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Archivo » January 2008

Sport e conoscenza

di Ilaria Paparella · pubblicato il 28 Jan 2008
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Ilaria Paparella

L’argomento non è certo di competenza femminile quindi mi affido a tutti quelli che di sport che ne sanno più di me e sono più appassionati di me; un aspetto però mi ha sempre incuriosito: lo studio delle strategie “ante performance”. Riporto qualche aspetto interessante a tale proposito che ho trovato riguardo al MilanLab (non me ne vogliano i tifosi di altre squadre).
(Continua a leggere… )

Per la riflessione odierna partiamo dalla discussione nata attorno al post “quarantenni on line” scritto su firstdraft da Stefano Micelli. Oltre a segnalare l’iniziativa che raccoglie e aggrega on line i 40enni veneziani, l’autore del post mette sul piatto due temi veri, quello dei social network e il community building & management come veri generatori di senso, strumenti per cambiare le cose.

Già al natcamp avevamo concluso i lavori con un dibattito con Gigi sulla deriva tecnologica del web 2.0, dove ci porterà? E soprattutto per salire sulla barca sarà necessario essere sovraskillati? Siamo di fronte ad un problema di accessibilità (segnalo in proposito incredibilmente a disposizione il libro di Michele Diodati “Accessibilità, guida completa”) ma anche di risorse, per gestire una community serve molto tempo e ad oggi ci troviamo a dover utilizzare (con diversi account e practice di getione) strumenti egualmente importanti come: youtube, flickr, tumblr, twitter, myspace, ning, facebook, wordpress, blogger, social network etc.. (per non complicare le cose con il contesto crossmediale che presto ci travolgerà)

Ciò che mi chiedo ora è: le persone riusciranno a gestire tutti questi strumenti per sfruttare al massimo le potenzialità della rete? I quarantenni ci dimostrano con orgoglio di apprendere velocemente l’utilizzo della tecnologia e di dominarla, ma ne domineranno dieci diverse? E soprattutto l’accesso a questa tecnologia non sarà riservato ad un’avanguardia di quarantenni superbravi? E non si stancheranno?

Forse prima di pensare al nuovo social network di grido sarebbe il caso di rendere facili e integrate le tecnologie esistenti. Siamo inoltre di fronte ad un cultural e generational divide o gli strumenti di aggregazione e partecipazione convergeranno? Ning è il myspace dei quarantenni? Tutte domande che le reti ci pongono e la sociologia ci impone di discutere. Io credo nella tecnologia come mezzo, dobbiamo essere attenti a non farne un fine. Devo chiudere il post ma un altro interessantissimo tema è la dimensione del cazzeggio che affligge la rete, tempo perso, deriva o complemento necessario per il lavoro on line?

Intervista a OneMarketing

di Luca Dalla Villa · pubblicato il 21 Jan 2008
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Luca Dalla Villa

Questa settimana presentiamo il blog One Marketing: blog multiautore che si occupa di web marketing e tematiche di search engine marketing. Noi parleremo di tutto ciò e molto altro con Orazio Tassone.

Ciao Orazio, come leggiamo sul blog sei una persona molto giovane ma con un percorso formativo già degno di nota, ti vuoi brevemente raccontare e illustrarci cosa ti ha portato a specializzarti in questo settore?

La cosa che mi ha portato a specializzarmi in questo settore è probabilmente la soddisfazione che quest’ultimo sa regalare. Penso non ci sia nulla di più bello che vedere il proprio lavoro avere il successo che merita. Come tanti sono partito quasi per gioco, con un sito piccolissimo (stiamo parlando del 2001 circa, avevo appena 16 anni) , cercando di capire come migliorarlo sono arrivato su community come il forum di HTML.it e successivamente su Giorgiotave. Praticamente subito sono arrivati i primi siti da creare e ottimizzare, lavoretti da ragazzino che mi hanno permesso di crescere; iniziavo a capire che quello che era un hobby stava diventando il mio lavoro. A 18 anni, finita la scuola dell’obbligo, mi sono spostato da casa e sono venuto a Roma dove ho fatto un corso biennale in Linguaggi e tecnologie multimediali (ELIS); tale corso mi ha permesso di passare da ragazzino a qualcosa di più. Finito il corso sono passato da 2 aziende (Ericsson spa e una SEO agency) e infine in HTML.it dove sono il responsabile del network oneBlog.it

