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No.
La risposta è categorica, almeno dal mio punto di vista. Google è un business che è cresciuto in maniera atipica e in Italia si sarebbe fermato forse prima di nascere.
Prendiamo due studenti di dottorato italiani che lavorano alle nuove tecnologie ed hanno una grande idea: un motore di ricerca. Il massimo che possono fare con il loro assegno di ricerca da 1000 euro al mese è creare un po’ di slide in power point ed ipotizzare un modello di business, mostrandolo a chi? Ad un’azienda? Un docente? Entrambi chiederebbero “bella idea ma.. come si fanno i soldi?”
Ovviamente la triste fine di questa idea è la cartella “progetti” del portatile di uno dei due ragazzi, contenuta nella sottocartella “varie” della cartella “2003”.
Farà piacere sapere che Larry Page e Sergej Brin ottennero 1.000.000 di dollari da alcuni angel investors senza avere un modello di business e, non contenti, un anno dopo ne ottennero 25.000.000 da due venture capitalist piuttosto fiduciosi.
Quale circolo virtuoso ha permesso questo? Stanford ha fornito contatti tramite il proprio ufficio brevetti, amici parenti e piccoli investitori hanno fornito il milione, col milione Page e Brin hanno comprato computer e scritto software in quantità e di qualità tali da convincere due società di primo piano nel venture capital a finanziare i loro progetti.
La bravura dei due ragazzi è assoluta e giù tutti i cappelli di fronte al business dei business. E’ bello però riflettere assieme su una cosa: in Italia qualcuno avrebbe davvero messo 25 milioni di euro su un’azienda per la quale i creatori erano ancora alla ricerca del modello di business?
Io credo di no, chi è in Italia l’operatore più indicato al ruolo di venture capitalist? Le banche? Finanziamo le tue idee! Certo, ma a google sono serviti 25 milioni di euro per dare vita ad un modello sostenibile e all’inizio ingenti perdite hanno abbattuto le speranze dei due matematici terribili.
Cosa serve dunque per avere un google italiano? Credo che la creatività e le menti non manchino anche se va detto che è stato proprio l’obiettivo di cambiare la ricerca (e non quello di fare i soldi con la ricerca) a fare grande google, i matematici infatti di solito cercano di risolvere problemi, gli economisti provano a fare i soldi, Larry Page e Sergej Brin hanno fatto i soldi dopo aver risolto un problema; anche ammettendo menti di questo tipo in Italia servirebbero finanziatori in grado di credere pesantemente in un progetto, integrazione del finanziamento con gli atenei e rete di contatti per avere accesso alle persone giuste. Se a Stanford basta un’idea per avere la parola e un’idea messa in pratica anche se ancora “grezza” per avere 25 milioni di dollari, è possibile che a Venezia (o Milano o Napoli) serva un modello di business collaudato che ha già fatto parlare di sé solo per avere udienza da un possibile finanziatore il quale, tipicamente italiano, si approprierà immediatamente del 50% della società imponendo i propri dettami di gestione e togliendo la creatività iniziale, facendo quindi collassate il progetto.
E’ possibile aprire in Italia un’azienda creativity-based con ottica di profitto nel medio lungo periodo senza chiamarsi Lapo?

Giorgio Soffiato

credits per l’immagine: google-kai.com

37 commenti a “Google poteva nascere in Italia?”

1PIPPOCALIPPO ha detto:

SACROSANTA VERITà!!!

In Italia bisognerebbe poi calcolare il fatto che se hai un idea.. sta sicuro che in meno di 5 minuti hai già trovato qualcuno che te la ciula!!!

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 05:56

2Giorgio Soffiato ha detto:

Ottima osservazione, a Stanford il contesto era uno dei più competitivi visto che tutti potevano avere denaro e contatti, ognuno però in questo meccanismo pensava al suo business e alle sue idee. In Italia non mancano le idee, nessuno però mette in condizione le persone di realizzarle. Più volte in questa sede ho scritto che con 1000 euro apri un sito e vendi biciclette del 44. e magari fai anche i soldi, ma in questo caso siamo di fronte ad un business che si consolida nel lungo termine, un progetto che richiede fiducia e lungimiranza nell’investimento, una specie di follia in Italia.

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 08:35

3ilaria ha detto:

Rimanderei al concetto di cultura del rischio di cui si è parlato la scorsa settimana su firstdraft.it, sul fatto cioò che in Italia è poco ammesso sbagliare e chi lo fà è inevitabilmente messo ai margini. Ovviamente questo è deleterio per un paese che dovrebbe crescere proprio in quel terreno tanto incerto qual’è la creatività. Il dibattito diventa allora”cosa fare per creare le condizioni per cui l’Italia possa creare lo stesso humus di Standfor?” ..e qui si devono affrontare un mare di variabili e problematiche. Mi permetto però di essere fiduciosa su una cosa: storicamente l’Italia ha sempre saputo “arrangiarsi”: ora che la Cina copia il nostro artigianato a noi servono nuove idee e abbiamo davanti il modello Americano con cui confrontarci.Probabilmente, ammettendo anni di ritardo ma investendo su menti giovani critiche e creative, creando legami tra aziende-centri di ricerca-territorio e ripensando ai vecchi modelli di business, qualcosa si potrà fare.

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 09:40

4Giovanni ha detto:

uhhh… post spinoso…

Google non sarebbe mai nato in italia, ma teniamo presente che stanford non è ne unimi ne unina ne uniXX … ok?
con questo non sto dicendo che non siamo al loro livello, tutt’altro ma di certo passare qualche anno a stanford quel qualcosina in più te lo da anche a livello di formazione personale.

La cosa che più mi ha sconvolto del vivere in un campus è stato il fatto che sia l’università a darti i ritmi di vita e non i tuoi ritmi di vita a dare qualche spazio per l’università.

