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Archivo » June 2007

“La rivoluzione digitale ha lo stesso effetto storico della rivoluzione di Gutenberg”. Queste le parole di Hubert Burda, uno dei più importanti imprenditori dell’editoria.

Se pensiamo al mondo dell’editoria, non possiamo infatti esimerci dal pensare come ci siano intere generazioni che hanno smesso di leggere i giornali cartacei, preferendo di gran lunga la rete. Alcune testate e magazine in genere, hanno cercato di estendere la propria relazione con il target e con i propri lettori abituali, creando sezioni speciali o approfondimenti online, al fine di raggiungere in maniera diversa e complementare le community.

Analizzando la rete, dunque, si capisce come all’insieme di “luoghi dell’agire” (chat, giochi di ruolo, piattaforme e-commerce) e “luoghi del conoscere”( biblioteche digitali, giornali online, manuali, brochure, cataloghi, corsi online, tv ecc), si aggiungono anche modelli ibridi come blog, wiki e altri, in cui l’utente è mittente e destinatario dell’informazione.

A questo proposito, Mondadori propone una novità nel panorama editoriale: un portale editoriale in ottica 2.0, con uno spiccato orientamento partecipativo e multimediale, in cui è possibile trovare contenuti digitalizzati, multimediali, ipertestuali e interattivi (caratteristiche imprescindibili di questo tipo di prodotti editoriali)
www.tenmagazine.it, in particolare, è una piattaforma multicanale, che integra web e mobile, con la possibilità di accesso tramite web e wap ai contenuti. Il target è essenzialmente un pubblico giovane, con predisposizione al divertimento. La formula, infatti, prevede di poter mandare e condividere dei video, partecipare ad alcuni contest e inoltre leggere alcune notizie, classificate secondo il gradimento degli utenti. Esiste infine la possibilità di aprire un blog con la piattaforma wordpress che andrà poi a far parte dell’apposita sezione.

Alla luce di queste considerazioni, è possibile formulare una domanda: è possibile formare community online che abbiano accesso a notizie e contenuti “di marca”? in altre parole, è possibile mantenere la fidelizzazione ad un magazine, anche se non cartaceo, cambiando il modo di fruizione o ci saranno sempre più informazioni libere e di fruizione “estemporanea”? (il 18enne andrà a leggere repubblica.it o andrà a caso su google?)

Filippo Minelli

Fonti: www.tenmagazine.it
www.spotandweb.it
www.repubblica.it

Vi dice niente il nome Baidu?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 29 Jun 2007
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Giorgio Soffiato
Mentre tutti si scervellano cercando di capire quale motore semantico o visuale avrebbe rubato la scena a google, nasceva Baidu. Baidu è un motore di ricerca che si rivolge prevalentemente ai cinesi, e sapendo quanti sono (i cinesi) non stupisce che qualcuno abba parlato di un potenziale concorrente di google, immaginando addirittura il sorpasso entro due anni.

Ho avuto di recente l’occasione di parlare con il presidente di WebRanking, agenzia di search engine marketing che vanta per il proprio sito questa pagina.

Il posizionamento nei motori di ricerca cinesi è probabilmente oggi un’opportunità di quelle da first (o second..) mover, quali aziende sapranno cogliere? Si assiste ad una sorta di circolo vizioso e virtuoso per cui i cinesi invadono i canali come mercati e città strappando ricchezza a proprio pro, gli europei reagiscono mettendo nel mirino i cinesi che si sono arricchiti vendendo magliette nelle nostre città. Piaggio ha annunciato l’intenzione di sbarcare in Cina in forze e non stupiscono più le missioni dei vari presidenti e uomini commerciali verso il nuovo mondo.

Oltre all’opportunità è interessante notare come un mercato di questo tipo non possa prescindere da una dimensione del servizio, urgono facilitatori e intermediari in grado di ridurre la complessità. Questo fatto giustifica l’esistenza, per il marketing dei motori di ricerca, di una filiera che comprende agenzie “ponte” tra i motori di ricerca e gli utenti. In termini di relazioni colpisce l’accessibilità e la concezione del lavoro in stretta sinergia col cliente che queste agenzie hanno, fattore che le rende dinamiche e aperte (ho contattato nelle mie indagini per la tesi sei agenzie di questo tipo ed ho sempre parlato col capo). Due evidenze:

  • - il posizionamento cinese e le altre possibilità simili sono sfide da raccogliere senza stare a guardare
  • - le nostre agenzie di marketing possono imparare qualcosa nell’ultimo miglio dalla flessibilità delle agenzie di search engine marketing?