In un web dove i blog di Marketing sono in abbondanza, perché vi definite un blog speciale?

oneMarketing è un bel progetto poiché, oltre all’esperienza di HTML.it (che da poco ha compiuto 10 anni), troviamo blogger professionisti che ci mettono tanta passione; inoltre possiamo contare su firme importanti come, per esempio (senza togliere nulla agli altri), Elena Farinelli e Leonardo Bellini (autore del libro “Fare business con il web”) che in questo campo non sono certamente gli ultimi arrivati.

Qual è il filo conduttore tra OneMarketing e HTML.it ?

oneMarketing è parte di oneBlog, network di blog verticali sulla tecnologia e l’informatica sviluppato da HTML.it. Inoltre, lo stesso oneMarketing (e tutto il network oneBlog), è legato a doppio filo con altri progetti di HTML.it grazie alla “condivisione” dei blogger e delle esperienze.

Che cos’è per voi Business 2.0? Come prevedi cambierà la situazione nei prossimi anni?

Secondo me oggi, ancora, non possiamo parlare di Business 2.0 poiché il Web 2.0 non è veramente entrato nelle aziende a pieno titolo, soprattutto nel mercato Italiano, dove il Web 2.0 viene utilizzato pochissimo anche per quanto riguarda il Marketing. All’estero (soprattutto negli USA) la situazione è un po’ diversa, già si vedono tantissimi casi di campagne pubblicitarie che sfruttano le nuove tecnologie; mi vengono in mente, per esempio, alcuni esempi di viral video (che passano attraverso servizi Web 2.0) o di aziende che sfruttano i social network. In futuro penso che il Business 2.0 diventerà una realtà e si parlerà sempre meno di Web 2.0 poiché sarà una “tecnologia” consolidata.

Parlaci della vostra redazione: mi sembra ricca di persone che hanno avuto esperienze diverse fra loro ma con un filo logico che unisce tutto: il web marketing. Come si lavora in questo ambiente? Siete un gruppo affiatato?

Ti confermo che la redazione di HTML.it è ricca di persone motivate, giovani, competenti, che hanno avuto esperienze diverse fra loro. Siamo un gruppo affiatato e ciò ci ha permesso, nell’ultimo anno, di far partire nuovi progetti come PMI.it, oneBlog, ICTv.it, Webnews e PubblicaAmministrazione.net

Che cosa pensi del nostro blog? In che cosa sono differenti i due blog?

Ho conosciuto il vostro blog di recente, con l’intervista al mio collega Andrea Marzilli, mi sono iscritto ai feed più per curiosità che per altro, solitamente quando è così dopo pochi giorni cancello il feed dal reader, MarketingArena ancora è li, un motivo ci sarà…

Luca

Per l’immagine: mondoblog.it

Lamentele virali

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 19 Jan 2008
Archiviato in Web marketing e 2.02 commenti

Giorgio Soffiato

Leggo questo interessante ed, al solito, documentato post di Maurizio Goetz a proposito di customer experience e comunicazione con la clientela. In breve la moglie di Maurizio si trova ad acquistare un volo su expedia scoprendo solo nel post acquisto che i posti sul volo sono separati, cosa decisamente non felice per chi ha dei bambini al seguito. Il fatto che la fonte sia autorevole non è da sottovalutare perchè il potenziale buzz generato potrebbe essere elevato e credo che per chi si occupa di passaparola questo induca a riflettere anche sulla qualità del buzz negativo.

