford Fiesta e Fusion, Lancia Ypsilon, Opel Agila e Corsa, Peugeot 107 e 206, le piccole Renault, quasi tutte le asiatiche e la Smart.

Oltre alle ovvie implicazioni di mercato per le varie case automobilistiche, emergono dei quesiti interessanti: sono i produttori che fanno macchine troppo potenti, posizionandole per i giovani senza curarsi delle conseguenze, o è il Governo che non ha un minimo di contatto con il Paese reale?

Secondo me è scandaloso che un ministro dei Trasporti e la sua Commissione non conoscessero la potenza dell’auto della riscossa nazionale! Senza contare il fatto che le famiglie che non possiedono una macchina inferiore ai 50 kW (magari ne hanno una familiare potente), non possono far guidare i figli per tre anni dal conseguimento dalla patente. Cosa fanno? Li fanno andare in motorino (se ce l’hanno), si comprano una macchina nuova più leggera, o li scarrozzano da una parte all’altra?

Ah se i nostri politici facessero un po’ più di marketing, e non solo un banale CRM in campagna elettorale…

PS: attendo precisazioni dagli esperti. Io di certo non mi ritengo tale!

Fonte: Alberto Mingardi e Alessandra Stoppa per Libero.

Erica Pegoraro per MarketingArena

E’ questa la filosofia che sta alla base di Eataly, un progetto piemontese nato per offrire al consumatore cibi e bevande di alta qualità a prezzi accessibili. La via è la tanto blasonata riduzione della catena distributiva: meno passaggi meno rincari. Eataly è già presenta da qualche tempo in Rete come canale di vendita e promozione delle tipicità, ma il salto di qualità avverrà questo mese con l’apertura nel capoluogo piemontese di EatalyTorino, il più grande centro enogastronomico del mondo.

Si tratta di un gigantesco mercato di 11.000 mq dove poter reperire prodotti tipici, e in ogni caso di elevata qualità, senza prosciugare il portafoglio. Ma non solo: l’idea è quella di offrire un’esperienza Slow Food a 360°. Oltre alla mirabile vista di centinaia e centinaia di banchi colorati, all’estasi di profumi e sapori delle nostre terre, sono aperti numerosi ristoranti ed enoteche foraggiati dai produttori, nonché un servizio di gastronomia. Senza contare l’aspetto padagogico: sono gratuitamente a disposizione una biblioteca e internet point, aree tematiche, itinerari del gusto, corsi di educazione alimentare, sale per enti pubblici e associazioni del territorio, eventi dedicati. Ci sono poi altri corsi a pagamento per i cultori del cibo.

Perché mi ha tanto colpito questa iniziativa?

- Innanzitutto perché penso sia lodevole l’idea di promuovere il made in Italy (o Eataly?!) mediante il ripensamento della struttura distributiva. La frammentazione dei produttori ha visto come prima risposta l’istituzione di consorzi, ma secondo me poco è stato fatto sul versante distribuzione, la quale ha dei costi strutturali importanti. Non a caso la vendita attraverso Internet ha visto casi di successo proprio per la sua capacità di ridurre la catena, ma ho notato che non sempre questo si è tradotto in una diminuzione di prezzo per il consumatore finale. Riunire tutti sotto lo stesso tetto può essere una buona cosa, anche se mi lascia qualche perplessità l’aspetto logistico, cioè la mozzarella di bufala campana arriverà (se ci arriverà) fresca a Torino tutti i giorni?

- Ancora, è da notare l’aspetto marketing. La scelta di campo è stata quella di rinnegare l’idea di nicchia e abbracciare un marketing di massa: prezzi medio-bassi, apertura dal martedì alla domenica orario continuato, possibilità di ampio parcheggio sono le credenziali di un centro commerciale. E secondo me è così che vuole essere Eataly Torino. E’ comunque vero che ci sono aree più specializzate come ristoranti o enoteche di lusso, ma questo lo leggo come aderente al concetto di estensione del target: aver avuto solo punti vendita mediocri non sarebbe stato coerente con un target ampio o quindi eterogeneo.

- E poi gli eventi e le partnership. In primis Slowfood, consulente strategico e operativo, che supporta l’iniziativa in modo continuativo anche attraverso i cosiddetti “Presìdi di Slowfood”, piccole produzioni agroalimentari di eccellenza a rischio di estinzione che il mercato di Torino mette a disposizione.

- E’ inoltre attivo il canale elettronico sia per il consumatore finale che per il produttore. Il sito è ben congeniato, ricco, dà molte informazione istituzionali, e sui singoli prodotti. Insomma, all’insegna della customer care e della comunicazione corporate.