Cmq in quel garage in cui erano all’inizio quelli di google credo che in in italia avrebbero violato 1000 norme della sicurezza sul lavoro :D

In ogni caso con la fame che c’è nelle università italiane (almeno dove frequento io) già lo vedo il milione di dollari entrare ed essere taglieggiato a destra e a manca :(

Quello che diceva giorgio è proprio quello che a me non piace.. spendi 1000€ ed apri un sito e ci fai i soldi.. è un po’ quello che facciamo sempre in italia.. spendo pochino, guadagno un pochino di più e sono a posto :-/

Vedo anche ilaria molto fiduciosa, ma secondo me il classico arraggianrsi all’italiana è proprio quello che ci tiene sempre in una situazione di ultimi tra i primi, il che è meglio di certo che finire come sono finiti i russi…

Sarebbe interessante cercare 3-4 startup italiane che hanno avuto successo nel mondo [negli ultimi anni] ed intervistare i loro fondatori.

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 10:22

5Filippo Minelli ha detto:

Sul fatto che anche in Italia ci siano i talenti e i giovani con voglia di emergere non ci piove. è altresì vero, come ben ribadito da ilaria e giorgio, che rimane in Italia il problema del rischio e dei finanziamenti. Purtroppo manca quella sinergia tra università e aziende che potrebbe far fare quel salto di qualità che ancora manca al nostro Paese.
Per esprimere un’opinione personale, comunque, non credo che ci sarà un’inversione di tendenza a breve - ahimé - quindi no, google non sarebbe potuto nascere in Italia!

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 10:35

6Giovanni ha detto:

già che ci siamo: http://www.tecnoduo.com/2007/02/13/problogger-come-si-guadagnano-15000-al-mese-con-i-blog/

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 11:19

7ferdi ha detto:

una realta` come google non poteva nascere in italia, ma neanche in europa. Purtroppo il sistema economico e la mentalita` sono troppo diversi. In poco spazio non riesco a dire tutto cio` che penso, ma allargherei il problema anche ad applicazioni con un solido modello di business. Purtroppo anche in questo caso e` difficile ottenere finanziamenti o comunque i tempi sono talmente lunghi che nel frattempo l`idea e` gia vecchia.
Ti parlo per esperienza di ricercatore universitario e fondatore di una startup.
Comunque non bisogna essere troppo pessimisti, perche` altrimenti non si va da nessuna parte, nemmeno con una bella idea…

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 11:33

8gianluca ha detto:

l’accesso al credito di certo non è un problemino di poco conto, e il rischio d’impresa è un freno abbastanza ingombrante da scoraggiare anche solo il pensiero di simili prospettive imprenditoriali. In Italia Google magari poteva pure nascere, ma con lo spirito del sito da “1000 euro” (metaforicamente parlando).

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 12:26

9vladi ha detto:

Caro Giorgio,
provo a mettere giu’ due pensieri sul tuo ottimo post. Altri nei commenti hanno notato che Google non poteva che nascere nella Silicon Valley, ma il punto è un altro. Il post prende Google come riferimento per le start-up creativity-based e dici che in Italia è impossibile dar vita ad esperienze del genere. Ti seguo in parte sul ragionamento del VC ma ti giro un secondo spunto su cui credo valga la pena riflettere.

In occasione del convegno di Padova di cui abbiamo parlato su First Draft gli imprenditori high tech italiani hanno affermato con forza che il Venture Capital e’ un problema fino ad un certo punto. Non mancano, così hanno detto, fondi seed-stage e business angels in Europa (perche’ pensare solo all’Italia e’ riduttivo). Una start up in settori come il software e la chimica farmaceutica (molto focalizzata) si finanzia con 200k al max 1 milione di euro stando alle loro esperienze, e i soldi si trovano senza penare più di tanto.
Il problema sta altrove. Tra i tanti fattori frenanti individuati durante il convegno uno mi ha colpito: i giovani italiani (ricercatori, laureati, talenti in genere) si sono fatti convincere dalla retorica del declino e dell’Italia morta e sepolta e non rischiano più. Sono pochi i giovani che sviluppano idee di business originali, che si mettono in gioco per creare qualcosa, che si propongono e girano il mondo e l’Europa con le il loro carico di slide.
Effettivamente ho vissuto per un po’ negli USA e posso fare un paragone a partire dalla mia esperienza. Negli USA qualunque studente tra i 20 ed i 25 anni ha la propria aziendina, l’idea per crearne una, mille propositi ed una incontrollabile, quasi schizofrenica, sindrome da sovra-ideazione. Fanno i camerieri da MCDonald’s ma hanno in tasca la sceneggiatura da Oscar o il libro del secolo, creano piccoli business casalinghi dai tratti spesso innovativi (specialmente nei servizi … c’era un articolo interessante sul Corriere di qualche tempo fa sulle microimprese), mettono in piedi youtube in un garage e poi elemosinano soldi per far crescere i terabyte, ecc.ecc.
Possiamo dire lo stesso dell’Italia? È vero che i nostri giovani sono smonati (passami il termine) da un sistema che non offre gli adeguati incentivi. Un po’ pero’ sono (siamo) anche più piagnoni e rassegnati.
Che ne dici?

vladi

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 13:19

10Thomas Longo ha detto:

Riferendomi all’ultima parte del discorso fatta da Vladi, ritengo che in parte tu abbia ragione quando descrivi i giovani italiani come “piagnoni e rassegnati”, ma ritengo anche che questo sia dovuto alle scarse aspettative fornite dal sistema; forse se ci fosse qualche caso di giovani italiani che sono riusciti a creare un qualcosa “nel loro garage di casa” questo potrebbe essere un importante stimolo per tutti coloro che coltivano delle idee originali. Ma allora si ritorna al punto precedente, ossia, se non ci sono casi del genere in Italia, questo è dovuto agli scarsi incentivi Offerti (quei famosi 1.000 euro).

