Marketingarena.it si occupa di marketing digitale, strategico ed operativo, comunicazione, innovazione, nuove tecnologie, knowledge management ed e-business. Continua..

logoMA20070430042051_64857_fotoNike_Marketing_Stealthtravel_alberta

Come si fa ad innovare?

di Filippo Minelli · pubblicato il 16 Feb 2008
Archiviato in Tecnologia e innovazione13 commenti

Filippo Minelli

innovazione.jpg

Che cos’è realmente l’innovazione? Ci interroghiamo spesso su questo argomento, di pari passo alle nuove tendenze tecnologiche che spesso partono dalle grandi aziende, ma anche alla soluzioni creative provenienti dalle piccole realtà.

Schumpeter parlava di “distruzione creativa”, riferendosi alla vera innovazione: difficile, dolorosa e che a volte richiede la rinuncia a tutto ciò che si è imparato fino a quel momento.

È realmente così?

Mi chiedo perché a volte le aziende utilizzano la creatività solamente come esercizio di stile, senza metterla realmente al servizio del consumatore. Mi chiedo perché le aziende spesso guardano solo al proprio interno, magari alla propria avanguardia tecnologica, senza pensare che gli interlocutori possono non essere sulla stessa lunghezza d’onda.

Durante il workshop Nokia Only Planet 2008 di Helsinki a cui ho partecipato, si è parlato di creatività, design, innovazione. La lezione che ho imparato essenzialmente si basa su un fatto: per innovare bisogna osservare. Per creare, bisogna avere la consapevolezza di ciò che ci sta intorno, bisogna pensare, fallire, reagire, provare e riprovare. Occorre tempo, occorre visione locale, occorre comprensione delle diverse culture. Quanto più sei globale, tanto più devi pensare alle più piccole parti che compongono quella globalità.

Riporto inoltre cinque esperienze diverse, con un unico filo conduttore, con l’aiuto del magazine samsung DigitAll:

1. Diego Rodriguez (D.School Prof e IDEO): le attuali strategie di innovazioni sono troppo spesso in un’ottica top-down. Il vero focus dell’innovazione deve quindi essere la comprensione dei bisogni delle persone, al fine di poter favorire l’interazione tra azienda e consumatori, in una parola esperienza. L’empatia è il driver fondamentale dell’innovazione. Bisogna fare e disfare, non aver paura di mettersi in gioco, arrivare all’idea giusta passando per numerosi fallimenti. Le emozioni sono la chiave del successo.

2.David Lawrence (Shimano): cosa c’è di più facile che andare in bicicletta? Cadere dalla bicicletta? Focalizzarsi troppo sulla innovazione tecnologica a volte può portare a spostare la focalizzazione dal mercato all’azienda stessa. Pensare a un design innovativo non vuol sempre dire pensare al consumatore più sofisticato. Pensare ad un’innovazione tecnologica non vuol dire pensare solamente al consumatore più tecnologico. Innovazione vuol dire anche semplicità, di utilizzo, di pensiero, di prodotto.

3. Matt Kingdon (?WhatIf!): la creatività per se stessa è inutile, quasi pericolosa. Non si può pensare all’innovazione senza pensare al suo fine. Se tutti pescano nello stesso mare – dove il mare rappresenta la ricerca di mercato – tutti i pescatori ottengono le stesse informazioni. Ecco quindi che occorrono nuove idee, nuove formule per differenziarsi. Le barriere esistono, è per questo che occorre muoversi velocemente. Ma più un’idea è diversa, meno probabile è che si possa implementare con la linea di produzione esistente. Occorre quindi rivolgersi altrove. Il che si rivela per alcuni impensabile.

4. Tim Westergren (Pandora): quando sei un imprenditore che tratta ogni giorno di tecnologia, tutte le persone intorno a te condividono gli stessi argomenti e riflessioni. Tuttavia vogliamo che le nostre idee e riflessioni siano apprezzate anche al di fuori. Purtroppo però non viviamo tutti in una Silicon Valley, di conseguenza dobbiamo adattarci al contesto. La tecnologia quindi deve essere al servizio di un pubblico molto vasto, che non necessariamente è interessato a ciò che sta dietro a un servizio, e che sarà sempre pronto a commentare a proposito di ciò che “non si può fare” con tale servizio, piuttosto che a riconoscerne i meriti.