Intervista a marketing Routes

di Luca Dalla Villa · pubblicato il 28 Jun 2007
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Luca Dalla Villa
Cari lettori, ogni giorno mi diverto a cercare nella rete casi, persone o progetti da contattare e portare alla vostra attenzione..

Questa settimana parliamo ancora di volta Marketing e lo facciamo con Marketing Routes: blog multi-autore che ha come focus il mondo del marketing, dell’advertising e della comunicazione online ed offline., gestito da un giovane markettaro Jacopo Gonzales. Le coordinate sono http://www.marketingroutes.com/

1) Ciao Jacopo, come leggiamo sul blog sei una persona molto giovane che non si limita a gestire http://direct-marketing.blogspot.com, ma ti occupi di molti altri progetti, ti vuoi brevemente raccontare e illustrarci cosa ti ha portato a specializzarti in questo settore?

Beh più che di specializzazione in senso stretto, parlerei piuttosto di passione. Come ho avuto modo di sottolineare recentemente, il mio primo blog su piattaforma Blogger fu un test, un modo di avvicinarmi in modo attivo alla blogosfera. La cosa mi divertì e questo mi ha portato ad aprire Marketing Routes, che a differenza del precedente ‘esperimento’, nasce con un progetto ben preciso: quello di porsi come punto di riferimento per quanti operano a vario livello nel mondo della comunicazione, della pubblicità, del marketing e del web in generale. Un anno e mezzo fa, quando ho creato questo blog multi-autore, a dirti la verità, i blog sul marketing in Italia erano numericamente molto inferiori ad oggi, ma ho visto che la voglia di condivisione ha poi contagiato un gran numero di blogger. La nostra avventura con Marketing Routes oltre a quella che è stata un po’ la nostra esperienza la trovate raccontata qui.

2) In un web popolato da migliaia di blog sul Marketing, il tuo blog che cosa ci offre di diverso da quanto possiamo trovare negli altri marketing blog? perché consiglieresti la sua frequentazione?

Da un punto di vista prettamente di ‘numeri’ credo che ad oggi Marketing Routes sia il primo marketing blog italiano, con circa 8500 visite al giorno. Il che lascia pensare che forse qualcosa di buono lo abbiamo fatto. Penso che la nostra forza sia il fatto di essere sempre schietti e sinceri, non ci spaventiamo di andare contro il pensiero comune, lo standard, la convenienza di dire o fare questo o quello.. Cerchiamo ogni giorno di andare ben oltre questo, senza prendersi mai troppo sul serio e senza porci dei limiti precisi. Inoltre cerchiamo di diversificare il più possibile gli argomenti e di spaziare tra gli stessi approfondendo, aspetto questo non così diffuso nella blogosfera italiana.

3) Ogni volta che mi metto alla ricerca di un nuovo caso, la scelta si fa sempre più difficile, perché non vorrei scadere nel già visto. Da dove traete ispirazione per scrivere nel blog? da dove nasce la vostra creatività?

Quello che secondo me è l’errore di fondo di molti blog è il fatto di essere concentrati sulle notizie a prescindere dall’analisi. Intendo dire che alcuni blogger, se non trovano news in rete non sanno scrivere nulla di proprio pugno, temono di essere spontanei, di non interessare forse, non saprei di preciso. La filosofia di fondo che ci muove è che non vogliamo essere un sito di news. La notizia ogni tanto ci può anche stare, ma senza ragionare sullo scenario ha poco senso metterla, a meno che non si voglia essere il clone di molti altri wannabe, o l’alter ego duplicato di un giornalista mancato.

4) Nel post “Ed ora il 3.0” si parla del web semantico e di motori di ricerca dotati di intelligenza artificiale, qual è la vostra posizione su questo argomento, che a molti sembra ancora un’utopia irrealizzabile?

