
Proprio mentre lodavo senza mezzi termini le possibilità che il salone del mobile aprirà al sistema Italia, cado rumorosamente dalle nuvole leggendo questo articolo su fisrtdraft. Gli economisti del gruppo TEDIS (di cui faccio parte) sono da sempre attenti alla Cina e la studiano dall’interno, il messaggio che nell’ultimo anno si rinforza è quello di una Cina nuova, la cui competitività non è più legata ai costi ma i lungimiranti e determinatissimi imprenditori con gli occhi a mandorla iniziano a pensare all’ambiente, all’innovazione, al management come attività a valore aggiunto, tocca ora al Vietnam il ruolo del cost killer mondiale, ruolo sempre più demonizzato che ogni Paese sa di dover giocare per iniziare un percorso virtuoso attraente per il capitale straniero ma di certo scomodo per motivi umani e non conveniente a livello economico. La Cina si scrolla di dosso la patina del grande succhiacarbone e scende in massa a Milano per rubare la creatività italiana e rivolgersi a quel mercato interno che le nostre mancanze distributive stanno lasciando cadere. La Cina non è Shangai e Pechino, è molto di più. Fuori da queste due megalopoli l’Italia non c’è perchè non sa come arrivare e non ha ancora capito che non esserci sarà un problema, se un’azienda italiana non sarà presente a ChangSha, qualcuno (cinese) porterà qui il made in Italy live from Milan.
E l’Italia? Il problema è serio. Se la Cina avanza i dazi sembrano muri di gomma contro i bulldozer (anche se personalmente sono favorevolissimo alla regolamentazione rigida quindi questo è un argomento che non tocco per ignoranza), la vera sfida si gioca sul valore aggiunto e la sensazione è quella che l’Italia vada arroccandosi a difesa del proprio valore arrampicandosi sempre di più sugli specchi della creatività e dell’arte, a mio avviso insostenibili senza fare sistema. Aziende come Boffi e Alessi ci hanno fatto capire che la creatività può essere industrializzata, il problema è che abbiamo 5 canotti di salvataggio (modelli virtuosi) per migliaia di aziende che ogni anno tagliano costi e ricavi per sopravvivere, che può fare il nostro paese per uscire da questo circolo vizioso e rilanciarsi?







Come hai detto te secondo me bisogna ragionare a livello di sistema-paese. Sarò banale ma incomincerei dagli elementi negativi che ci vengono dal passato.
Dalla gestione della spesa pubblica e dei costi della giustizia (specie quella mancata) che permisero e permettono “soldi facili” a coloro che violano la legge. Sempre alla politica mi sento di imputare l’opposizione al cambiamento necessario e l’idea di sviluppo molto manifatturiera, come produzione di merci. E poi mancate liberalizzazioni, vantaggi fiscali assurdi per le cooperative, tolleranza verso evasione fiscale e moneta debole per compensare gli altri svantaggi. In questo modo oltretutto è stata ostacolata la selezione delle aziende.
Scarsa attenzione alle conoscenze riservata a professori malpagati, investendo il meno possibile in formazione, ricerca e sviluppo.
Poi bisognerebbe puntare su turismo e made in Italy…e poi c’è poca fiducia nel sistema-Italia.
Inserito il 12 April 2008 alle 12:43