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 13:45

11Filippo Minelli ha detto:

nel continuare dall’ottimo intervento di Vladi, vorrei cercare di estendere il discorso anche ai giovani e la condizione in Italia, mi spiego: in Italia a 30 anni siamo ancora a casa con la mamma, e, durante l’università o ci facciamo mantenere o facciamo il cameriere nei weekend. Durante il mio soggiorno Erasmus, il 90% degli europei che ho incontrato viveva da solo già dai 18anni…e la sensazione che avevo era quella che avessero tutti una maggiore “libertà” (anche se non voleva dire che fossero migliori a livello di competenze e cultura). Tutta questa “mancata emancipazione” potrebbe essere una causa di ritardo per noi. Che ne pensate?

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 13:50

12Giorgio Soffiato ha detto:

Quale moderatore sotteso di questa discussione che si fa interessantissima credo di poter sintetizzare con qualche paletto i pareri fin qui emersi:

1) HUMUS: Ilaria, Vladi e Giovanni sottolineano come sia l’università a imporre i ritmi e la normalità legata all’intraprendenza. Il sistema universitario italiano chiede 1000 euro l’anno e offre dei corsi lasciando gli studenti in balia del cazzeggio e dello spritz. I lavori integrativi, i corsi, le esercitazioni, le fanno i secchioni e gli sfigati ma.. chi ci insegna a lavorare? Perché io sono al V anno di marketing e comunicazione e nessuno mi ha detto che ci sono delle persone chiamate commerciali che girano in macchina cercando di vendere e magari valgono l’1% del PIL? Stanford ti incoraggia ad uscire, provare, e poi magari ti riaccoglie (Page e Brin devono ancora finire il loro Phd). La vita e i progetti da campus ci sfiorano appena e questa è una cosa assolutamente da rivedere. Vladi rilancia un articolo di firstdraft ed io ve ne consiglio un altro: un politecnico da inventare. Potrebbe essere il progetto della Stanford della bassa.

2) RISCHIO: Concordo alla grande. L’assenza di cultura del rischio è incredibile. Molti miei compagni aspirano allo stage che poi inserisca in azienda e siamo a cavallo. Cercano i 1000 euro al mese e una sistemazione anelando l’indeterminato come eden. Io nel determinato vedo il progetto, la possibilità di cambiare e imparare di nuovo, per carità l’incertezza non manca, ma se vali 100 la gente prima o poi te lo riconosce. Questo discorso ci riporta alla famiglia e a molti altri concetti ma è chiaro che ci siamo un po’ seduti, non crediamo in noi stessi e il governo ladro è la causa della nostra infelicità. Dobbiamo svegliarci, non abbiamo Stanford ma abbiamo pochi Page e Brin. Ferdi ci dice di non essere pessimisti e concordo, voltare pagina si può e i casi di successo ed eccellenza non mancano.

3) FACILITAZIONI E ACCESSO AL CREDITO: Da quanto detto si evince che in usa ci sono tanti soldi facili ma in Europa ci sono abbastanza soldi un po’ nascosti. E’ vero che i fondi ci sono, giovani imprenditori, donne.. il problema è stanarli. Direttiva 486595 rimando a direttiva 42512 scaduta ma poi ripresa concede x euro che arriveranno dalla regione ma te li anticipa l’Europa che però li ha finiti e fra 3 anni te li da ma devi fornire un progetto di fattibilità con 856 allegati e 32 lettere di presentazione… O_O Alla terza riga abbiamo tutti rinunciato da un pezzo. Se esistesse una persona che in base a due parametri (vali? Quanto ti serve?) concedesse finanziamenti a progetto tutto sarebbe più facile. In Italia la concorrenza in questo ambito è assente, in usa devono contendersi i venture capitalist, noi anche avendo meno fondi ce li giochiamo in molti meno, insomma torta più piccola ma pochissimi invitati.

Chiudo con un appunto sui 1000 euro: io credo che in Italia si possa creare un piccolo business (che io ultimamente identifico con un sito che offre un servizio integrando on line e off line) anche con questa cifra esigua, e già questo vorrebbe dire provarci: 1000 euro sono un paio di nike, un woolrich e un paio di richmond, una web agency ti da l’hosting e 5 pagine di un sito poi con telefono e web 2.0 si inizia a farsi conoscere, il discorso è ampio e spinoso ma porta sempre li: il sistema non ci aiuta ma le nostre maniche, forse, non sono ancora fatte su. La “generazione 1000 euro” potrebbe diventare la “generazione 1 milione” se i finanziamenti fossero dalla nostra, se l’università credesse in noi, se chi prende 4000 euro di pensione ne prendesse metà etc.. ma il rischio è sempre lo stesso, alzarsi dalla poltrona e prendere in mano un telefono o mandare una mail non costa molto, per muovere le cose bisogna avere la voglia. Quello che ha distinto Brin e Page da tutti quelli che non ce l’hanno fatta, che hanno lasciato la vita o la casa nella bolla del 2000 o hanno fallito il loro business e quei soldi facili li vedono ora come debiti pesanti, è una cosa sola: hanno creduto in un progetto che non stava su carta ma funzionava davvero, il loro motore restituiva un’informazione migliore a chi voleva andare dal meccanico e google ti mandava prima dal meccanico, ecco perché ha vinto. Qualità, idee, intraprendenza, creatività, voglia. Solo slogan o può funzionare davvero? Come la cominciamo la rivoluzione?

