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Emergenza web 2.0 in azienda

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 16 Apr 2009
Archiviato in Web marketing e 2.014 commenti

Giorgio Soffiato

Ho partecipato oggi ad un seminario interno organizzato dal gruppo di lavoro Tedis – Venice International University, l’obiettivo era quello di presentare i risultati di una ricerca che ha visto coinvolta in prima persona Alessandra Luise, vero pilastro del nostro blog. La ricerca è servita come spunto per una discussione davvero interessante perché frutto dell’orgoglio ferito di tutti noi. Sostanzialmente Alessandra ci ha detto che il web 2.0 scivola addosso alle piccole e medie imprese che a fatica ne riconoscono l’importanza e solo in rarissimi casi (parliamo dell’1-2%) lo implementano. Il lavoro sui dati dell’osservatorio Tedis è stato minuzioso e certosino ed è stato necessario guardare indietro per scoprire che gli strumenti di maggiore interattività che le imprese utilizzano solo news e rassegna stampa, con alcuni comparti come il mobile in evidenza positiva ed altri come la moda pesantemente in ritardo.

La discussione si è sviluppata lungo diversi temi che si sono sovrapposti con ottimo timing, in particolare si osserva in maniera incontrovertibile che siamo di fronte ad una frammentazione tra chi utilizza il web 2.0 e guarda avanti (i social network aziendali?) e chi fatica ad entrare in internet con una presenza forte. Per anni ci siamo detti che il problema è legato alla C di comunicazione più che alla I di informatica, la personale convinzione che ho espresso è che il problema sia in realtà legato alla I di infrastruttura. Google e co hanno cambiato il modo di vivere la rete e servizi come l’ottimizzazione dei siti e la gestione della reputazione funzionano, il posizionamento sui motori di ricerca fa vendere, ed è apprezzato. Proprio come sono apprezzate le fiere e le pubblicità off line perché, costose e old stile finché vogliamo, fanno vendere e portano risultati che per quanto scarsamente misurabili sono comunque reali. Allo stesso modo il web 2.0 richiede competenze e risorse umani e temporali (la solita storia..) che le imprese non hanno e non riesce cosi bene se messo in mano alle agenzie, non mi tiro la zappa sui piedi dicendo questo perché molte grandi imprese hanno dimostrato che si può fare 2.0 e social media marketing senza internalizzarne l’operatività, e senza internalizzare anche la strategia, l’importante è disporre di una figura ponte che comprenda questo linguaggio e riempia il dizionario vuoto (su questo tema) dell’impresa permettendole di parlare con l’agenzia (o viceversa). Guarda caso le poche pmi che hanno compreso questa struttura prosperano e fanno parlare di sé.

La realtà è che a molti manca la terra sotto i piedi perché si era scommesso a livello personale su una forte penetrazione del web 2.0 come infrastruttura ideale per dare senso a quello storytelling marketing individuato come driver del futuro del made in Italy. Abbiamo compreso tutti che per tenere distante l’Oriente dobbiamo creare valore, tutti ci riconoscono l’abilità di farlo, siamo i capitalisti delle emozioni e gli economisti del design ma di fronte a youtube e wordpress ci tremano le gambe, perché? E’ di certo un problema infrastrutturale (quando banda larga e device mobili connessi saranno più diffusi le cose andranno meglio, speriamo) e generazionale (quando le decisioni d’acquisto saranno più influenzate dalla rete il web 2.0 sarà meglio compreso, speriamo) ma la realtà è che c’è ancora molto da fare e che la tecnologia procede rapidamente e fatica a risultare affascinante agli occhi delle imprese italiane. Abbiamo un bel dire sostenendo che la tecnologia è un mezzo e non un fine e che siamo di fronte ad un problema di marketing e comunicazione ma non possiamo ignorare un immobilismo che mette in discussione la nostra economia e non possiamo accontentarci di sopravvivere lavorando sulla frontiera virtuosa. Chi oggi ha definito “emergenza paese” (in ambito economico-informatico, è ovvio) questo problema non ha sbagliato di troppo, se le nostre imprese vogliono continuare a difendere il proprio valore devono imparare a comunicarlo, e devono farlo in fretta. La mia sensazione è che una maggiore collaborazione lungo il triangolo accademia-agenzia-impresa potrebbe fare molto..