Come abbiamo avuto modo di sostenere sul nostro blog, il web semantico è necessariamente il futuro del web. Al netto del mal funzionante LSI di Google, i navigatori internet sono ormai da tempo pronti ed in attesa di un passaggio alla dimensione semantica della ricerca. Il proliferare delle “long query” nei motori di ricerca non è che la cifra della disperazione dei navigatori che – impossibilitati ad avere una risposta semantica formulata in una maniera concisa (e non con la frase “qual è la montagna più alta del mondo”, che può soddisfare la curiosità di qualche idiota wanna-extend-the-democracy-with-our-huge-tanks) ai propri bisogni (sapere è potere quando non si sa che cosa si troverà) sono costretti a usare i motori di ricerca come dei “quotations reservoirs”, ovviamente attingendo alla propria acqua marcescente di sapere e al proliferare di citazionismo dei motori di ricerca che, ancora oggi, sono sempre più bravi nelle “stringhe lunghe” e sempre più (ma per poco) incapaci di rispondere alle query più semplici; ma le query non sono domande: se io cerco “golf” su un motore di ricerca ho il diritto (dopo 10 anni di huge investments) di trovare una serp che:
disambigui (La macchina? La maglia? Lo sport?).
Prescinda (non fermandosi prima, ma oltrepassando) la lessicalità del testo contenuto (citai anni fa l’esempio ‘scandaloso’ del sito ufficiale di Tiger Woods che – non contenendo in alcuna parte della home page il termine “golf” – non appariva nemmeno nei più remoti risultati di ricerca di Google).
Ranki i risultati di ricerca non secondo la logica calvinista del back linking (ho tanti amanti e quindi sono una bella donna…), ma possa riuscire a capire quale sia la qualità di una pagina web (e di un sito, perché le pagine senza i siti non esistono…) dalla pagina stessa, senza usare la logica “borbonica” della digi-raccomandazione degli inbound links.

5) Sempre tratto da un post del vostro blog, secondo te si può promuovere un sito online con 100US$? Circa 80€?

Onde evitare di generalizzare, è sempre necessario valutare, caso per caso, quali siano gli obiettivi oltre al settore di mercato in cui ci si vuole operare. Certo è che in diverse situazioni comunque, la promozione online può essere fatta a costo zero. Per esempio, per la promozione di Marketingroutes.com non ho speso un euro. ;)

6) Che cosa pensi del nostro blog? che cosa ti è rimasto più impresso? In che cosa sono differenti i due blog?

A dirvi la verità non lo conoscevo, oltre al fatto che non sono un accanito lettore di blog italiani. Quelli che ho il tempo di seguire sono davvero pochi purtroppo.

Luca

Regia 2.0?!

di Luca Crivellaro · pubblicato il 27 Jun 2007
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Luca Crivellaro

Abbiamo già discusso più volte della rivoluzione innescata da YouTube, così come abbiamo anche parlato già dei prossimi concorrenti di YouTube, se possibile anche più innovativi; tra tutti l’ormai noto Joost, che propone canali tematici, film, ore di diretta, contenuti proposti dagli utenti e quant’altro.
Ma le rivoluzioni meglio compiute sono sempre quelle che coinvolgono in prima persona il singolo utente, insomma il popolo, che non dispone dei capitali o delle conoscenze per poter cominciare a fare dello streaming inteso in senso classico, ma che ha idee e intraprendenza e che sa sfruttare appieno le potenzialità tecnologiche proposte da rampanti imprenditori del web.

In altri casi poi, basta avere un minimo di confidenza con le nuove tecnologie, ed ecco che nasce http://www.justin.tv/, sito creato da Justin Kan, ventitreenne ragazzo di San Francisco che lancia la moda del Life Streaming: il buon Justin ha deciso di attaccarsi una videocamera all’orecchio e mostrare in presa diretta la sua vita, già ormai da due mesi, in una città godibile come San Francisco. Arriva poi http://www.ustream.tv/: questo sito compie un passo in più, permettendo a chiunque di mostrare la propria “vita in diretta”, in maniera gratuita ed autonoma, senza necessità di fare richiesta ai gestori del sito. Dopo pochi mesi dall’apertura, 50 mila utenti e circa 50 show in contemporanea ogni giorno. Dopo YouTube, c’è un grande desiderio da parte degli utenti di mostrarsi e di sbirciare, e il web rende semplice ed efficace questo voyeurismo virtuale, dando a tutti la possibilità di provare a raggiungere il vero obiettivo di questi “attori” spontanei: uno spicchio di fama e notorietà, almeno tra il popolo della rete. Ognuno ha il suo programma: chi mostra la propria vita, chi parla di tecnologia, chi di politica, chi di cucina. Ma Ustream ha già in mente il grande colpo: spettacoli che riprendono dal vivo la vita delle star del jet set. Canali monografici sulle dive: funzionerà, ci sono già accordi in arrivo…

C’è una fioritura di siti di questo tipo. Si segnala KyteTv, che si propone come “tv collaborativa”, stimolando l’interazione in tempo reale tra gli utenti, che fanno ricorso anche e soprattutto della fotocamera del cellulare per riprendere scene di vita reale, compresi stragi (Virginia Tech), attacchi terroristici e tutto quanto fa audience…
Segnaliamo altri siti simili che propongono una grande varietà di servizi. Buon divertimento:

Tuovideo.it: contiene video di soli utenti italiani. E premio di 10 euro per l’autore del video del giorno!