Giorgio

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 14:06

13vladi ha detto:

Thomas, Filippo,
condivido le vostre osservazioni. Tuttavia mi pare che gli imprenditori che ho sentito a Padova abbiano segnato un punto: siamo rassegnati, non ci proviamo nemmeno. Possiamo attendere anche che i VC maturino, possiamo lavare il capo ai direttori di banca, ma se manca l’ingrediente base, l’imprenditorialità delle giovani generazioni, stiamo freschi. Il fatto che questi imprenditori sostenessero che trovare i soldi non è un problema così grande mi ha colpito, perchè a naso sospettavo il contrario.
Fermo restando che le frustrazioni che si possono incontrare nel creare impresa ci sono e sono tante, mi pare che molte delle lamentele dei giovani siano preventive: non ci son soldi, non c’è spazio, ci sono barriere, non ne vale la pena. Più che il fallimento trovo spaventosa la rassegnazione. Vorrei sentire più gente che c’ha provato, che ha le idee, che le tenta tutte: allora potremmo essere convincenti nell’additare i responsabili e nel fare la ramanzina ai pesi morti della nostra economia. Ditemi se anche voi riconoscete in giro questa rassegnazione, se vi pare che ci siamo incagliati nel pessimismo. Sarei felice di essere smentito.
E qui veniamo ad una proposta: proviamo a smentirmi (o meglio a smentire gli imprenditori che ho sentito a Padova). Mi pare che il post di Giorgio ed i nostri commenti possano preludere ad ulteriori sviluppi qui su marketingarena. Proverei a fare l’esercizio suggerito da Giovanni: cerchiamo qualche start-up o qualche azienda che sta crescendo a partire da idee originali e lungo traiettorie innovative e cerchiamo di capire il segreto del loro successo. Poi mettiamogli alle calcagna i validissimi blogger di Marketingarena, che in quanto ad interviste mi pare ci sappiano fare: chiediamogli dove hanno trovato le forze, l’entusiasmo, i soldi per farcela. Credo che potremmo trovare degli esempi da seguire per i nuovi imprenditori e per infondere fiducia tra le nuove leve.
Da chi cominciamo? Suggerimenti?

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 15:37

14Ikaro ha detto:

A mio avviso NO! Gugol non sarebbe mai potuto nascere in italia, per i seguenti motivi:

A) Affittare un garage costa quanto un bilocale

B) Per reperire i fondi necessari di start-up bisogna essere già ricchi, ergo, non si avrebbe la necessità dei finanziamenti

C) Nessuno dei due fondatori ha l’aspetto di una cariatide, e in italia per avere autorevolezza ed essere presi sul serio bisogna perennemente sembrare in preda al Parkinson

D) Alla vista di due strani individui sempre indaffarati in un garage con PC e Internet, i vicini avrebbero fatto a gara per denunciare loschi individui intenti in pratiche oscure e pedofile rinchiusi in un buio garage.

E) Qualche magistrato avrebbe spezzato le gambe al progetto a seguito di una denuncia fatta da qualche grande compagnia per qualche strampalato motivo

F) La depressione montante a seguito di queste condizioni avrebbe minato alla base la creatività e l’energia di Brinni e Pagina…

E) … che sarebbero scappati in USA, dove avrebbero in ogni caso chiuso il progetto Gugol in America

Scherzi a parte, imho continuiamo a vivere dei fasti del passato (antica roma, rinascimento ecc) ma la triste realtà che che purtroppo siamo un paese mediocre.

Prima ce ne rendiamo conto prima ricominceremo a crescere

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 15:50

15Anonymous ha detto:

ho letto questo interessantissimo dibattito e non riesco a non dire la mia. purtroppo ciò che giorgio dice è la verità, molto probablmente google non sarebbe mai nato in italia. è sicuramente vero che i due matematici fuori corso non lanciarono il progetto per fare i soldi ma per risolvere dei problemi; ma è anche vero che i soldi sono una (piacevole) conseguenza dell’aver avuto un’idea di business buona, e a monte di ciò, una condizione sine qua non per per metterla in piedi. in italia mancano figure sui generis dei business angels, o dei venture capitalist: siamo pieni di società di partecipazione finanziaria, che ragionando in ottica di breve-brevissimo periodo non consentono lo sviluppo di un progetto simile. le speranze dovrebbero essere due: i finanziamenti a fondo perduto della UE, e gli ambienti universitari. i primi scontano il fatto di non essere molto conosciuti, soprattutto dai giovani ai quali sono principalmente rivolti; i secondi invece possono essere un punto di incontro tra studenti e imprese. a mio modo di vedere docenti possono giocare un ruolo importante in tal senso: spesso partner di società di consulenza, se trovano il ragazzo con l’idea giusta possono trovare contatti presso imprese “head hunting”. aspetto negativo è che spesso tutto finisce in uno stage di 3-6 mesi presso l’azienda patrocinante, e una tesi di laurea destinata a finire nel cassetto. e ciao ciao buona idea.
tutto ciò avviene in un contesto in cui se si riscontrano problemi di bilancio sia a livello statale che di impresa privata, la prima voce di costo ad essere tagliata è la formazione e la ricerca. si, perchè la R&D è un costo, è non una fonte di opportunità future…poi non si pianga se progetti italiani vanno all’estero.
Rocco, un amico di Giorgio

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 15:50

16marco ha detto:

Bella discussione. Complimenti.
Partecipo segnalando un paio di punti.
Primo: chi ha detto che la creatività è solo legata alla nuove tecnologie o in genere all’immateriale? Lo ricorda spesso anche Richard Florida nelle sue interviste. Essere un’azienda creativa non significa necessariamente fare del software oppure scoprire il vaccino contro l’AIDS. Abbiamo molti esempi nei nostri distretti di aziende che hanno dimostrato grandi capacità creative e sono diventate leader mondiali, facendo jeans o scarpe. Questo non vuol dire che siamo condannati per sempre ad operare nei settori del made in Italy ma che possiamo guardare alle imprese creativity-based in un’ottica più ampia. Faccio un esempio concreto: a Vicenza c’è un’azienda che produce cavalletti per macchine fotografiche e per cineprese. Produce by far i migliori cavalletti del mondo. Tutti i film di hollywood (e non solo) vengono girati con cavalletti made in Vicenza. Chi l’ha fondata? Manfrotto, un fotografo vicentino che negli anni ‘60 si era stufato dell’offerta di cavalletti presente all’epoca sul mercato. Fonda la sua azienda che oggi investe in R&D e in nanotecnologie e applica le leghe più innovative (kevlar, titanio).
Secondo: molto spesso quando si parla dei casi di successo si tendono a dimenticare i fallimenti. Nel caso di google, spesso si tace sul fatto che nello stesso periodo (poco prima e poco dopo) c’erano altri 10 anonimi Larry Page e Sergej Brin che lavoravano a nuove impostazioni per il motore di ricerca nella silicon valley. Si tratta di un aspetto molto importante perchè dagli errori, si sa, si impara molto di più che dal successo. E’ il sistema territoriale nel suo complesso che ne beneficia: la concorrenza è più dura (il che spinge ad essere più creativi) e si impara meglio e più velocemente. Per chi decide di investire, questa eccesso di creatività costituisce una garanzia: vuol dire che la cosa interessa ed è possibile diversificare il rischio. Quindi chi ha dato i 25 milioni di dollari a google, probabilmente ha finanziato contemporaneamente (all’insaputa dei due) anche possibili competitor. La cultura del rischio vuol dire questo: tolleranza verso il fallimento e verso gli sprechi (apparenti). Chi ha sbagliato una volta potrà fare meglio una seconda, una terza, una quarta … Sono rari i casi in cui va dritta la prima volta. Lo stesso Steve Jobs, oggi guru incontrastato, ne ha commessi di errori nella sua carriera (e molti). Vedere per credere http://www.youtube.com/watch?v=D1R-jKKp3NA
Da noi non è diverso: Polegato ha impiegato 6 anni (rischiando anche il fallimento) prima di arrivare all’idea della scarpa che respira.
Quello che conta è saper capitalizzare dai propri errori, e trasformare quello che può apparire come una perdita o uno spreco di risorse in uno straordinario strumento di apprendimento.
Per il nostro paese non è un passaggio facile. Dobbiamo liberarci da una cultura vetero-pauperistica (l’incubo di tornare poveri) ed essere consapevoli delle nostre possibilità sia economiche che creative. Siamo una delle aree più ricche d’europa e abbiano una naturale propensione verso l’imprenditoria. Credo che possiamo permetterci di investire qualche quattrino in innovazione. Senza paura di sbagliare.

Marco

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 16:05

17Giorgio Soffiato ha detto:

L’ikaro pensiero è tanto graffiante quanto realistico, ringrazio Federico (Rocco) per l’osservazione di taglio finanziario (da buon bocconiano) che ci ha offerto e infine rilnacio l’ottima proposta (finalmente operativa) di Vladi, abbiamo un progettino in piedi in tema e speriamo di poterne dare conto su queste pagine al più presto. La chiave è: da dove cominciamo? A mio avviso bisogna partire dalla killer app che ha dato a queste imprese la leadership, oltre a questo è necessario cercare tratti comuni tra chi ce l’ha fatta per cercare di ricavare non una regola (utopia) ma almeno una serie di consigli su come si fa impresa in Italia, il contesto è diverso e non è detto che sia peggiore (anche se è molto probabile) ma dobbiamo capire dov’è dalle nostre parti l’humus che Ilaria ha scomodato, come trarre linfa da questo territorio/contesto e dare vita a imprese di successo dando per scontata la situazione di fondo e investendo su noi stessi (tra linfa e humus manca solo il plancton poi cambiamo nome in agroblog :-)

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 16:06

18Massimo Boraso ha detto:

Carissimi colleghi Blogger

argomento interessante, ma che tocca molti aspetti che andrebbero approfonditi (in poche parole dovrei scrivere un “tema”….)

Parliamo di Google?… Parliamo della scarsa propensione all’imprenditorialità giovanile in Italia?….Parliamo del Sistema Italia che fa acqua in termini di supporto allo sviluppo imprenditoriale? allora parliamone pure!
Cercavate un imprenditore che lotta contro tutte queste difficoltà? PRESENTE.

Google in Italia non sarebbe mai nato per molti motivi, tra i quali anche il fatto che l’America per le nuove tecnologie è sempre più avanti degli altri paesi, investendo in ricerca idee sviluppo ecc…. gli altri Paesi vengono di conseguenza, copiano molto spesso le idee americane….

In Italia manca la cultura d’impresa, anzi le nuove generazioni di giovani ne hanno ancora meno dei genitori. In Italia fare impresa è un’Impresa! Chi decide di fare l’imprenditore deve andare contro TUTTO e TUTTI molto spesso, rischiando enormemente soldi, nome, reputazione.
Chi poi vuole investire in una idea che ha a che fare con Internet e i New Media… la cosa si complica ancora di più!
Le banche ti prestano qualche soldino solo se hai un …mattoncino… (casa - immobile), trovare un socio è quasi impossibile, per il fatto che nessuno crede a idee…. e nessuno ti darà mai soldi per un’idea… Ricordiamoci inoltre che in Italia Internet PURTROPPO è ancora visto da molti come una minaccia… una cosa a cui stare attenti…. insomma sapete bene che c’è molta ignoranza in Italia… quindi figuratevi se tutto questo favorisce gli investimenti in nuove idee e società…..

