Ho par­te­ci­pato oggi ad un semi­na­rio interno orga­niz­zato dal gruppo di lavoro Tedis – Venice Inter­na­tio­nal Uni­ver­sity, l’obiettivo era quello di pre­sen­tare i risul­tati di una ricerca che ha visto coin­volta in prima per­sona Ales­san­dra Luise, vero pila­stro del nostro blog. La ricerca è ser­vita come spunto per una discus­sione dav­vero inte­res­sante per­ché frutto dell’orgoglio ferito di tutti noi. Sostan­zial­mente Ales­san­dra ci ha detto che il web 2.0 sci­vola addosso alle pic­cole e medie imprese che a fatica ne rico­no­scono l’importanza e solo in raris­simi casi (par­liamo dell’1–2%) lo imple­men­tano. Il lavoro sui dati dell’osservatorio Tedis è stato minu­zioso e cer­to­sino ed è stato neces­sa­rio guar­dare indie­tro per sco­prire che gli stru­menti di mag­giore inte­rat­ti­vità che le imprese uti­liz­zano solo news e ras­se­gna stampa, con alcuni com­parti come il mobile in evi­denza posi­tiva ed altri come la moda pesan­te­mente in ritardo.

La discus­sione si è svi­lup­pata lungo diversi temi che si sono sovrap­po­sti con ottimo timing, in par­ti­co­lare si osserva in maniera incon­tro­ver­ti­bile che siamo di fronte ad una fram­men­ta­zione tra chi uti­lizza il web 2.0 e guarda avanti (i social net­work azien­dali?) e chi fatica ad entrare in inter­net con una pre­senza forte. Per anni ci siamo detti che il pro­blema è legato alla C di comu­ni­ca­zione più che alla I di infor­ma­tica, la per­so­nale con­vin­zione che ho espresso è che il pro­blema sia in realtà legato alla I di infra­strut­tura. Goo­gle e co hanno cam­biato il modo di vivere la rete e ser­vizi come l’ottimizzazione dei siti e la gestione della repu­ta­zione fun­zio­nano, il posi­zio­na­mento sui motori di ricerca fa ven­dere, ed è apprez­zato. Pro­prio come sono apprez­zate le fiere e le pub­bli­cità off line per­ché, costose e old stile fin­ché vogliamo, fanno ven­dere e por­tano risul­tati che per quanto scar­sa­mente misu­ra­bili sono comun­que reali. Allo stesso modo il web 2.0 richiede com­pe­tenze e risorse umani e tem­po­rali (la solita sto­ria..) che le imprese non hanno e non rie­sce cosi bene se messo in mano alle agen­zie, non mi tiro la zappa sui piedi dicendo que­sto per­ché molte grandi imprese hanno dimo­strato che si può fare 2.0 e social media mar­ke­ting senza inter­na­liz­zarne l’operatività, e senza inter­na­liz­zare anche la stra­te­gia, l’importante è disporre di una figura ponte che com­prenda que­sto lin­guag­gio e riem­pia il dizio­na­rio vuoto (su que­sto tema) dell’impresa per­met­ten­dole di par­lare con l’agenzia (o vice­versa). Guarda caso le poche pmi che hanno com­preso que­sta strut­tura pro­spe­rano e fanno par­lare di sé.

La realtà è che a molti manca la terra sotto i piedi per­ché si era scom­messo a livello per­so­nale su una forte pene­tra­zione del web 2.0 come infra­strut­tura ideale per dare senso a quello sto­ry­tel­ling mar­ke­ting indi­vi­duato come dri­ver del futuro del made in Italy. Abbiamo com­preso tutti che per tenere distante l’Oriente dob­biamo creare valore, tutti ci rico­no­scono l’abilità di farlo, siamo i capi­ta­li­sti delle emo­zioni e gli eco­no­mi­sti del design ma di fronte a you­tube e word­press ci tre­mano le gambe, per­ché? E’ di certo un pro­blema infra­strut­tu­rale (quando banda larga e device mobili con­nessi saranno più dif­fusi le cose andranno meglio, spe­riamo) e gene­ra­zio­nale (quando le deci­sioni d’acquisto saranno più influen­zate dalla rete il web 2.0 sarà meglio com­preso, spe­riamo) ma la realtà è che c’è ancora molto da fare e che la tec­no­lo­gia pro­cede rapi­da­mente e fatica a risul­tare affa­sci­nante agli occhi delle imprese ita­liane. Abbiamo un bel dire soste­nendo che la tec­no­lo­gia è un mezzo e non un fine e che siamo di fronte ad un pro­blema di mar­ke­ting e comu­ni­ca­zione ma non pos­siamo igno­rare un immo­bi­li­smo che mette in discus­sione la nostra eco­no­mia e non pos­siamo accon­ten­tarci di soprav­vi­vere lavo­rando sulla fron­tiera vir­tuosa. Chi oggi ha defi­nito “emer­genza paese” (in ambito economico-informatico, è ovvio) que­sto pro­blema non ha sba­gliato di troppo, se le nostre imprese vogliono con­ti­nuare a difen­dere il pro­prio valore devono impa­rare a comu­ni­carlo, e devono farlo in fretta. La mia sen­sa­zione è che una mag­giore col­la­bo­ra­zione lungo il trian­golo accademia-agenzia-impresa potrebbe fare molto..