5. Chris Beard (Mozilla): l’open source è un modo di innovare, un modo per permettere alle persone di “essere coinvolte”. Lo stimolo a innovare in questo senso è continuo, anche se la direzione può non è chiara all’inizio. La dimensione di rischio in questi casi va calcolata, perché il fine è comunque quello di dare qualcosa che possa essere utile a risolvere problemi o a soddisfare bisogni. Da un punto di vista tecnologico, non ci sono molti “pezzi liberi” rimasti. La novità, quindi, è costituita da come i vari pezzi sono assemblati, consegnati e in quanto tempo.

Mi chiedo, a questo punto, se esista per tutti la possibilità di fermarsi, osservare, pensare e provare. Mi riferisco soprattutto alle piccole realtà. E poi, le aziende che innovano sono in grado di “fare tutto al loro interno” o hanno bisogno di appoggio esterno? Infine, quanti sono disposti a rischiare per innovare?

13 commenti a “Come si fa ad innovare?”

1Giorgio Soffiato ha detto:

Molti dei punti toccati nel tuo post sono spesso stati trattati e discussi su questo e molti altri blog, secondo me l’innovazione è tale quando il destanatario del prodotto o servizio innovato (o il cui processo produttivo è stato innovato) percepisce una differenza importante rispetto alla proposta precedente.

Ognuno innova in base alle proprie esigenze e alle specificità del settore (innovazione nell’open source è molto diversa dall’innovazione delle assicurazioni). Di certo il punto focale è la fonte di ispirazione delle innovazioni.. la creatività? Le storie? Le persone?

Le pmi innovano, forse lo fanno con fatica ma grazie alla propria flessibilità quando lo fanno riescono al meglio, sicuramente la gestione del processo innovativo è diversa rispetto alle grandi corporation, credo che una contaminazione farebbe bene ad entrambe le figure

Inserito il 16 February 2008 alle 20:11

2ettore ha detto:

Io credo che si possa parlare di innovazione quando quest’ultima é percepita come un qualcosa di utile.

Se per esempio io mi compro un super cellulare e lo uso solamente per chiamare allora era meglio comprare un cellulare molto meno costoso: il prodotto è innovativo ma non è una innovazione.

“La stagnazione dell’attività innovativa ha a che vedere con la percezione di sostanziale inutilità dell’innovazione in molti parti dell’economia italiana e soprattutto nelle picole imprese” da INNOVAZIONE CERCASI di Franceso Daveri.

A parte questo credo che parlare di semplicità in riferimeto all’innovazione sia molto importante in un sistema come il nostro, dove tutto è reso così complicato: Semplice è bello e più utile!

Inserito il 17 February 2008 alle 11:23

3Giorgio Soffiato ha detto:

In questo senso tu però parli di innovazione riferita al contesto d’uso quindi una cosa che per una persona è innovazione per un’altra non lo è, due appunti:

- l’innovazione non è catalogabile a priori? (un telefono è o meno un’innovazione indipendentemente da chi lo usa)

- siamo sicuri che anche se io non cambio il modo di usare il telefono dopo averlo cambiato il fatto di sapere di poter usare quella fotocamera che prima non avevo non mi permetta ugualmente di parlare di innovazione anche se quella fotocamera non la uso?

Inserito il 17 February 2008 alle 11:34

4Filippo ha detto:

Se tu compri un cellulare con fotocamera e lo usi solamente per chiamare, l’innovazione c’è comunque. il fatto che non si adatti alle tue esigenze non dipende dall’azienda che li ha prodotti, perchè sicuramente aveva un telefono che poteva soddisfare le tue esigenze.

come ho riportato nel post, la semplicità delle cose che vediamo e compriamo spesso implica una complessità nella loro costruzione. la sfida, a mio avviso, è proprio quella di far percepire la semplicità e non la complessità, pur non fermandosi mai nella ricerca di nuove vie

Inserito il 17 February 2008 alle 11:43

5ettore ha detto:

Sì è vero, se io compro un cellulare con fotocamera e la uso solo per chiamare c’è innovazione comunque, soltanto dal punto di vista industriale però.