In america è diverso, Google ha avuto la FORTUNA di trovare una persona che SAPEVA…. e che ha rischiato investendo di suo. Ma quante persone ci sono così?? POCHISSIME! sia in america che in Italia dove forse si contano sulle dita di una mano!.

Io faccio l’imprenditore su progetti Internet. Credo alla Rete e ho deciso da tempo di investire in questo Media.
La più importante iniziativa che sto portando avanti è il Portale http://www.immobilmente.com nato meno di 2 anni fà da un’idea di creare un Motore di Ricerca Immobiliare di annunci immobiliari in tutte le tipologie del settore che è molto vasto offrendo ai visitatori che cercano casa, qualità degli annunci e semplicità.
I primi tempi le difficoltà sono state enormi, con un amico ho fatto una società… siamo andati in banca…. e le banche ci hanno prestato qualche soldo giusto per partire (ma ce li hanno prestati solo perchè in zona eravamo conosciuti… io avevo un’altra attività…) e con quei soldi siamo riusciti a partire…. ma abbiamo fatto tantissimi sacrifici e ancora oggi ne facciamo e ne faremo in futuro… il progetto però sta crescendo… e anche moltissimo… stiamo lottando con altri competitors per la leadership del settore on line.
Non scendo nei particolari (mi piacerebbe molto farlo anche per essere da spunto ad altri) ma il settore in cui stiamo operando on line sta subendo delle trasformazioni in questo periodo tali per cui dobbiamo preservare strategie e informazioni. In ballo c’è la conquista di una grossa fetta di mercato nel settore…
Sto portando avanti altri molti altri progetti Internet investendo molto… e ovviamente lavorando in questo settore e credendoci credo di essere una delle poche persone in Italia che si è creata una mentalità tale da poter valutare investimenti in idee su Internet.

Per concludere lascio solo alcune considerazioni ai giovani che hanno idee e vorrebbero svilupparle:

Quanto spirito di sacrificio hai e sei in grado di sopportare?
Sei pronto a lavorare senza considerare l’orologio e le 8 ore lavorative che la società inculca? sei pronto a lavorare la domenica, il sabato sera mentre gli amici vanno in discoteca, il giorno di Natale e a fare molte meno vacanze di un Operaio che lavora in fabbrica??

Se pronto a guadagnare molti meno soldi di un’impiegata almeno per i primi 2-3 anni, nella speranza che poi le cose ti vadano bene?

Sei pronto a non dormire di notte perchè hai debiti, rischi, impegni, responsabilità stress, frustrazioni?

Sei pronto a ricevere rifiuti per ogni nuova idea che hai, a ricevere consigli di gente che ti invita a cambiare strada, che ti scoraggia per ogni cosa che fai?

Se pronto a vedere tutte le cose in modo ottimistico, a far tesoro di tutti i numerosi errori che commetterai nella tua strada?

Se pronto a non far soldi??? ma a compiere quasi una missione?? che se poi un giorno dovesse andarti bene magari non so se i soldi avranno colmato tutto il sacrificio che ci hai messo???

(Ci sarano come minimo altre 10 domande che però adesso non mi vengono in mente…)

Cmq se sei PRONTO per queste cose allora SEI pronto per la missione! per l’avventura imprenditoriale!
Occhio però che quando parti…. non pensare mai più di tornare indietro.

Chi volesse chiedermi consigli sarò ben lieto di rispondere.

Ciao
Massimo Boraso

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 16:31

19Ikaro ha detto:

Massimo ti rispondo io.

Nel 95 ho troncato la mia vita e mi sono aperto la mia bella partita iva, con 600.000 lire in tasca e nulla più.

Mi sento di rientrare nell’idea del giovane che rischia sulla sua pelle ed è disposto a sopportare innumerevolid difficoltà.

Ma sai qual’è stata la situazione dopo qualche anno? Ikaro ha iniziato a competere con altri (ci si conosce quasi tutti alla fine) per lo sviluppo di progetti finanziati da terzi.

Alla fine ad ikaro veniva preferito un altro competitor (che chiamiamo B).

Sai che succedeva dopo un pò? B chiamava Ikaro, e si faceva fare un preventivo per lo sviluppo del progetto che aveva perso.

Risultato:

1) A e B competono per un progetto
2) B viene preferito dal committente ad A
3) A viene chiamato da B per sviluppare (a costo ribassato) il progetto a cui era stato preferito B.

ERGO, per prendere la commessa direttamente A non viene reputato all’altezza. Però poi sviluppa materialmente il progetto.

Come funziona? Chiediamo in giro e scopriremo che è la norma, la normalità. Quanti si rispecchiano in vicende come queste?

Risultato: A non lavora più per terzi perchè capisce che gli mancanu alcuni fattori determinanti per fare impresa; la referenzialità.

A ora lavora SOLO a progetti proprietari. E questo non dipende dallo spirito di sacrificio, semplicemente sono arrivato a chiedermi:

Se devo avere spirito di sacrificio, vale la pena averlo per gli altri?

Ovviamente no. Quindi ecco il panorama italiano: moltissimi professionisti competenti non sono più sul mercato, che è composto da amici, referenti, società di comodo create per non far uscir fuori i budget di sviluppo e mantenimento.

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 17:00

20Luca Crivellaro ha detto:

Ikaro, quindi ci fai capire che rimane a galla solo chi ha i contatti e le referenze giuste?

Meriti e competenze perciò valgono molto poco nell’imprenditoria?

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 18:04

21Anonymous ha detto:

“Ikaro, quindi ci fai capire che rimane a galla solo chi ha i contatti e le referenze giuste?