Credo che chi acquista on line sia ben conscio del fatto che il risparmio potrebbe indurre ad accettare dei compromessi ed è qui che le aziende come expedia sbagliano di brutto: non è necessario nascondere questo fatto durante l’acquisto, chi paga un volo per Londra 20 euro è preparato a non avere un posto assegnato e a fare la colazione prima di salire in aereo e ben disposto a sopportare alcuni “disagi” come l’atterraggio in un aeroporto secondario, ciò che si chiede (come è sottolineato nel post) è solo una buona dose di trasparenza. Ciò che imparo da questo post è che sul web i consumatori le cose le notano (anche off line, ma forse on line si è meno disposti a perdonare perchè si assume che le aziende “abbiano capito”) e volendo applicare uno degli spunti dell’ottimo libro di Luca De Biase sull’economia della felicità una delle cose che danno pari disagio del malessere è l’altrui benessere (è sociologia) e quindi Maurizio è infastidito dal fatto di sentirsi un consumatore di serie B dovendo pagare il call center quando i customer americani hanno questo servizio gratuitamente.

Cosa deve fare expedia? A mio avviso dovrebbe mettere un bel commento sul blog ringraziando della consulenza di marketing gratuita e palesando il fatto di offrire un buono sconto per il disagio arrecato. Siamo arrivati a parlare di dissonanza cognitiva, mancanza di trasparenza, lamentele virali e attese disattese solo per una falla di comunicazione nel processo d’acquisto, tanto rumore per nulla in teoria.. ma è qui che le aziende devono muoversi per mettere una pezza.. che ne dite?

Giorgio

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Design for the other 90%

di Ilaria Paparella · pubblicato il 18 Jan 2008
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Ilaria Paparella
Ecco un bel caso di innovazione che si sposa con la sostenibilità e il bene comune trasformando il concetto di design e dimostrando che per innovare basta davvero poco.
L’altro 90 (%), richiamato dal titolo, è la quota di umanità che vive sotto la soglia della povertà e a cui alcuni designer hanno pensato fermandosi per un momento di lavorare per il 10% del mondo ricco. Per questi milioni di persone alcuni designer hanno progettato oggetti utili e poco costosi; dalla ruota-contenitore che permette di trasportare 75 l d’acqua, alla cannuccia salvavita che permette di purificare anche l’acqua delle pozzanghere, tutti oggetti che fino a poco tempo fa si trovavano in mostra al Cooper-Hewitt-National Museum di New York e che erano da ammirare per il fatto di costituire risposte a bisogni essenziali, vitali, di coloro che non vivono nelle ristrette aree del mondo ricco. Design per quei 2,8 milardi di esseri umani, per esempio, che vivono con meno di due dollari al giorno, per quel 70% degli abitanti del terzo mondo che vivono senza aver accesso all’elettricità, alla sanità e alle scuole ma anche per i 3 milioni e mezzo di homeless dei ricchi Stati Uniti. Un 90% che significa l’enorme cifra di 5 miliardi e 800 milioni di persone che non hanno accesso a quello che noi consideriamo basilare per vivere una vita normale: una casa (un rifugio in molti casi), acqua pulita, cibo. Questi, tra l’altro, i temi in cui è divisa la grande mostra (rifugio-casa, salute, acqua, educazione, energia e trasporti). Dai pozzi d’acqua, alle protesi per mutilati, dai ripari per i lavoratori clandestini ai computer di One Laptop per Child, progetti firmati da sconosciuti designer la cui realizzazione incide però sulla vita di un numero di persone ben più ampio di quello raggiunto dai più noti nomi di designer alla moda.
Tutto questo per riflettere su valore politico e sociale del design e delle possibilità che questo ha di rendere più vivibile l’esistenza alla stragrande maggioranza di uomini e donne di questo mondo, senza pensarlo soltanto come “ornamento estetico” per cose da ricchi, concetto tra l’altro superato negli ultimi anni. Il concetto di democratizzazione del design si fa così tangibile e anzi, esso diventa promotore di un nuovo modo di pensare alla sostenibilità, fondendo divertimento, attenzione estetica e utilità e diventando forza attiva che si interressa di problematiche sociali.
http://other90.cooperhewitt.org/
http://style.it

L’Italia dei dissapori

di Thomas Longo · pubblicato il 16 Jan 2008
Archiviato in Made in italy e PMI7 commenti

Thomas Longo

italia

Il 2007 ha rappresentato per il nostro “Bel Paese” un anno non particolarmente felice, caratterizzato da un grado di insoddisfazione generalizzato in tutti i comparti d’Italia e, ad avvertire tale situazione, non sono solo gli italiani!