Zoomin.tv: servizi di videonotizie online. 3 milioni di euro di fatturato in pubblicità.

Kongregate.com: offre giochi gratis pubblicati sul sito dagli stessi autori.

PornoTube.com: piuttosto esplicito direi. Video amatoriali non censurati…

LiveLeak.com: video notizie per “stomaci forti”, che difficilmente finiranno sui tg tradizionali. Rapine, attentati, sparatorie…

IslamTube: preghiere, rituali, sermoni forniti dalla comunità musulmana.

Disclose.tv: ufo, fantasmi, magie. Per gli amanti dell’occulto.

StrayCinema.com: esperimento di regia collettiva “open source”. Cortometraggi pubblicati e modificabili. Obiettivo finale: creare videoclip con una multiregia…

Fora.tv: video su musei, biblioteche, università. Si trattano argomenti variegati ma con piglio decisamente intellettuale.

MyTeens.com: sapete fare dei cartoons?! Ecco il vostro sito: li pubblicate, entrate in contatto con altri appassionati. Si presta particolarmente a collaborazioni.

C’è n’è davvero per chiunque. Fuori le idee e mano alla videocamera…

Luca Crivellaro.

Fonte: L’Espresso.

Pack – Trip

di Stefano Guerra · pubblicato il 26 Jun 2007
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Stefano Guerra

L’altro giorno passeggiavo per il centro commerciale e mi è capitato di notare delle cose che, malgrado le abbia sempre avute sotto gli occhi, non avevano mai attirato tanto la mia attenzione, o almeno non avevano mai agitato tanto i miei pensieri… tutto è iniziato, assurdamente, quando sono passato vicino a dei barattoli di “prugne secche” i quali hanno colto il mio sguardo grazie a sgargianti colori e hanno rimandato la mia mente a tre anni fa, quando il mio professore di marketing mi spiegava che esistevano vari tipi di packaging e che bisogna tenerne conto moltissimo in certi prodotti, come, appunto, le prugne secche: questo particolare bene infatti si presenterebbe agli occhi schifati del consumatore come un qualcosa di troppo secco, asciutto, nero… brutto… richiamando nel suo subconscio emozioni e sentimenti molto negativi, come senso di bruttezza, poca salute, morte, ecc e probabilmente, se le vedesse “nude e genuine” non comprerebbe tale prodotto, che comunque è buono e fa bene.
Il professore spiegò allora che si decise, da parte delle aziende, di usare una soluzione basata sui contrasti, sui colori forti, e soprattutto su di una confezione che fosse bella, divertente, allegra, con colori viola – giallo – arancio o comunque dei colori vivi, e lo scopo era ovvio, ovvero rilanciarne l’acquisto.
Dopo aver pensato a quello che disse il mio professore, mi sono guardato attorno e ho notato che ogni confezione ormai, ogni prodotto, ha una corazza lucente o una bandiera sulle spalle per farsi riconoscere all’interno di quella spaventosa eterogeneità che colpisce i mercati di oggi… se ci pensate ogni prodotto ha bisogno di distinguersi dagli atri ed ecco che spesso la distinzione avviene soltanto, forse, nella confezione esterna più bella, soltanto nell’apparenza, provocando meccanismi di scelta impressionanti… ma mi chiedo, e vi chiedo, ma questa è furbizia delle aziende che sanno distinguersi giocando sulla loro immagine o è il consumatore che non ha le armi necessarie per difendersi da attacchi violenti alla psicologia? La risposta non me la so dare… anzi probabilmente siamo di fronte a uno di quei dibattiti aperti tra l’uso del marketing e della psicologia e l’ingiustizia etica che il consumatore deve spesso sopportare… credo tuttavia che la realtà odierna, basata spesso sulla superficialità delle cose e delle persone, sull’importanza dell’apparire, e non dell’essere, trovi sfogo anche in questi meccanismi di immagine e di mercato, spesso non ce ne rendiamo conto e compriamo il prodotto dalla confezione più bella non badando alla qualità, oppure anche ad un ipotetica parità ci troviamo spesso a scegliere il bene che luccica di più… ma io mi chiedo un sistema di questo tipo non fa parte di un marketing passato? Di un marketing forse anni ‘80? Troppo basato sul gioco psicologico? Il dubbio mi viene perché nell’era di internet, dell’innovazione digitale e creativa, nel mondo del consumo 2.0 c’è chi, come di recente hanno fatto Pepsi e Fonzies, chiede ai loro consumatori di disegnare il loro pakaging preferito… e a questi signori mi sento di dire “tanto di cappello”… piccole idee geniali che fidelizzano, danno stimoli, innovano e costano poco perché il grosso del lavoro comunque lo fa il consumatore, disegnandosi l’involucro che preferisce…