- Infine è timida l’idea del franchising. Per ora ci sono alcune insegne indipendenti, diverse dal nome “Eataly” ma sotto la sua egida, sia per la vendita che per la ristorazione. Potrebbe essere interessante l’idea di unificarli sotto lo stesso marchio: sarebbe molto più incisivo, e in linea col mass marketing che sta negli intenti strategici!

Vi lascio con le parole di Eataly: “Chi semina utopie raccoglie realtà”. Vedremo se il tempo le darà ragione!

Erica Pegoraro per marketingarena

Ecco una buona notizia per tutti quelli che pensano che idee ecologiche scontino sempre una paradossale critica di non sostenibilità: quella di non ritorno economico.
Cosa ne pensate di una discoteca che riesce a riutilizzare l’energia cinetica dei giovani scatenati sulla pista? Ci ha pensato lo studio di architettura olandese Döll-Atelier voor Bouwkunst. L’idea di base sfrutta la proprietà di particolari cristalli su cui giace sospesa la pista: se sottoposti a compressione e fatti vibrare, tali cristalli sono in grado di produrre energia elettrica per “effetto piezoelettrico”. Gli impulsi vengono poi convogliati ad un unico generatore, cosicchè l’intero fabbisogno energetico del locale viene coperto dalla… tribù che balla! (Il video è esplicativo)
E la cosa è stata realizzata all’Off_Corso di Rotterdam, lo scorso 14 ottobre. L’evento è stato inserito in una cornice più grande, chiamata Critical Mass (nome eloquente, vale a dire che per queste iniziative l’importante è raggiungere un punto di non ritorno), che ha creato un luogo fisico all’insegna dello sviluppo sostenibile. Oltre a produrre energia ballando (non è eccitante?), puoi bere birra ecologica, mangiare cibi preparati da cuochi eco-friendly, o essere sicuro che lo sciacquone utilizzi solo acqua piovana, e molto altro ancora!
L’iniziativa, già accattivante di per sé, mi ha incuriosita per un altro motivo. Mi ha dato la speranza che iniziative sostenibili per l’ambiente non siano sempre o solo un clichet di pochi volenterosi che si privano di qualcosa di più comodo, ma inquinante. No. Stavolta esiste un ritorno di business, e il marketing in tutto questo gioca un ruolo fondamentale. Infatti, volendo approfondire la questione ho cercato tutti gli enti/aziende che ruotano attorno a questo progetto. Sono una miriade. In primis, Enviu, un’organizzazione di giovani professionisti e studenti olandesi che offrono soluzioni profitable per istanze ambientalistiche e sociali. Poi ci sono tutti i brand, soprattutto locali, che hanno offerto qualcosa all’interno della discoteca (cibo, magliette, bibite, ecc..), le agenzie di promozione, le agenzie dei dj e dei gruppi che hanno suonato, e infine grandi marche come Fujitsu Siemens per la fornitura di computer e Philips per le luci LED. Infine, viene fuori che uno dei maggiori sponsor per la progettazione della tecnologia ecologica è Toshiba, che col suo manifesto di una mano impiantata nel terreno a mo’ di tronco con radici si sta presentando al mondo come supporter di una vita più sostenibile.
In buona sostanza, Enviu, vero orchestratore del tutto, non ha fatto altro che marketing relazionale! E’ riuscita a calamitare attorno ad un progetto molti moltissimi attori, ponendosi la domanda “who cares?”, senza contare che si è rivolta ad un target di giovani, con il loro linguaggio, spingendo su ideali sentiti e attuali.
E volete sapere quali sono le loro P? People, Profit and Planet.
Concludo con le parole degli organizzatori:

“The big challenge of developing a sustainable dance club is to make sustainability sexy, attractive as well as cost-effective. We want to move beyond ideology.”

Erica Pegoraro per marketingarena

Speciale: I nobel (+ Kotler) a Venezia

di Erica Pegoraro · pubblicato il 04 Dec 2006
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Erica Pegoraro

Telecom Progetto Italia, una strategia vincente?