Meriti e competenze perciò valgono molto poco nell’imprenditoria? “

Mi permetto di risponderti io..
io credo che meriti e competenze imprenditoriali non si debbano scindere dalle buone conoscenze e referenze, per il semplice fatto che in un mondo della comunicazione interattiva come il nostro, è una peculiarità di ogni buon imprenditore creare attorno a sé un clima favorevole in cui riesca a sviluppare un buon capitale relazionale. L’immagine ipotetica è di avere di fronte una rubrica e sapere sempre in qualunque momento chi chiamare e perché. L’importanza in rete di queste relazioni è ancora più amplificata e può diventare un ottimo strumento per ottenere certi vantaggi. Non credo perciò che le conoscenze giuste debbano essere messe in discussione se uno sa come usarle!

Kyle

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 18:28

22Erica Pegoraro ha detto:

Mi unisco alla discussione riprendendo gli argomenti citati.
Sono d’accordo sul fatto che i freni sono il sistema (fuori di noi) e l’imprenditorialità dormiente (dentro di noi). Sorvolando sui lacci imposti dal sistema Italia che sono stati ben elencati, mi preme sottolineare il ruolo cruciale che hanno le università. E’ palese che ormai le università si stanno inaridendo tra crediti, prestigio dall’essere titolari di corsi, senza un cuore pulsante di contatti lavorativi o, infusione di spirito imprenditoriale. In un paio di casi ho visto le cose girare diversamente. Primo, ciò che mi racconta un amico bocconiano, cioè che il placement è praticamente assicurato. Secondo, quello che ho visto partecipando a un business game organizzato da ingegneria gestionale: lì ti inculcano senza mezzi termini che hai la stoffa per diventare “imprenditore di te stesso”, ho assistito a una conferenza in cui c’erano le testimonianze di ingegneri gestionali e delle loro imprese. Insomma un’iniezione di ottimismo. Io non vedo nulla di tutto ciò a Venezia. Le testimonianze sono pochissime (5 settimane di corso ammazzano il tempo). E ora che mi trovo in procinto di iniziare una tesi, il rapporto personale coi professori, che potrebbe aprirti un po’ di porte, è ridotto ai minimi termini. Lo so è un argomento spinoso e c’è tutto il discorso del fatto che siamo in tanti e che per forza i rapporti si riducono, ma credo che davvero l’università possa fare di più.
E’ sicuramente un punto da inserire nelle lodevoli agende che sono emerse in questa discussione.

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 20:07

23Dario Cherubino ha detto:

Bellissimo argomento! Dico la mia, e mi permetto di rispondere in più punti per cercare di trattare un po’ tutti gli argomenti sviscerati in questi giorni

- FONDI E DENARO: Come i veri imprenditori sanno bene, trovare i fondi non è un vero problema, nella maggior parte dei casi. Ma non cercateli all’università (che ha poco o nulla da investire, da qualche anno a questa parte… e forse pure prima).
Esistono tuttavia una serie di fondi, bandi e leggi a favore dell’imprenditoria giovanile o femminile che sono sfruttati poco e male.
Tra i tanti, mi permetto di citare solo l’interessante bando “Giovani idee cambiano l’Italia”
http://www.governo.it/Presidenza/bandi/bandi_corso.html
(scade tra poco: se siete interessati, datevi una mossa).
E’ vero: i formulari da compilare le richieste di accesso ai fondi non sono mai semplici da compilare.
Non è casuale. E’ fatto apposta per permettere una prima scrematura: solo a chi è veramente deciso e crede nella propria idea perderà tempo sufficiente a compilare lunghi e noiosi questionari (non sapete comunque come compilare i moduli? Esistono uffici appositi, e consulenti che si occupano solo di questo)
Ma che sia chiaro: trovare dei fondi per finanziare una propria idea imprenditoriale non è un elemento estraneo all’idea imprenditoriale stessa. Se vuoi fare l’imprenditore, devi metterlo in conto.

- SPIRITO DI SACRIFICIO: Non potrei essere più d’accordo con le parole espresse da Massimo Boraso. Fare impresa è un sacrificio, e deve essere vissuto quasi come una missione. Ci devi credere, ed essere consapevole che il primo periodo ti richiederà di lavorare senza sosta, senza pause e senza vacanze, e probabilmente anche senza un vero ritorno economico.
Solo in un secondo momento potrete raccogliere i frutti del vostro sudore…

- L’IMPORTANZA DEI CONTATTI: Ikaro ha messo in campo uno degli argomenti più scottanti dell’ambito imprenditoriale. Creare una rete di relazioni lavorative non è facile.
Neanche impossibile, ma è un lavoro duro e soprattutto lento.
Chi possiede già una rete di contatti quindi parte avvantaggiato e non fatica a rubare mercato anche a chi (probabilmente) è più competente di lui.
Per approfondire l’argomento dovremmo entrare anche nel campo dell’affermazione del marchio, ovvero, se sei sconosciuto e non hai referenze, non hai la credibilità per un mercato che (a torto o a ragione) non si fida del primo venuto. Una sorta di cane che si morde la coda.
E’ un circolo dal quale è possibile uscire, ma parlare approfonditamente di questo significherebbe aprire un post del tutto nuovo :-P

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 20:38

24markettara ha detto:

Ho letto tutto d’un fiato, post e commenti. E penso: qui ci vorrebbe una rivoluzione. Ma vera, non una rivoluzione come quella segnata dall’etichetta 2.0. Possiamo parlarne quanto vogliamo, ma la “colpa” di un’Italia-pachiderma, non è certo di chi non innova, ma di chi non fa innovare.

Mi spiego. Perché i giovani, che dovrebbero muovere il Paese, non lo fanno? Le risposte sono tante, ma io la riassumo in una sola: “ignoranza”. Non è mancanza di coraggio. O mancanza di creatività. Quest’ignoranza (nel s.to originario del termine), è dei giovani. L’ignoranza dei giovani è ignoranza del sistema istruzione. L’ignoranza del sistema istruzione è ignoranza del sovra-sistema politico-economico, e così via. E’ un gatto che si morde la coda e non si ferma più.

