Manuel Castells scri­veva qual­che anno fa che “la tec­no­lo­gia non deter­mina la società. Né la società defi­ni­sce il corso della tra­sfor­ma­zione tec­no­lo­gica, poi­ché molti fat­tori, incluse l’imprenditorialità e l’inventiva indi­vi­duale, inter­ven­gono nel pro­cesso di sco­perta scien­ti­fica […] così che il risul­tato finale dipende da un com­plesso schema d’interazione”.
Una visione cer­ta­mente equi­li­brata e con­di­vi­si­bile, che con­so­lida il rap­porto tra società e tec­no­lo­gia, supe­rando le asim­me­trie con­nesse al deter­mi­ni­smo tec­no­lo­gico. La società quindi non è schiava della tec­no­lo­gia, ma è con­nessa a essa, pro­prio per­ché “la tec­no­lo­gia è società, e non è pos­si­bile com­pren­dere o rap­pre­sen­tare la società senza i suoi stru­menti tecnologici”.

Oggi, nella società con­tem­po­ra­nea il rap­porto tra tec­no­lo­gia e società rimane spe­cu­lare –come osser­vava Castells-, ma s’intensifica in modo espo­nen­ziale. La tec­no­lo­gia digi­tale diventa “sociale”, abbatte le bar­riere vir­tuali, smette d’essere un posto elet­tivo “da sma­net­toni” e diventa un’arena sociale piena di con­te­nuti e dif­fe­renze, spesso con­fu­sio­na­ria ma poten­zial­mente demo­cra­tica. La società odierna si incarna allora nei i suoi pro­dotti più evo­luti (i-pad, i-phone, kindle, ecc..) e nelle piat­ta­forme rela­zio­nali di nuova gene­ra­zione (Face­book, Twit­ter, You­tube, Word­Press, Fore­square, Ano­bii, ecc..), inno­va­zioni che vanno a deter­mi­nare i nuovi assetti sociali modi­fi­cando sia la pro­du­zione che il con­sumo di pro­dotti ed espe­rienze. Una società che entra in rete, sem­pre più reale, con­nessa e sfac­cet­tata che, al con­tempo, è costretta ad aggior­narsi, cam­biare, e cre­scere in modo sem­pre più rapido e imme­diato per non cedere il passo alle novità tec­no­lo­gi­che.
Il feno­meno del digi­tal disrup­tion, discusso pochi giorni fa al Con­su­mer Forum 2011 di Chi­cago da James McQui­vey, vice-presidente For­re­ster Reserch, con­si­ste pro­prio nella pro­du­zione di crea­ti­vità digi­tale che rompe con le con­ven­zioni, modi­fi­cando mer­cato e società.

Oggi più che mai è pro­prio la cono­scenza a viag­giare in sim­biosi con la tec­no­lo­gia, modi­fi­cando il rap­porto con noi stessi e con la società, alte­rando i flussi eco­no­mici e costrin­gendo aziende ed indi­vi­dui ad aggior­narsi per non soc­com­bere al dar­wi­ni­smo digi­tale. In que­sto con­te­sto iper-concorrenziale la crea­zione di un’innovazione vin­cente diviene il ful­cro di una nuova eco­no­mia incen­trata sulla “cac­cia al valore mancante”.

Il digi­tal disrup­tor estrae que­sto valore dalla realtà di tutti i giorni per pro­durre idee e nuovi modelli di busi­ness digi­tali, getta let­te­ral­mente un ponte tra mate­riale e imma­te­riale, inter­cetta le ten­denze, i desideri/bisogni “reali” delle per­sone e per tra­sfor­marli in una “novità digi­tale” coin­vol­gente, veloce, utile, pra­tica, come ad esem­pio un’applicazione.
Un ottimo caso di stu­dio è Lose it! l’applicazione per pro­dotti Apple super sca­ri­cata negli Stati Uniti, creata da un’azienda come Fit­Now, con soli quat­tro dipen­denti, che per­mette di moni­to­rare costan­te­mente le calo­rie con­su­mate man­te­nendo un regime di dieta costante. Un ser­vi­zio inno­va­tivo e utile che influenza dra­sti­ca­mente il mer­cato dei pro­dotti con­nessi alle diete e al fit­ness, distrug­gendo gli oltre 40 mila dol­lari che il popolo ame­ri­cano spende all’anno per per­dere peso. Una sem­plice appli­ca­zione che, modi­fi­cando il mer­cato, mette in crisi tutte le aziende, anche le major, asso­ciate a quel tipo di pro­dotto, costrin­gen­dole a inse­guire l’innovazione, cam­biando il modo di pro­durre e con­su­mare deter­mi­nati oggetti “socialmente”.