Martedì 28 novembre c’è stato a Venezia un convegno, organizzato da Telecom, in particolare dalla divisione Telecom Progetto Italia, che ha riunito premi nobel dell’economia, professori ed esperti perché disquisissero sul tema “Utopie Sostenibili”. I nomi parlano da soli: Robert Solow, professore emerito alla New York University e Premio Nobel nel 1987, si occupa in particolare dell’impatto dell’Information Communication Technology nell’economia, nel 1957 sviluppò uno dei più importanti modelli di crescita di un Paese in base all’accumulazione di capitale e al tasso tecnologico; Amartya Sen, professore emerito alla Harvard University e Premio Nobel 1998, è uno dei massimi esperti al mondo di economia del welfare, colui che per primo ha posto l’accento sulla qualità della vita, non tanto il PIL, come indicatore di benessere di un Paese; James Heckman, professore di Economia all’Università di Chicago e Premio Nobel nel 2000, studia in particolare l’impatto economico dei programmi sociali e l’importanza degli incentici a tutti i livelli sociali; Robert Mundell, professore di Economia alla Columbia University e Premio Nobel nel 1999, è un grande esperto di macroeconomia internazionale e di dinamiche monetarie, teorizzatore della global currency (aree monetarie ottimali), viene definito “l’architetto dell’Euro” ; Jean Paul Fitoussi, Presidente dell’Observatoire Français des Conjonctures Economiques di Parigi e professore di Economia all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi, e infine Allen Sinai, Presidente e Chief Global Economist di Decision Economics Inc. , è noto soprattutto per la sua attività di previsione economica e di formazione e creazione di nuovi modelli econometrici. L’ospite d’onore è stato Philip Kotler, sia per essere insignito del Prize for Leadership on Business and Economics Thinking, premio che ogni anno Telecom mette in palio, sia perché tenesse una lectio magistralis riguardo ad una sua di utopia sostenibile.
La cosa interessante dell’evento in sé è ragionare sul ritorno d’immagine che Telecom potrà avere. Si ricordi che “Progetto Italia” nacque nel 2003 come fornace di iniziative con lo scopo deliberato di contribuire alla crescita del Paese, passando attraverso la promozione della cultura, della formazione, dello sport e della solidarietà. Dal 2005 è diventata una SpA, posseduta da Tronchetti Provera. A detta di Perissich, Direttore Public and Economic Affairs Gruppo Telecom Italia, che ha fatto gli onori di casa, la scelta del tema dell’incontro era funzionale a sentire dalla bocca di esperti quali direzioni dovrebbe prendere la classe dirigente per raggiungere uno sviluppo sostenibile (non solo in termini di ambiente, ma anche per ridurre il divario tra ricchi e poveri). Io penso che a livello di intenti, questa sia un’iniziativa assolutamente lodevole, e che il ritorno di immagine sia senza dubbio positivo. Poi, insomma, è strategicamente oculato che la Telecom, ex Sip, ex monopolio di Stato, sfrutti questa connessione stretta con la statalità per porsi come azienda preponderante nel panorama nazionale e che ha così a cuore il futuro del Paese, da organizzare ogni anno un convegno ad altissimo livello (e completamente gratuito) che possa lanciare un sasso nel lago. Direi tutto di guadagnato, per loro e per noi. Ma aggiungo: come mai l’evento è stato così poco pubblicizzato? Forse perché, ho pensato, la location (il Telecom Future Centre, vicino a Rialto) non poteva contenere decine di centinaia di persone, e quindi hanno preferito far sì che fossero presenti “gli interessati” – quale fosse il target, però, non mi è chiaro. Questo per quanto riguarda il pre-evento, ma il durante e il post la strategia di Telecom è stata puntare tutto sul sito Rossoalice, dov’era disponibile la diretta del convegno e (a detta loro) possibilità interattive. Personalmente non ho visto nessun servizio televisivo. Forse speravano in una propagazione di passaparola, ma secondo me gli input sono stati mal gestiti. Assodato che il pubblico non era di massa, ma direi accademico, vi chiedo se, comunque, un allargamento della share of voice non sia più congrua all’obiettivo di un innalzamento dell’immagine di Telecom.
E poi, con un po’ di vena polemica, come mai la nostra università non ha minimante spinto l’evento, di respiro internazionale e ospitato a Venezia? Inoltre, non era neanche tra gli atenei che potevano partecipare alla discussione ponendo domande a tutti i relatori (c’erano in collegamento la Bocconi e la Bicocca di Milano, l’Università di Bari e la Luiss di Roma).