Stefano Guerra

Packaging: il caso Marlboro

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 25 Jun 2007
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Giorgio Soffiato
Da un po’ di tempo il packaging è entrato a tutti gli effetti tra gli strumenti della comunicazione: da semplice mezzo di imballaggio ora la confezione è in grado di comunicare con il consumatore veicolando dei veri e propri messaggi pubblicitari.
Il caso che vi voglio proporre con questo post riguarda i pacchetti delle sigarette e l’uso innovativo, ma se vogliamo anche un po’ “anomalo”, che una delle più grandi multinazionali del settore ha adottato: la Philip Morris, e il suo pacchetto di sigarette Marlboro Light.
Nell’analizzare il packaging di questo prodotto riprendo parte di uno schema elaborato da Marco Vecchia (in Comunicazione d’azienda, Collesei, Ravà); l’autore infatti nell’enfatizzare l’importanza del packaging nella costruzione della brand identity scompone la confezione nei suoi elementi di base: il contenitore (forma e materiale utilizzati) e l’abbigliaggio all’interno del quale si possono distinguere elementi iconici e verbali, in particolare è su questi ultimi che vorrei concentrare l’attenzione (tenendo comunque presenti le peculiarità del prodotto e tralasciando qualsiasi richiamo etico alla questione del fumo).
Tra gli elementi verbali si possono distinguere:
Nomi: nel pacchetto troviamo infatti il marchio della multinazionale Philip Morris e, ben visibile, il nome del prodotto, Marlboro light; il tutto accompagnato dal classico color oro che caratterizza la marca in questione;
Informazioni: qui ci troviamo essenzialmente le informazioni sul contenuto del pacchetto (filter cigarettes- la confezione contiene sigarette con filtro)
Scritte di legge: oltre al codice alfanumerico che è stato messo sul lato in basso del pacchetto, sono presenti i classici messaggi sulla nocività del fumo la cui presenza e dimensione sono stabilite dalla legge;
Richiami e conferme: questi elementi racchiudono una molteplicità di scritte la cui presenza è molto meno costante e la cui funzione principale è persuadere il consumatore ad acquistare (novità, frasi pubblicitarie, testi fidelizzatori, annunci, ecc.).
Ora sembra ovvio supporre che tale elemento non si adatti particolarmente ad un pacchetto di sigarette in quanto il consumatore di una determinata marca è estremamente fedele ad essa e non ha bisogno di conferme, e soprattutto ciò potrebbe risultare in contraddizione con le scritte imposte dalla legge per dissuadere i fumatori.
Non è così per la Marlboro che da qualche mese ha inserito nei suoi pacchetti un chiaro ed inequivocabile testo fidelizzatore “grazie per aver scelto Marlboro. Con passione ti offriamo sempre il nostro meglio.”
La cosa strana però è che il messaggio in questione è visibile solo al consumatore in quanto si trova all’interno della confezione, in particolare sotto al lato apribile come a voler lanciare un messaggio nascosto, “intimo”, accessibile soltanto al cliente fedele.
Allo stesso tempo però sembra anche un modo per eludere la legge, come fosse una frase sussurrata, vietata da dire in pubblico, un segreto tra l’impresa e il fedele consumatore.
Secondo il mio personale punto di vista, il messaggio è stato inserito con il chiaro obiettivo di enfatizzare lo stretto rapporto che c’è tra il fumatore e l’azienda, come a voler ringraziare il singolo consumatore alla fedeltà che di giorno in giorno dimostra.

A tal proposito voi cosa ne pensate? Date qualche altra interpretazione a questo messaggio e alla posizione in cui è inserito?

Quanti di voi hanno già assaggiato una birra analcolica? E quanti di voi hanno intenzione o sarebbero disposti a provarla e a sceglierla al posto di quella classica?

Non ho mai assaggiato la birra analcolica, lo premetto e non ho davvero idea di quali possano essere i dati di vendita di tale prodotto.

Sono tuttavia certo che l’atteggiamento mentale nei confronti di una birra analcolica è di chiusura: se devo bere una birra che sia tale! Perché secondo voi?

A mio avviso non è tanto la differenza di gusto a indisporre il consumatore: sono sicuro che bendato probabilmente non sarei in grado di riconoscere la differenza di sapore tra una bionda classica e una a zero alcool.