Facciamo un esempio: mettiamo che sul mercato si possa scambiare soltanto un bene: il cellulare. La prima generazione di cellulari puo solamente chiamare; la seconda puo anche navigare su internet. Chi compra la seconda generazione di cellulare la utilizza solo per chiamare e non per navigare su interent: dov’è l’innovazione se il consumatore non sa sfruttarla?

Gli oggetti high-tech sono belli da vedere negli uffici, ma sono spesso spenti o largamente inutilizzati!

Questa mia provocazione vuole sottolinare come è sì importante innovare ma è altrettanto importante saper sfruttare l’innovazione.

Buona domenica!

Inserito il 17 February 2008 alle 12:03

6Francesco Berri ha detto:

Secondo me l’innovazione può definirsi tale solo nel momento in cui è percepita dal consumatore come qualcosa di significativamente diverso, utile, che fornisce dei benefici ecc…Per rispondere quindi a Giorgio credo che l’innovazione sia dipendente da chi la usa.
La vera innovazione secondo me è quella che genera vendite incrementali, non sostitutive (penso alla canibalizzazione) o peggiorative.
Vi pongo un ulteriore spunto di discussione: l’innovazione di filiera. Quanto conta la collaborazione della distribuzione nel lancio di un nuovo prodotto? I cosidetti “Listing fee” che le industrie devono pagare ai retailers per condividere il rischio del lancio non possono costituire un freno per l’innovazione?

Inserito il 17 February 2008 alle 12:07

7Filippo ha detto:

sono d’accordo sul fatto che bisogna saper sfruttare l’innovazione. è per questo che ho parlato in primo luogo di saper osservare, avere la consapevolezza di chi ci sta intorno, delle abitudini e dei veri bisogni.

ed è per questo, inoltre, che ultimamente si parla tanto di sostenibilità legata al design e all’innovazione, anche in questo blog se n’è parlato!

Buona domenica anche a te

Inserito il 17 February 2008 alle 12:09

8Filippo ha detto:

La questione aperta da Francesco è veramente interessante: il “listing fee” rappresenta sicuramente una grossa barriera, soprattutto per i risultati di breve periodo. è chiaro che questa barriera dipende dal potere del produttore.

per i produttori, credo che la misura dell’investimento in comunicazione legato al lancio di un nuovo prodotto possa rappresentare una prima valutazione di quanto essi credano nel prodotto in questione.

per i retailer, stabilire alcune “finestre temporali di innovazione” e ridiscutere il ruolo del pricing per i nuovi prodotti potrebbe essere una base di partenza

Inserito il 17 February 2008 alle 12:21

9Giorgio Soffiato ha detto:

Non sono totalmente d’accordo sull’innovazione come concetto dipendente dall’utilizzatore. La provocazione è sensata e siamo tutti d’accordo: se l’innovazione non è utile a che è servita? Da qui a dire però che non è innovazione a mio avviso ne passa, e faccio un esempio che riporto spesso. La tecnologia skype era disponibile 10 anni prima della sua effettiva diffusione, le condizioni congiunturali e di semplicità hanno però permesso la diffusione della tecnologia solo oggi, questo a mio avviso non significa che 10 anni fa non c’era innovazione ma che le barriere erano elevate, un’innovazione che oggi viene percepita come inutile e complessa (sparo una cavolata: possibilità di inserire tag nel cellulare) domani può essere dirompente, sono poi d’accordo sul fatto che attaccare le orecchie di pelouche al cellulare non è innovazione :-)

sul listing fee si tratta di un equilibrio di potere che di certo scoraggia l’innovazione ma non sono sicuro che eliminandolo si elimini il problema. Coca cola che non ne soffre (e con lei tutti i prodotti che si vendono da soli) non dovrebbe innovare continuamente? E qui provoco io: la raggiunta condizione di “listing fee free” non potrebbe indurre i produttori a non cambiare per evitare di condividere rischi. Sostanzialmente diciamo la stessa cosa ma possiamo spingerci a teorizzare
- un listing fee “di costo” che frena l’entrata di nuovi soggetti innovatori che non possono superare la barriera del rischio condiviso (perchè la distribuzione non vuole condividere il rischio con brand sconosciuti)
- un listing fee di posizione per chi lo ha raggiunto che non intende mollare