Imparando da Kotler: il ruolo del marketing

Sempre riguardo al convegno di Telecom Italia, direi che è ora di parlare di contenuti! E con piacere mi inserisco nella discussione aperta da Ilaria e parallelamente in classe con Collesei.
Vorrei porre alla vostra attenzione un argomento che ha toccato Kotler e che a me sta molto a cuore: il ruolo del marketing rispetto a quello della scienza economica. Insomma, quante volte siamo stati bistrattati come manipolatori delle menti dei consumatori, da parte di studiosi (o studenti) di macroeconomia; o peggio, come scialacquatori di risorse all’interno dell’azienda, che non riescono a quantificare esattamente il rapporto input/output dello sforzo di marketing, da parte di aziendalisti di altre funzioni…
Ebbene, all’interno di un convegno che parlava di Utopie Sostenibili, Kotler ha proposto un connubio tra Economia e Marketing come sfida per il futuro. Per circoscrivere il dominio della discussione, è bene precisare che egli intende il Marketing non come insieme di tecniche, ma come filosofia alla base per creare valore aggiunto (“the engine for driving profitable growth within the enterprise”); e inoltre quando parla di Economia, ha in mente lo stato attuale del pensiero teorico, comprensivo cioè di tutti i punti di svolta dalla demolizione del modello neoclassico agli studi più attuali sulle asimmetrie informative o sulla behavioural economics.
Detto ciò proietta sullo schermo un’immagine con varie combinazioni di rapporto tra due insiemi (il Marketing e l’Economia appunto): o non si toccano, o hanno un’intersezione, o sono uno sottoinsieme dell’altro, o sono coincidenti. La sua tesi è che siano due realtà che si intersecano. Infatti da una parte l’economia può sviluppare modelli ad uso e consumo del marketing operativo, come l’impatto della comunicazione o della forza vendita sulla domanda condizionata al prezzo, l’ottimizzazione del marketing mix, la quantificazione del valore aggiunto dato dalle componenti immateriali. Da parte sua, invece, il marketing può mettere a disposizione tecniche e strumenti per finalità sociali, come la promozione di comportamenti virtuosi o addirittura demarketing verso abitudini non sostenibili come l’inquinamento o la non parità della donna.

E qui sta il punto cruciale che vi sottopongo: il marketing è soltanto un mero strumento, un insieme di tecniche, o può assurgere a disciplina a sé stante? E qualora fosse solo uno strumento, fin dove si spinge l’ambito delle sue azioni per poter essere ancora chiamato “Marketing”?

Per concludere Kotler ha proposto una simpatica metafora: esso ha una doppia faccia, di Angelo e di Diavolo, nel senso che può spingere a comportamenti consumistici e non etici, tanto quanto caricarsi di obiettivi più alti e di benessere sociale.
Riporto a riguardo l’opinione del nostro Collesei, che si discosta da Kotler. Egli dice che il Marketing è un insieme di tecniche che hanno come scopo ultimo la soddisfazione del consumatore. Punto. Quindi sottolinea la funzione mediatica della disciplina, nonché la sua neutralità, che poi prende forma in chi la applica, proponendoci un’immagine per certi versi simile a quella di Kotler, quella del coltello: può essere utile se usato bene (esempio, sbucciare una mela), può essere dannoso se usato male (esempio ammazzare una persona). Inoltre, cosa più interessante, delimita il dominio del Marketing ad una realtà prettamente aziendalistica, liberandolo di qualsiasi finalità etica o sociale. Posizione questa illuminante se vogliamo riportare il Marketing all’origine e deflazionarlo da tutte quelle invasioni di campo di cui sentiamo tanto parlare in questi ultimi tempi. E’ tutto molto semplice: quello che sto facendo mi serve per soddisfare il consumatore? Se sì allora sto facendo Marketing, se no, sto applicando alcune tecniche, ma non sto facendo Marketing.
Infine vi dico la mia. Per me il marketing è chiaramente uno strumento e ribadisco la sua neutralità e oggettività rispetto alla persona che lo mette in pratica. Vero è, però, che lo spazio in cui possiamo applicarlo è in ogni dove e con tante diverse finalità, fino al Marketing Sociale o Etico, o al Marketing Politico, per riallacciarmi alla discussione partita dal post di Ilaria. Le mie convinzioni sono supportate da un concetto che ci inculcano fin dal primo anno (forse secondo) di università e che rimane sempre in sordina: il Life Time Value del cliente. Ci raccontano insomma che dobbiamo calcolare i flussi di cassa non solo presenti ma anche futuri del nostro cliente, attualizzandoli, per comparare determinate politiche di fidelizzazione. La crucialità sta nel fatto di avere una visione di lungo termine del nostro cliente. Allora, se noi buttiamo la lenza ancora più in là, possiamo azzardarci a dire che la soddisfazione del nostro cliente possa essere un mondo più pulito, una società meno dicotomizzata e tanto altro ancora. E quando noi valutiamo il ritorno economico delle nostre idee di marketing, potremmo avere un pay-back-period di decenni piuttosto che di mesi. Poi ovviamente la quotidianità si declina in plan di respiro più breve, come ci racconta il buon Vescovi.
Io in sostanza penso che se guardiamo lontano anche azioni che oggi possono essere no profit, domani possano essere profit, rendendole così realizzabili oggi.
Ah, e quello che fanno i politici è marketing sopraffino, peccato che ultimamente il Prodotto, cioè l’idea per migliorare il nostro Paese, abbia qualche difetto tecnico…e non ci sia nessuna garanzia che risponda!