La differenza è legata all’immagine e alla percezione dell’esperienza in sé. Siamo letteralmente bombardati da pubblicità di birre: se fate attenzione i messaggi puntano non tanto e non solo sul gusto del prodotto reclamizzato ma sugli aspetti legati all’appartenenza a un gruppo, alla festa, in fin dei conti all’esperienza.

Si punta ai valori che la birra può evocare, quasi a uno stile o un’identità. E quasi sempre il clima è di festa, o c’è una festa di mezzo, ovviamente: la birra in compagnia scioglie un po’ la timidezza e ci si diverte di più: questo il core dell’adv in poche parole.

Ieri sento per l’ennesima volta per radio la pubblicità di una birra analcolica che dice che la birra analcolica ha lo stesso gusto di quella normale.
Se si punta a una clientela giovane quel messaggio è inefficace, non dico inutile ma quasi.

Dal mio punto di vista, se si vuole lanciare una birra analcolica bisogna lavorare sulla percezione del prodotto puntando non tanto su un confronto a livello di sapore, ma sul fatto che “non sei affatto sfigato se bevi birra analcolica”.

È questo il punto! E non ti faccio capire un simile concetto puntando sul gusto, ma sull’esperienza del fare festa anche senza alcool, senza che tale esperienza nell’immaginario comune risulti paragonabile alla festa delle medie dove non si può bere (il rischio è quello) o del “vorrei ma non posso” (la soluzione di ripiego).

Propongo alcune, dal mio punto di vista ovvie, soluzioni per cercare di stimolare l’interesse nei confronti della birra analcolica:

· Associo l’immagine della birra analcolica a qualche personaggio cool e trendsetter con una carica mediatica molto forte: non me ne voglia Fisichella, e la birra che promuove, ma la sua non risulta essere una presenza così attraente (di là c’era Valentino Rossi!)
· Contest e sponsorizzazione legate ai giovani tipo Red Bull: bevanda energetica che grazie a tali iniziative e lavorando molto sull’immagine non convenzionale è entrata nell’immaginario come una bevanda giovane.
· Nuove abitudini d’uso, naturalmente incentivate: questa è una soluzione “furba”: legare la birra analcolica a determinati cocktail, tipo l’Aperol legato allo spritz o la Red Bull con determinati mix.

Sono invece convinto che se ci fossero in commercio sigarette senza tabacco, ma che avessero lo stesso gusto di quelle normali il discorso sarebbe diverso e sarebbero premiate dal mercato e scelte anche da molti fumatori abituali. Secondo voi, perché sigarette senza tabacco sì e birra analcolica no?

Gianluca Marconato per Marketingarena

“Heineken Jammin’ Festival è l’evento più altisonante e più visibile, anche perché fatto per un pubblico più massificato. Il ritorno, più che in termini economici, è in termini d’immagine. È difficile per noi svincolare da quelli che sono i ritorni sulla marca. Perché la marca è attiva sulla pubblicità, con eventi, con nuovi packaging, con tantissime iniziative contemporaneamente, che hanno un impatto (ci auspichiamo) positivo sull’immagine. Misuriamo, inoltre, l’impatto emotivo di chi viene al festival, che evolve in base alle risposte di gradimento del pubblico che viene a trovarci. Dicendo di gradire o meno alcuni elementi ci aiuta a ritarare le edizioni successive. C’è un dialogo aperto e un filo diretto con chi partecipa al festival. L’aspetto interessante è riscontrare che le risposte sono distribuite su quelle variabili che noi giudichiamo riferirsi all’esperienza. Come la musica, che il 30% cita come primo motivo di gradimento del festival, l’organizzazione che prende un 30%, l’atmosfera con un 25%, e la gente con un 21%. Siamo, inoltre, contenti che un bel 20% presente al festival non sia lì per la prima volta. Per noi è il risultato sperato ed è il mondo che vogliamo andare a costruire”. Marco Alberizzi Direttore Marketing Heineken Italia
3 ottobre 2005.Tratto da Adv
Questo interessante estratto ci aiuta a capire quali variabili entrino in gioco nella gestione di un evento di questa portata, e le componenti chiave del ritorno della manifestazione.

Escludendo in questa sede ogni possibile strascico polemico con quanto successo, vorrei ipotizzare, oltre a quelle citate in precedenza, anche altre variabili non di poco conto che costituiscono gli stakeholder dell’evento, e che date le circostanze a cui abbiamo assistito, devono essere tenute in considerazione:

- La comunità locale: quali possono essere le ricadute sia a livello di immagine della città che a livello di organizzazione locale?