14 commenti a “Emergenza web 2.0 in azienda”

1Stefano ha detto:

mi ritrovo nella sintesi che fai del seminario. è vero: di fronte a wordpress e a tutte le potenzialità del web 2.0 le imprese del made in italy pencolano, urtano e sbalzano.

oltre alle emergenze che hai messo in evidenza (quella infrastrutturale e quella generazionale), ne metterei una terza legata alla strategia delle imprese.

in un mondo globale il prodotto italiano non parla da sé. è un prodotto sofisticato che gli europei e (alcuni) americani hanno imparato a conoscere ma che non dice granché alle tante culture dei paesi emergenti. sapersi raccontare rappresenta il presupposto per giustificare un valore che altrimenti nessuno sarà disposto a riconoscere. perché mai dovrei comprare un vaso di venini al posto di un vaso di ikea? dietro il vaso di venini c’è una storia, una tecnica, un tradizione, una cultura che devono essere apprezzate (nel senso stretto del termine). vero. se però nessuno spiega storia, tecnica, tradizione e cultura i vasi di venini saranno semplicemente prodotti fuori mercato.

s.

Inserito il 16 April 2009 alle 18:25

3Luigi Ferro ha detto:

Conosco l’indagine del tedis che ho trovato molto interessante. Però conferma la mia idea: l’incontro fra Web 2.0 e Pmi è casuale. Un incontro in Assolombarda con i giovani imprenditori ha rafforzato la mia idea.
saluti
Luigi

Inserito il 17 April 2009 alle 14:31

4Giorgio Soffiato ha detto:

Grazie Luigi per il tuo commento, mi sembra molto perentorio come giudizio anche se sensato. Non so però se questo incontro sia casuale o se invece, come credo, le pmi conoscano il web 2.0 e decidano con coscienza di non implementarlo per mancanza di risorse, io non credo che le pmi non sappiano cos’è un blog, credo che non intendano aprirlo perchè non ne hanno le risorse o perchè hanno altre priorità

Inserito il 17 April 2009 alle 15:25

5Davide Trevisan ha detto:

Come sempre quando si parla di Web 2.0 non riesco a non intervenire e a lanciare le mie solite provocazioni.. ;)

Leggere la ricerca del TeDis infatti mi ha lasciato alquanto perplesso..
Nessuno trova riduttivo il fatto di chiedere ad un azienda se abbia o meno Facebook, Myspace o utilizzi Flickr e Youtube? Quale delle PMI ha un archivio di video e pubblicità tale da giustificare una piattaforma di videoblogging?
Non sono un po’ naïf tutti questi discorsi che fanno sembrare che un azienda che non sfrutti “le mirabolanti opportunità del Web 2.0″ non faccia scelte giuste dal pdv strategico?

Il Web 2.0 in azienda non significa solo questo.
Si parla di SME, non di multinazionali con ampi bacini di utenze e clienti fedeli – che proprio per questo diventano oggetto di quello che oggi viene chiamato buzz marketing.

Il Web 2.0 in molte delle PMI che mi circondano è già entrato da un pezzo, ma in forma meramente strumentale e meno “ludica” di quello che si pensa.
Una azienda di medie dimensioni può benissimo fare CRM – non utilizzare un CRM – senza essere presente attivamente all’interno di social network.
Tutti i responsabili delle risorse umane che conosco hanno un account LinkedIn che utilizzano per cercare candidati o “spiare” chi invia i curriculum, anche con strumenti tipo Identifight.
Altre utilizzano Google Calendar per condividere appuntamenti, ferie e presenze.
Molte altre all’interno del sito aziendale utilizzano mappe di Google Maps (si.. Web 2.0 vuol dire anche API e mashups).
Insomma.. Gli esempi potrebbero essere molti altri (dai repository SVN di Google Code in aziende che sviluppano software ad aziende che utilizzano Web services).
Io avrei valutato questi aspetti, e – affrontando la parentesi sui social network – alle aziende avrei chiesto “perché non avete Facebook?” oppure “se ce l’avete (4% mi pare di aver letto), avete raccolto qualcosa di concreto? Se è andata bene, come siete riusciti ad integrare – non codificare o burocratizzare – la comunicazione con il cliente con quelle che sono in senso più allargato le pratiche di CRM?”