Erica Pegoraro per marketingarena

Quando il virus è l’abbraccio

di Erica Pegoraro · pubblicato il 12 Nov 2006
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Erica Pegoraro

Vi racconto una bella storia di evento virale. Nel 2004 a Sidney, un certo Juann Mann (pseudonimo) torna a casa dopo un soggiorno a Londra e..nessuno lo caga! Sentendosi uno straniero nella sua città natale, capisce quello che davvero può contare un abbraccio spontaneo! Da allora diventa la sua filosofia, ma la svolta avviene solo nel settembre 2006, quando il nostro Juann pubblica un video…surprise surprise su Youtube. Sembra una cosa da niente, insomma, vedi un tipo con un cartello “FREE HUGS” in un centro commerciale che abbraccia tutti. La cosa a mio avviso che ha fatto la differenza è che ci ha messo una colonna sonora [“All the same”, Sick Puppies] rockeggiante e il filmato si è coperto di quell’allure che hanno i videoclip musicali. Risultato: il video ha fatto il giro del mondo. Da qui la propagazione del virus: USA, Tel-Aviv, Taipei, Roma, e giù fino a ben 24 Paesi, tutti che filmano i loro abbracci; Juann ospite a trasmissioni televisive, sito ad-hoc , rimandi continui in tutti i telegiornali. Per non parlare della band: questi giovinastri che lavorano al centro commerciale, scrivono una canzone per l’amico Juann, filmano degli spezzoni mentre lui freehugga tutti, mandano in rete e raggiungono un successo inaudito. O il centro commerciale, il Pitt Street Mall, che si sta facendo conoscere come la culla di questo affetto dilagante! Pensate: “visitate il mall dove ognuno si abbraccia”…
Guardando questa cosa dal punto di vista del marketing, è doveroso rilevare come questo fenomeno sia squisitamente virale. Alle spalle, però, non c’è una strategia deliberata o chissà che piano, no: la forza propagante non è altro che la bellezza di un abbraccio. Discorsi fatti e riscaldati come la necessità di contatto disinteressato e umano in un mondo virtuale e individualista come quello di oggi (passatemi lo schematismo), sono scontati. E’ emerso un segnale di quanto la nostra società abbia bisogno di amore? o è questo un fenomeno di moda, autoreferenziale?
A tal proposito cito un movimento parallelo, i Random Act of Kindness: tutti quei gesti di gentilezza che si fanno a estranei e in modo assolutamente no profit e talvolta senza senso (avete presente il film di Amelie?). Esponente di spicco è uno scrittore inglese, Danny Wallace, che un bel giorno mise un annuncio con scritto “Join me – manda una fototessera all’indirizzo…”. Ebbene, dopo un sacco di risposte inaspettatamente gentili, scrive un libro, crea un sito, dei rituali e adirittura una micronation virtuale in cui tutti gli abitanti, cioè i loggati, fanno atti di gentilezza reciproci .

Punto due. E’ indubbio che il successo di questa campagna non avrebbe potuto essere neanche minimente pensato senza la Rete, e in particolare senza Youtube. E’ proprio un esempio di come la le ICT cambino il paradigma comunicativo e le connesse opportunità di reaching.

Punto tre. E’ possibile sfruttare tutto ciò in termini di marketing? Ad esempio, la band ci ha super guadagnato, ma ora che si ha la consapevolezza del fenomeno, è possibile che qualcun altro, oltre Youtube e il suo advertising, estragga valore? La questione è secondo me molto affascinante. La potenza dell’epidemia virale si ha avuta perché si fonda su qualcosa di assolutamente disinteressato. Vi chiedo, siamo di fronte al paradosso tipico: finchè non è virale funziona, diventa (deliberatamente) virale e non funziona più? O magari la gente si stufa semplicemente perché il fenomeno si esaurisce da solo, ma chi lo saprebbe mai…

In ogni caso, se un bell’estraneo mi offrisse un abbraccio… io me lo prenderei!!

Erica Pegoraro per marketingarena

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