E’ comunque un equilibrio di potere perchè ferrero può obbligare ad assorbire l’innovazione dicendo “niente ovetti se non ti pigli l’happy hippo” o peggio “niente coca cola se vendi la pepsi”.. ma qui andiamo oltre..

Inserito il 17 February 2008 alle 13:02

10Samuel Mazzolin ha detto:

Personalmente credo che innovare sia fare cose nuove (e soprattutto utili a qualcuno) con vecchi strumenti, dove alla base servono alcune caratteristiche abilitanti – un minimo di mezzi tecnici e cognitivi, a seconda del contesto d’uso – e soprattutto una visione.
Un po’ di irrequitezza, quella sana.

La vedo un po’ come coi lego: hai i mattoncini di base e puoi seguire le istruzioni, oppure ragionare in chiave di capacità ricombinatoria e concretizzare quel camioncino a 3 ruote che hai in testa.

Inserito il 18 February 2008 alle 11:02

11Alekiki ha detto:

Esatto Giorgio! Per quanto riguarda il listing fee, infatti, qndo si tratta di colossi industriali o comunque di brand conosciuti sono inevitabili i giochi di potere … vi faccio un altro esempio … Coca Cola nel 2002 ha lanciato Burn Energy Drink che ha spinto nel mercato proprio facendo leva sul suo noto potere sul mercato (è ottavo gruppo alimentare mondiale con filiali in più di 30 paesi, produce 400 marchi differenti presenti in circa 200 paesi! … ehm …)! (della serie: “Ti lascio materiale di visibilità ma mi schiaffi dentro al frigo Burn!” oppure “Ti faccio buon prezzo sulla Fanta se ti pigli una cassa di Burn!”). In questo modo, molti p.d.v. che tenevano che tenevano Red Bull Energy Drink sono passati a Burn! Quindi Coca-Cola, non solo ha lanciato il proprio nuovo prodotto dopo che la concezione di “bevanda energetica” da parte del mercato occidentale aveva raggiunto la massa critica grazie agli sforzi in comunicazione da parte di Red Bull (il first mover), ma ha pure potuto contare sulla sua posizione di leader nel mercato dei sofr drink! Questo ha permesso a Burn di essere leader in alcuni mercati europei del settore degli energy drink e, in altri, maggior competitor di Red Bull. Che mossa ragazzi!!!

Per quanto detto sull’innovazione … aggiungo che essa (sia di processo, sia di prodotto … di qualsiasi natura) debba essere veramente concepita come tale dal consumatore … deve poter apportare un benefit … va da sè che tale benefit dev’essere comunicato in maniera più che efficace! Le condizioni di iper-scelta in cui viviamo ci portano spesso ad effettuare scelte sulla base della chiarezza del miglioramento incrementale che il nuovo prodotto potrebbe apportare nella nostra vita. Ribadisco quindi che il processo di innovazione non dev’essere slegato all’importanza di comunicare l’innovazione in maniera chiara ed efficace! So che a livello teorico questo concetto può sembrare scontato ma a livello pratico il flop di un prodotto è spesso decretato anche da questo.

Inserito il 18 February 2008 alle 15:22

12ettore ha detto:

I PREMI DI REFERENZIAMENTO

Fanno parte dei premi di referenziamento i COSTI DI MERCHANDISING e i COSTI/RISCHI PERFORMANCE.