Per concludere.. Il panorama che vedo io non è poi così tragico e negativo.. Anzi.. Noto spesso e volentieri come le risposte delle PMI agli strumenti offerti oggi dal Web siano molto personali ed individuali e proprio per questo interessanti e degne di essere studiate in profondità.

Inserito il 17 April 2009 alle 16:15

6Caos ha detto:

E’ la mancanza di progettualità/pianificazione. Se un veneto dovesse fare il ponte sullo stretto incomincierebbe prendendo qualche grosso pilone e provando a vedere se costruendoci la strada su resiste. E’ la cultura dell’arrangiarsi, ossia provare a intuito (senza l’aiuto di persone preparate) finchè non ci si azzecca.
Il web 2.0 interessa come tutte le altre cose prodotte “dall’accademia” cioè poco finché non ci sbatte contro e realizza che forse possono funzionare.

Inserito il 17 April 2009 alle 21:55

7Caos ha detto:

Fare un piano completo e coerente sin dall’inizio a costo di essere ridondanti, a che serve se sono cose che già si sanno?

Inserito il 17 April 2009 alle 23:01

8Giorgio Soffiato ha detto:

@ Davide: Mi sembra che tu non abbia colto il senso del post, e forse anche della ricerca. Il titolo è “Web e social media: le “terre di mezzo” della comunicazione d’impresa” quando si parla di comunicazione è lecito indagare il blogging o facebook, le I di informatica e infrastruttura che tu citi, e che ritengo interessantissime (mash up su tutti), sono proprio le leve che le imprese hanno invece dimostrato di utilizzare, nella maniera che tu espliciti, personalizzando e adattando alle proprie esigenze questo nuovo web. La tua opinione fortifica i risultati della ricerca, il web 2.0 è conosciuto e apprezzato ma non utilizzato per fare comunicazione

Inserito il 18 April 2009 alle 13:34

9Davide Trevisan ha detto:

@Giorgio.
Innanzi tutto grazie per la risposta. Mi fa sempre piacere vedere che in questo blog si riesce sempre ad avere un dialogo con persone che ne sanno qualcosa (e nonostante la mia realtà sia permeata dal Web ti assicuto che non è facile trovare persone preparate ed in grado di sostenere una discussione).
Vado subito al dunque.

Ho letto attentamente sia il tuo post che la ricerca ed io non ho parlato a caso di “fare customer relationship management”.. Perché in fondo è a questo che i social network dovrebbero servire. O sbaglio?

Quello che volevo sottolineare, ma che forse non è stato colto, è che io non vedo tutti questi problemi infrastrutturali e generazionali di cui si parla.
Il Web 2.0 è ben entrato nelle PMI che ci circondano e, per come la vedo io, se non è utilizzato per la comunicazione d’impresa, non è certo per problemi culturali, quanto per problemi di misurazione tangibile dei risultati o per altri problemi intrinsechi al sistema distrettuale italiano.

Lancio l’ennesima provocazione..
A cosa serve un account Facebook alla mia impresa se sono un’azienda b2b che opera all’interno di un piccolo distretto di provincia? Nella maggior parte dei casi avrei comunque poco interesse a fare comunicazione con un cliente finale che non vedrò mai perché non sono l’ultimo anello della filiera..