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- Gli organizzatori: quali ripercussioni può avere “Milano concerti”, pur con tutta probabilità estranea ai fatti? Come risolvere i problemi derivanti – ad esempio – dal massiccio rimborso dei biglietti?
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- Il promotore: quali possono essere le ricadute a livello di brand? È ipotizzabile che l’azienda in questione faccia qualcosa di più di un semplice comunicato stampa congiunto?
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- I partecipanti: quali le conseguenze di un’esperienza negativa?
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- I non partecipanti: direttamente collegati con i precedenti; il modo migliore per far durare un’esperienza, si sa, è condividerla con amici e parenti anche non presenti all’evento. in questo caso, il passaparola negativo cosa comporterà?
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- I media: spesso “causa” di eccessivi allarmismi, nel caso di eventi negativi alcuni articoli potrebbero fomentare paure o influenzare giudizi affrettati.
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- I protagonisti (cantanti): come reagiscono i cantanti nei confronti della manifestazione? Ad esempio Vasco Rossi, evidentemente ben consigliato dal suo entourage, ha pensato di far sentire la sua voce anche se non sul palco, attraverso il suo sito e alla radio.

Alla luce di quanto espresso finora, quali sono i soggetti che possono aver avuto le maggiori ripercussioni?
È possibile inoltre aspettarci qualche azione ad hoc nel prossimo futuro? Ad esempio un impegno preciso da parte dell’azienda di “rimediare” (chiaro, non ad una sua colpa), magari fornendo dei contenuti online solo per coloro che avevano comprato il biglietto, o altro?

Filippo Minelli

Esami finiti! E adesso?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 21 Jun 2007
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Giorgio Soffiato
Alcuni di noi, approfittando della sessione di giugno, hanno finito gli esami. Tesi (quasi) nel cassetto e tutto pronto per il grande giorno… e poi?
La domanda che mi pongo è comunune a quella di molti miei colleghi, lo faccio in stile totalmente ottimista evitando quelle lagne senza fine (nel senso di infinite e inutili) che dicono che “non c’è lavoro”, “i giovani stanno male”, “si stava meglio quando si stava peggio”. Bene, preso atto della situazione socio-congiunturale, che si fa? Ho letto di recente in un blog che il sistema retributivo italiano è inversamente proporzionale al titolo di studio, la cosa mi ha fatto sorridere ma anche pensare, non è poi cosi falso.. va anche detto che per la legge della domanda e dell’offerta se tutti ci laureiamo e nessuno monta più le caldaie, viene da se che la ferrari la compra il caldaista..
Le possibilità concrete per un giovane neolaureato sono le seguenti:
- il dottorato: poco pagato, si rincorre una borsa di studio, si sceglie di rinunciare al denaro, almeno per un pò di anni, ma la vita non è malvagia e il futuro può essere roseo. Paradossalmente i problemi nella ricerca sembrano essere più legati a facoltà come medicina e biologia che alla nostra economia che non se la passerà al top, ma campa.
- il master: docenti responsabili di master costosi presentano le proprie proposte di alta specializzazione agli studenti che bramano il diciannovesimo anno di formazione: titoli accattivanti, operatività paventata. Guardando però piani di studi e docenti ci si rende conto che ciò che si compra è un discreto servizio placement in aziende dai nomi altisonanti, ovviamente si compra uno stage, se poi ti assumono dipende da te.. ma non solo.
- la grande azienda: un mio amico, abnegazione ed intelligenza, laurea in bocconi e cultura importante, inizia il suo secondo stage di sei mesi. Dopo la multinazionale, la banca d’affari. Lui è al settimo cielo e lo capisco, ma perchè lo stage non è come la patente? Una volta fatto abbiamo capito come funziona, fateci lavorare. Sarebbe molto carino se ogni auto che guidiamo richiedesse una patente specifica, no?
- un business proprio: sembra una follia ma l’economia della conoscenza, l’ho sempre creduto, ci permette di aprire un sito e una postazione di lavoro virtuale oltre ad un piccolo workplace fisico, ipotizzando un business proprio, di tipo ovviamente nanoconsulenziale. Servono di certo i giusti indotti relazionali (che non vuol dire raccomandazioni) e le spalle larghe, ma io la vedo meno nera rispetto a molti che pensano che senza due anni sottopagato nella multinazionale non sei nessuno.
- la pmi: b2b o consumo, le nostre zone (triveneto) sono molto ricettive e le medio-piccole aziende si aprono al marketing. Per questione di costi e amicizie col parente del parente riusciamo ad avere contatti con queste realtà. Se nella grande azienda però si impara, nella pmi si insegna e si prova a portare un approccio diverso. Questo compito è forse molto complesso per chi, a 23 anni, prova ad imporre la propria filosofia al 55enne col cayenne che ha imparato dal padre ed è piuttosto arrabbiato per la concorrenza cinese. Non abbiamo in mano la verità, soprattutto alla nostra età, se possibile questo compito si configura come uno dei più complessi.
il modello ibrido: è quello in cui credo di più, ma non sarà facile da realizzare. Serve dinamismo, voglia di cercare e di girare un pò per parlare con le persone. Questo modello prevede un piccolo lavoro part-time, magari a distanza, e alcune collaborazioni con enti istituzionali (ricerche per la regione, ad esempio) ed altre con aziende private. Con una partita iva, un pò di coraggio e voglia, potrebbe funzionare.
Il problema più grande, per concludere, è la necessità di una guida che apra una porta: il manager della grande azienda, l’amico di famiglia, il professore. Tutte queste figure non fanno un lavoro sporco, semplicemente si sostituiscono alla figura del facilitatore che si presenta come totalmente assente nelle nostre università. Gli incontri dei vari servizi placement sono interessanti ma ricalcano in piccolo quelli che sono i “job meeting”, probabilmente dovrebbe essere la personalizzazione il driver del servizio placement universitario, alla terza mail di incontri per revisori che ricevo io, markettaro, cestino tutto e spedisco i miei curriculum.
Altre proposte?
Giorgio
per l’immagine: setificio.com