A dicembre 2007 alcune osservazioni sullo stato di salute del nostro paese sono arrivate da oltreoceano: il New York Times ha descritto gli Italiani come il popolo più triste d’Europa.

Qualche giorno più tardi il londinese Times cita testuali parole:

La dolce vita diventa amara. L’Italia deve fare i conti con l’essera vecchia e povera.

Secondo il quotidiano anglosassone il malessere che avvolge l’intera Italia va oltre l’aumento dei prezzi e la stagnazione dei salari, ma raggiunge la stessa anima e identità del Paese.

L’articolo poi prosegue citando i numeri della crisi italiana:

  • 0%: tasso di crescita della popolazione italiana
  • 42,5: età media degli italiani
  • 65: un italiano su cinque ha più di 65 anni
  • 1,29: figli per donna italiana
  • 120: giorni di lavoro persi ogni anno per scioperi
  • 7%: tasso di disoccupazione
  • 106%: livello del debito pubblico rispetto al PIL (è il sesto peggior valore al mondo)

Facendosi un esame di coscienza sarebbe giusto chiedersi allora quali sono le cause del “male italiano” e da dove bisogna iniziare per aggiustare tale situazione.

Molti sostengono che i risultati ottenuti dipendano dalla presenza di una classe dirigenziale (politica ed economica) “vecchia”, con una propensione ad innovare pari a zero, il cui unico obiettivo è restare saldamente aggrappati alle posizioni occupate, altri puntano l’indice contro le nuove generazioni descrivendole come gruppi di individui fannulloni e privi di aspirazioni.

Personalmente sono convinto che tale situazione sia il prodotto di una moltitudine di cause che per molto tempo sono state trascurate portando il nostro paese in una situazione alquanto infelice; è necessaria dunque una svolta che porti l’Italia ad un nuovo periodo di splendore economico, e speriamo che il nuovo anno possa rappresentare tale svolta.

In fin dei conti dobbiamo renderci conto, come scrive Beppe Severgnini, che “certe analisi non sono il problema, ma la sua rappresentazione; e se ciò che vediamo non è bello, la colpa non è della mano che regge lo specchio, ma del proprietario della faccia”.

Thomas Longo

Fonte: Corrieredellasera.it

Avete mai bramato l’uscita di una nuova bicicletta Atala, di una televisione telefunken o di un deodorante Axe? Nemmeno io. Com’è possibile che la blogosfera sia in fibrillazione per il keynote di Steve Jobs al MacWorld 2008(con tanto di diretta)?

Il motto della giornata è “C’è qualcosa nell’aria”, come recita furbo il sito dell’azienda della mela. Un CEO le cui parole sono attese come quelle di un profeta del nuovo secolo ed un brand sempre più sulla cresta dell’onda, qui c’è tutto il marketing innovativo e non convenzionale che volete: virale, lovemark, guerriglia, social.. ma c’è soprattutto vera empatia..

Cosa presenterà Steve Jobs? Io non ho più comprato mac dopo aver frullato il mio 12 pollici per il semplice motivo che non volevo passare al 13″. I rumors provenienti dal sito http://www.macrumors.com/ danno per quasi scontata la presentazione di un nuovo laptop super sottile che eliminerà l’hard disk a favore di una memoria flash abbastanza capiente puntando soprattutto sulle dimensioni del prodotto. Io punto su 10-11 pollici e grande duttilità, ma comunque ancora un computer, probabilmente un fantastico laptop, possibili esternalità positive