Que­sto feno­meno non è una novità ma oggi gra­zie ad una serie di pro­dotti inno­va­tivi, come ad esem­pio i tablet e gli smart­phone (por­ta­tori puri d’interruzione digi­tale), è note­vol­mente incre­men­tato, espan­dendo la sua influenza in diversi set­tori, non solo media d’intrattenimento ed indu­stria musi­care. Gra­zie alla pro­pa­ga­zione di que­sti stru­menti che faci­li­tano l’accesso alla rete, sem­pre più utenti diven­tano inter­rut­tori e per­tur­ba­tori digi­tali, cioè inter­fe­ri­scono con la realtà ana­lo­gica per creare, magari in co-partecipazione, un nuovo prodotto/servizio digi­tale, modi­fi­cando così il mer­cato in modo rile­vante e tal­volta irre­ver­si­bile. “Non importa in quale set­tore ci si trovi, voi siete il loro tar­get!” scrive McQuivey.

Le aziende per non cedere il passo hanno quindi due pos­si­bi­lità, pos­sono adat­tarsi all’innovazione tec­no­lo­gica, cioè “farla loro” per non rima­nere indie­tro, subendo per­dite eco­no­mi­che (tal­volta ingenti), oppure, nel migliore dei casi, cer­care di pre­ve­derla e co-crearla, con inve­sti­menti ocu­lati, moni­to­rando costan­te­mente tre fattori:

  1. Com­por­ta­mento dei consumatori;
  2. Mer­cato di rife­ri­mento e prin­ci­pali competitor;
  3. La società e quindi la tec­no­lo­gia che influenza il mer­cato a livello micro e macro.

Que­sta inter­ru­zione –in costante ascesa– mette in stato d’allerta aziende grandi e pic­cole, oltre ad inten­si­fi­care espo­nen­zial­mente la com­pe­ti­zione. Aumen­tano di con­se­guenza i rischi di obso­le­scenza, non solo di aziende in carne ed ossa, ma di fette ampie di mer­cato. Pro­viamo allora a vedere come potrebbe com­por­tarsi una PMI per anti­ci­pare e rilan­ciare que­sto flusso poten­zial­mente negativo:

  1. Digi­ta­liz­zare l’azienda, pre­si­diare la rete: creare un piano stra­te­gico di comu­ni­ca­zione per la pre­senza digi­tale nei social net­work, con cogni­zione di causa e di mezzo. Moni­to­rare com­por­ta­menti e rea­zioni degli utenti/consumatori.
  2. Costruire un rap­porto “reale” con i clienti: coin­vol­gere il con­su­ma­tore, cer­care il dia­logo get­tando una sorta di “ponte digi­tale”, cam­biare l’approccio al pro­dotto cam­biando l’approccio al cliente.
  3. Essere ricet­tiva: anti­ci­pare sce­nari di cam­bia­mento poten­ziale, aggior­nare e con­trol­lare in modo costante l’innovazione tec­no­lo­gica e il suo impatto sulla società, sul mer­cato e sul pro­dotto; creare nuove “solu­zioni digi­tali” sem­pre più rapide, effi­cienti e aggiornate.

 

“Inno­va­ting the adja­cent pos­si­ble”, sot­to­li­nea McQui­vey pro­po­nendo di attin­gere da solu­zioni vicine ed “adia­centi”, al passo coi tempi e poten­zial­mente di suc­cesso, per ela­bo­rare nuove e poten­ziali idee per i pro­dotti, scar­tando quelle meno pro­ba­bili, abbat­tendo di fatto il costo della messa in pra­tica.
Gli ana­li­sti della For­re­ster offrono inol­tre un’altra opzione, un que­stio­na­rio (Digi­tal Disrup­tion Rea­di­ness Assess­ment) come stru­mento di autoa­na­lisi per valu­tare la dispo­ni­bi­lità e la vul­ne­ra­bi­lità al feno­meno su tre livelli, set­to­riale, azien­dale, individuale.

Oggi una qual­siasi azienda, grande o pic­cola, deve pren­dere atto dell’interruzione digi­tale nella gestione del suo busi­ness e pas­sare al con­trat­tacco, estrarre valore dai con­su­ma­tori e dai com­pe­ti­tor per rica­vare un van­tag­gio com­pe­ti­tivo, ana­liz­zando il rap­porto tra mer­cato e tec­no­lo­gia, pro­vando infine a diven­tare a sua volta un digi­tal disrup­tor. In alter­na­tiva, può sem­pre aspet­tare, “gon­go­larsi” della sua fetta –pre­ca­ria– di mer­cato e stare a guar­dare pas­si­va­mente men­tre viene spaz­zata via dal per­tur­ba­tore più vicino.