Che gli strumenti sociali offerti dal Web 2.0 non siano ampiamente utilizzati per la comunicazione delle SME è un dato di fatto condiviso da tutti, ma sono state le spiegazioni di tali risultati a lasciarmi perplesso e a scatenare la mia reazione. ;)

Ancora grazie e complimenti per la scelta dell’articolo.
Buon weekend!

Inserito il 18 April 2009 alle 14:12

10Giorgio Soffiato ha detto:

Proseguo con piacere nella discussione perchè mi sento vicino ad uno di quei punti in cui “è possibile trarre qualcosa” dal confronto. Credo che il gruppo Tedis, compreso il sottoscritto, avesse scommesso sulla rete e sugli strumenti 2.0 come driver di comunicazione partendo dalla convinzione (che rimane ben viva) che lo storytelling marketing va necessariamente sviluppato per valorizzare il prodotto, proprio come sostiene Stefano Micelli nel primo commento a questo post. I punti che sollevi sono emersi in sede di discussione e sono oltremodo interessanti, in particolare la scarsa misurabilità dei risultati e l’utilizzo dell’infrastruttura 2.0 per scopi diversi dalla comunicazione. Sul primo punto mi sento di azzardare che il 2.0 come strumento di comunicazione va misurato con indici di branding e non con strumenti di analisi del traffico, sul secondo punto invece concordo con te, l’azienda che produce tubi e monta wordpress in una parte riservata del sito per aggiornare i propri installatori sta usando un web 2.0 “grezzo” ma di certo efficace, credo che quanto emerge debba essere uno stimolo per tutti: per la ricerca che potrebbe essere completata analizzando la parte “embedded” del tessuto imprenditoriale pmi in particolare valutando strumenti innovativi utilizzati in maniera passiva e non palesata (linkedin, google calendar), per noi che abbiamo sempre inteso (e di conseguenza venduto) il 2.0 come facebook e i blog, e per le imprese che possono rivalutare il l’utilizzo del web ampliandolo anche alla comunicazione, leva spesso sottoutilizzata per motivi di costo troppo elevato. Con questo non ritengo di “fare marcia indietro” sulle mie posizioni visto che a mio avviso la comunicazione mediata dal web ha un fitness molto più elevato nel b2c e quindi il b2b andrebbe studiato (con piena dignità visto che compone gran parte delle nostre imprese) a parte e con strumenti d’indagine idonei, ci sono però due domande che metto sul tavolo:
1 – il web 2.0 è una rilettura del crm o dell’erp? Il web 2.0 è una minaccia per SAP o per la pubblicità sui giornali e in tv? O tutte e due?
2 – i nostri docenti portano a lezione alcuni casi, gli stessi che si sentono nominare agli speech degli eventi milanesi, da lago a valcucine a dainese.. sbagliano loro? C’è un mondo sommerso tutto da esplorare? Parliamo di cose diverse?

Inserito il 18 April 2009 alle 17:18

11Caos ha detto:

C’è da chiedersi perchè non si sia pensato a misurare nonostante non sia nato ieri il 2.0. Secondo me è la cultura un po’ pressapochista del proviamo che in generale porta una gestione pessima, al rincorrere la performance minima e a trovarsi in situazioni dove ti vedi vicino al baratro e ti viene quella pensata innovativa a cui non ci saresti mai arrivato con l’esperienza e anzi che l’esperienza ti avrebbe detto di evitare. Al sud questo metodo non funziona perchè sono più “fatalisti”, guardano alla limitatezza dei propri mezzi invece di concentrarsi nel crearsi le opportunità.
Secondo me queste innovazioni si basano sì sul learning-by doing ma sono “naive”. Alcuni esperti sanno così tanto che pensano di sapere tutto e certi problemi neanche se li pongono o se se li pongono li vedono sempre dallo stesso punto di vista e in questo modo non si innova. Sanno tutto ma di un punto molto piccolo, di una certa azienda in un certa funzione, con background culturale sensibile alla propria metodologia più che alle altre. Ogni disciplina ha il suo linguaggio e i tentativi di “contaminazione” sono spesso mal riusciti. Poi uno “scienziato” è abituato a formule matematiche (o quasi) dove tutto è preciso e ben definito mal digerisce discipline più sociali dove il rapporto tra una cosa e l’altra dipende da mille cose che non si sa bene come stiano l’una con l’altra e dove cose simili si comportano in modo molto diverso come avviene per il comportamento umano. Al contrario la tecnologia è poco flessibile rispetto a come si vorrebbe. E poi gli incentivi sono sui compiti del singolo/gruppo e bisogna fare doppia fatica per portare l’attenzione su tematiche comuni. E poi manca un metodo affidabile per far parlare assieme persone con frame diversi.