- batterie di lunghissima durata
- connettività anche umts

Ma perchè la gente sta impazzendo? Io credo che la passione del pre-lancio che divora i più sia figlia della fiducia incondizionata verso un brand che innova davvero, la appleTV non ha avuto successo? “E’ la gente che non è ancora pronta“, Windows ha un virus? “Quel software è terribile“. Ciò che apple fa bene è dare ad ogni nuovo prodotto l’etichetta di rivoluzionario ed irrinunciabile, dall’ipod all’iphone non possiamo dire che le ultime uscite siano state dei fallimenti. Ma un brand del genere si può costuire? A mio avviso sono troppe le coincidenze straordinarie che hanno reso possibile questo successo, di sicuro però dietro ad un brand straordinario c’è sempre una guida carismatica (Armani, Ferrari etc..), una tradizione forte (anche nel fare scelte impopolari e rischiose) ed un’idea di innovazione tutta particolare, apple stupirà anche stavolta?

moda e multicanalità

di Filippo Minelli · pubblicato il 14 Jan 2008
Archiviato in Moda - Lusso - fashion1 commento

Filippo Minelli

Abbiamo più volte argomentato come l’integrazione dei diversi mezzi di comunicazione porti non solo a mostrare un’immagine unitaria dell’azienda, ma anche a raggiungere il consumatore moderno avvicinandosi maggiormente a lui, cercando di coinvolgerlo personalmente.

In questo senso, vorrei segnalare alcuni casi di multicanalità e tendenza al 2.0:

American Eagle, qualche tempo fa, dopo aver costruito una pagina in MySpace in cui più di 46000 persone discutono su temi vari, ha introdotto un canale dedicato, chiamato77e.

L’intenzione era quella di rappresentare con un cast di teenager, il core target dell’azienda, alcune situazioni quotidiane di vita. In particolare, la prima serie è stata chiamata “It’s a Mall World” – proprio perchè si svolgeva all’interno di un centro commerciale. Ovviamente gli attori vestivano interamente con capi AE!

Inoltre, il legame instaurato con Mtv per alcuni advertising ha portato, secondo il CEO Kathy Savitt, un aumento del traffico al sito del 20% e un tasso di conversione in vendite del 75%.

Tuttavia la seconda serie, più sottile e meno orientata al prodotto, sembra non aver dato i risultati sperati…

Altro caso da segnalare è Wal-Mart, che entra nel web 2.0 con il gruppo in facebook chiamato Wal-Mart Roommate Style Match“. Purtroppo però, l’iniziativa ha scatenato reazioni anche contrastanti poiché alcune persone hanno usato il gruppo per criticare le politiche aziendali!

Secondo http://fashion-fox.com/ gli errori di Wal-Mart sono stati essenzialmente quelli di aver provato a rivolgersi a un segmento (quello dei giovanissimi) che non ha riconosciuto nel retailer un marchio “degno” della loro generazione…

La sensazione è, dopo aver letto di queste esperienze americane, che da noi l’utilizzo di mezzi 2.0 sia lungi da essere una prima scelta delle aziende…che ne pensate?

Filippo Minelli

Studenti e università: chi aiuta chi?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 13 Jan 2008
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Giorgio Soffiato

Proviamo a parlarne qui, ci dite la vostra?

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Quando parlo di blog cito sempre con piacere il tentativo “corporate social responsibility: open for discussion” di mcdonald’s, uno spazio aperto che dimostra come l’azienda ha compreso (o comunica di aver compreso) che certe tematiche sono importanti e interessanti.

McDonald’s è uno di quesi casi in cui il brand è amato o odiato, basta una semplice ricerca su google per avere di ritorno i seguenti risultati, rispettivamente in prima e seconda posizione

1 – sito ufficiale, la più grande catena di fast food nel mondo

2 – tutto quello che non vogliono farti sapere

Mi ha fatto riflettere una discussione lanciata ieri sera dal programma televisivo customer oriented “mi manda rai tre” in cui una dipendente denunciava il comportamento poco etico dell’azienda nei propri confronti di fronte ad un infortunio sul lavoro. Ciò che mi ha stupito, non entrando nel merito della discussione, è stata l’assenza dell’azienda che si è fatta viva solo con un fax. Mi chiedo ora: ha senso avere un blog sulla responsabilità sociale e non presentarsi a parlare davanti a milioni di persone (vedendo quindi l’azienda alla gogna – mediatica – ) barricandosi dietro a procedure e silenzi?

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