I COSTI DI MERCHANDISING sono contributi riferiti ai costi legislativi-amministrativi-logistici… che l’industria riconosce al disributore

I COSTI/RISCHI PERFORMANCE (o componente del rischio) è la parte che pesa di più nel premio.
E’ come un premio assicurativo che deve compensare un rischio: questo prodotto potrebbe essere peggiore del prodotto che deferenzia il distributore.
Allora questo rischio deve essere quantificato ex-ante.
Il percorso è identico a quello per una polizza auto e distinguiamo:
a)IL RISCHIO DI MERCATO (la residenza in R.C.A.)
e cioà la probabilità di insuccesso a fronte di un lancio di nuovo prodotto in una data categoria merceologica.
Es: potrebbe essere più rischioso il mercato della pasta che quello dei detersivi.
b) IL RISCHIO DI IMPRESA (classe di merito in R.C.A.)
e cioè la probabilità di insuccesso di una impresa.
Es: potrebbe essere più affidabile Ferrero che Barilla.

Quanto più il premio di refernziamento funziona tanto più assistiamo ad una pre-selezione dell’innovazione: infatti se io impresa penso che il mio prodotto possa avere successo non mi pesa pagare al distributore questo premio.

Il problema sta nel fatto che purtroppo il premio non è legato alle performance (come descritto sopre) ma diventa un elemento negoziale. Mi spiego meglio.
Facciamo finta che DANONE lancio un nuovo prodotto (Essensis) e paga per questo lancio 100$ in un anno (t1).
L’anno dopo (t2) DANONE non lancia nessun nuovo prodotto perchè il PREMIO DI REFERNZIAMENTO FUNZIONA (e quindi non scommete su nuovi prodotti). Però CARREFOUR si accorge che quest’anno mancano 100$ nel C.E. fornitori presenti l’anno precedente e dopo una lunga serie di telefonate si fa riconoscere da DANONE 100$ per mancato margine.
L’anno dopo (t3) DANONE lancia un nuovo prodotto e riconosce a CARREFOUR 100$ per il refenziamento più altri 100$ riferiti a t2 perchè il punto di partenza è sempre la base dell’anno precedente.

In conclusione, una volta erogato il premio di refenziamento diventa irreversibile.

La conseguenza è una politica di innovazione costante da parte delle imprese industriale: il portafoglio prodotti aumenta in maniera forzata perchè conviene sempre lanciare un nuovo prodotto (tanto quel premio lo devo pagare lo stesso!)

Ulteriore conseguenza è una diminuzione della concorrenza sia distributiva (solo i grandi possono permettersi di richiedere alti premi) che industriale (più sono alti i premi e più i piccoli produttori vengono tagliati fuori).

Quindi il numero di prodotti lanciati è alto, mentre quelli di successo sono pochi.
Se ipotizziamo avere 5000 prodotti di insuccesso e 450 di succeso , capiamo come questi ultimi possano impiegaro più tempo ad “uscire”.
Il cattivo funzionamento dei premi di refernziamento ha come effetto un problema di tempo infatti:
Il malfunzionamento dei premi genera un surplus di offerta che genera ritardi di uscita dei prodotti di successo che genera perdite (tempo è denaro).

Ciao a tutti e complimeti per il blog!

Inserito il 19 February 2008 alle 12:40

13pb ha detto:

la domanda ora è,come uscire dal circolo dell’irreversibilità dei premi di referenziamento?considerando che generando ritardi nel lancio dei nuovi prodotti(causa dell’irrefrenabile lancio da parte delle grandi industrie di nuovi prodotti),è a sostegno solo delle grandi industrie le quali si possono permettere il pagamento di ingenti premi di referenziamento,ponendo un vincolo all’innovazione per le piccole medie imprese,e soprattutto aumenta la profondità degli assortimenti(in quando le aziende anno dopo anno sono “costrette” ad innovare il portafoglio prodotti perchè i premi di referenziamento fanno parte del conto economico del fornitore e quindi ogni anno la distribuzione richiede il pagamento all’industria,portando dei disagi al consumatore finale(la cui domanda non è elastica alla profondità dell’assortimento,dopo una certa soglia ha effetti negativi)e alla distribuzione la quale aumenta il portafoglio prodotti ma le vendite aumentano meno che proporzionalemente!
come fare ad ovviare questo genere di problema?

Inserito il 29 October 2009 alle 08:41

Copyright © 2008 - MarketingArena.
MarketingArena Consulting P. IVA 01352890295