Grandi affari ai megastore, ma per chi?

di Luca Crivellaro · pubblicato il 20 Jun 2007
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Luca Crivellaro
Per restare in tema di finanziamenti, oggi parliamo dell’acquisto di beni che molte persone per la verità non si possono permettere.
Avete visto quel televisore al plasma che forse nel vostro soggiorno nemmeno ci entrerà, ma è bello, è fantastico, ad alta definizione…vi piace eh? Ma non potete permettervelo…Niente paura!
Infatti tutti i megastore, da Echos a Trony, da MediaWorld ad Euronics ormai ti consentono un’elevata accessibilità anche a beni per cui non avresti la disponibilità immediata di acquisto: paghi a rate la tua lavatrice, televisione, impianto stereo e addirittura accedi al finanziamento a tasso zero. Decisamente conveniente, però non è finita qui. Come se non bastasse, oltre al finanziamento a tasso zero, si ottengono sconti del 15%, del 20%, addirittura del 30% se paghi a 6 mesi. Insomma, ci verrebbe da dire che i megastore siano impazziti, si siano trasformati in benefattori e che abbiano perso di vista l’unico vero loro obiettivo, ovvero il profitto.

Cerchiamo dunque di capire se veramente questi megastore si siano dati alla beneficenza oppure se posseggono ancora un ampio margine che consenta loro delle operazioni così brillanti in termini di servizio, agevolazione al cliente e soprattutto visibilità.
Vi fornisco un dato: campagna di un noto megastore che inizia con la lettera “E”… sconto 10/15/20/30% se acquistate un bene con un finanziamento e pagate a 6 mesi. Voi direte, chi è quel pazzo che si lascia sfuggire l’occasione? Ma c’è l’inghippo. Certo, se avete già tutta la disponibilità economica per comprare quel prodotto di cui vi siete invaghiti, ben venga, fate di certo un buon affare: dopo sei mesi pagherete in un’unica soluzione alla società finanziaria e otterrete lo sconto, non avrete interessi e pagherete solamente una cifra attorno ai 12/15 euro di commissioni.

Ma…
Se invece vi dimenticate di pagare o non avete i soldi per pagare, scattano le rate…e non più a tasso zero, ma con tassi di interesse di un certo peso (questo viene chiaramente comunicato dal megastore alla sigla del contratto, ma spesso il compratore non presta l’attenzione dovuta). Statistica dice che l’82% (ripeto: l’ottantadue per cento) di chi acquista con questo sistema, o si dimentica, o non ha i soldi per pagare. Quindi, perché i megastore si possono permettere uno sconto fino al 30%? Perché i soldi che vi scontano, poi li vanno ampiamente a recuperare con quell’ 82% di compratori che poi non paga!
In sostanza, il finanziamento a tasso zero…non esiste. Inoltre, il prezzo di cartellino della merce include già un piccolo ricarico che renderà almeno in parte vano il favoloso sconto prospettato.

Occhio gente…non fate il passo più lungo della gamba e soprattutto ricordate…Nessuno ci regala niente!

Luca Crivellaro (in collaborazione con Sandro Menin)

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