Inserito il 19 April 2009 alle 14:41

12Alessandra Luise ha detto:

Prima di sviluppare questa indagine ovviamente un’idea ce l’avevamo. Abbiamo voluto verificarla, constatare ad oggi come le SME del made in Italy utilizzano il web per comunicare le loro innovazioni, i prodotti ed i servizi. Consapevolissimi che il web 2.0 non significa solo questo. Sono d’accordo con te che c’è tutta una parte “sommersa” di 2.0 nelle nostre aziende. Ma che il responsabile vendite avesse Linkedin o meno non era l’oggetto del nostro interesse. Oggette d’interesse è stato piuttosto vedere chi si affaccia nel panorama della comunicazione tramite i new media. Chi si mette in gioco in prima persona (e mi riferisco all’impresa, non all’imprenditore), diciamo, in maniera “ufficiale”. Per capirsi, come ha fatto Barilla (riferendomi ai grandi consumer), Lago, Dainese e … nel paper sono riportati altri esempi. Chi sperimenta, chi prova a comunicare in maniera “diversa”. Il Web 2.0 è lo strumento, vediamo chi vi si è avvicinato in qualche modo. Nel paper che hai letto, presente in rete solo in abstract, queste cose sono specificate molto bene. Non c’è stata la presunzione di avanzare certezze per il futuro, lo scopo è stato quello di mettere a disposizione del lettore un’istantanea che possa raccontare lo stato d’integrazione di tecnologie in grado di sfruttare il potenziale interattivo e multimediale del web in azienda, nell’ambito marketing&communication. Come dice Giorgio e come affermi, in qualche modo, anche tu resta tutta la parte “embedded” da valutare. In realtà, considero questa ricerca solo un primo step nell’analisi di questa jungle 2.0. Un primo step che va condiviso per far emergere nuovi spunti di discussione, riflessioni e stimoli.

Per quanto riguarda il primo punto messo sul tavolo da te Giorgio, credo che non si tratti nè di minaccia nè di sovrapposizione. Piuttosto di integrazione. Fenomeno che, tra l’altro, dobbiamo ancora vedere implementarsi (in maniera definita). Per quanto riguarda la comunicazione, considero il web 2.0 una leva particolare, con caratteristiche altrettanto particolari, potenzialmente al servizio di quello storytelling sottolineato da Stefano. Nulla di più e nulla di meno.
I casi. Sì, i casi sono sempre gli stessi gira e rigira. Ne potremmo aggiungere degli altri se forse potessimo studiare l’embedded di cui si parlava prima, dal mio punto di vista sarebbe davvero interesante.

Inserito il 20 April 2009 alle 10:27

13Alessandra Luise ha detto:

Aggiungo, sono d’accordo con Caos … e mi chiedo, se non si trovasse un modo condiviso di misurazione dei risultati nell’ambito marketing&communication 2.0 significa che lo scarso utilizzo di questi strumenti è destinato a perdurare? Questo limite comprometterà lo sviluppo e l’integrazione del web 2.0 nelle strategie di comunicazione dell’impresa?

Per il B2B sono d’accordo che si tratti di una parte molto grande del tessuto impreditoriale italiano e che va pertanto studiata in maniera specifica. A mio avviso là dove il web 2.0 può non servire a livello di comunicazione esterna, può talvolta offrire opportunità a livello di organizzazione interna e anche di employer branding.

Inserito il 20 April 2009 alle 10:57

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