In Italia Google non sarebbe mai nato. E aggiungo, non potrebbe mai nascere. Tranne nel caso in cui l’Italia diventasse Ailati: si rispecchiasse in ciò che è e capisse i suoi punti di debolezza. Facile additare i giovani per una formazione che le scuole prima e le università poi non gli danno, ed una cultura del rischio che non viene loro inculcata da nessuno. I giovani che non amano sacrificarsi ci sono, vero, ma come negli altri Paesi. Sono “le basi” che, a mio parere, in questo Paese non si vogliono dare.

Inserito il 13 Febbraio 2007 alle 21:00

25Stefano ha detto:

Ho letto post e commenti. Condivido gran parte di quanto scritto. Ho due osservazioni. La prima riguarda il quesito iniziale. Credo anch’io che Google in Italia non sarebbe mai nato. Ma non perché mancano imprenditori. Questa storia che in Italia manca spirito di sacrificio, voglia di fare, etc. etc. non mi convince granché. Ho in mente due start up di grande successo che qundici anni fa non esistevano e che oggi sono nella nostra vita quotidiana: Geox e Intimissimi. Due storie simili, un po’ italiane un po no, di aziende nate in settori ultracompetitivi e cresciute a ritmi cinesi negli ultimi dieci anni. Potremmo fare una lista lunga di medie imprese di susccesso. Tutte testimoniano di una capacità tutta nostra di stare sul mercato, eppure non riusciamo a pensarle come campioni nazionali. Abbiamo un cultura del broncino che ci impedisce di vedere il buono (e non è poco) che abbiamo in casa. Certo non sono Google: con l’high tech non siamo altrettanto bravi, ma questa è un’altra storia. Che ha poco a che fare con la nostra voglia di rischiare e con lo spirito imprenditoriale della nostra cultura.
La seconda osservazione riprende il punto del commento n.24 (markettara). Credo che l’esperienza di Google testimoni di un modo di fare impresa che nasce globale fin dalla concezione del business plan. Born global: credo fosse questo (Vladi mi può aiutare su questo) lo slogan delle pmi ad alta tecnologia di cui si parlava al convegno di Padova. Come si può far nascere aziende nate globali? Con il nostro sistema formativo è impossibile. Le nostre aule universiarie non sono uno spazio di confronto con altre culture. I miei studenti veneziani vengono per l”80 per cento dalla regione. I miei studenti vivono con i loro compagni di liceo. A novembre ho fatto lezione a Duke university: su 25 studenti erano rappresentate 10 nazioni. In un contesto del genere (e Stanford lo è ancora di più) pensare globale è più facile. Concordo con markettara: i nostri studenti sono “ignoranti”, ma non perché non hanno letto un buon manuale, ma perché non hanno una esperienza quotiana della globalizzazione.

Stefano Micelli

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 08:49

26Giovanni ha detto:

alcune idee sparse:

- ricordo che un progetto nuovo non è uguale ad un’idea nuova.. Google, Digg, Youtube sono idee nuove

- ricordo che google non si è preso un finanziamento ma 1000000+25000000 $

- immagino anche che l’ambiente socio-culturale di stanford non li abbia di certo svantaggiati

Credo che il caso di Skype possa essere emblematico per la situazione europea.
Il software in realtà se lo fanno a Tallin.. ho conosciuto alcuni ragazzi e devo dire che oltre al risparmi economico Skype si becca anche un sacco di gente brava e con la voglia di emergere, cmq questo è forse un altro discorso

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 11:23

27ClaudioG ha detto:

Non e’ vero che in Italia è impossibile: entro questo mese presenteremo un “prodotto/servizio” decisamente innovativo (per carità, non vogliamo paragonarci a google, ma credo che sarà una ventata di innovazione, staremo a vedere) dopo uno sviluppo di oltre 2 anni finanziato da alcuni business angels…
Vi assicuro che è stato piu’ difficile “decidersi a chiedere” che “ottenere”….
ClaudioG

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 14:36

28Giorgio Soffiato ha detto:

Segnalo un ottimo post di ikaro che riprende e rilancia

http://www.ikaro.net/articoli/cnt/limiti_mercato_ict_italiano-00462.html

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 17:26

29Gigi Cogo ha detto:

La discussione è, sicuramente interessante e stimolante.
Non sempre il principio di competitività di un paese come l’Italia deve passare per la capacità di sostenere i visionari tecnologici.
A volta basta vendere bene il formaggio di Pienza o il cannolo siciliano.
Con questo non voglio, assolutamente dire, che sono più illuminati gli americani, anzi.
A loro riece bene tutto ciò che è ICT perchè hanno una cultura digitale molto elevata. Ma questo a discapito della cultura generale.
resta un altro sospetto che non avete trattato.
Siete sicuri che i due giovinotti non siano stati favoriti dal governo?
http://webeconoscenza.blogspot.com/2007/02/google-masterplan-movie.html
Nulla di provato, ma ……..riflettiamo sereni e sgombri da contaminazioni.
Bravo all’autore, ottimo post. Stimolante

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 17:42

30Giovanni ha detto:

Beh… visionari tecnologici … nel frattempo tu scrivi commenti un blog di blogger.com –> Google ;)

Mi piacerebbe vederti con il telefono per telefonare a destra ed a manca per parlare con gente interessante.

Quello che dici sulla cultura è verissimo ma la tecnologia non è un fine… è un mezzo! potrebbbe aiutarti con i cannoli o con il formaggio… potresti vendere cannoli ai cinesi ecc.. ecc… ecc….

In ogni caso la cosa del google+governo mi pare piuttosto sensata se portata ad un certo livello .. cioè ora che google è “grosso” di certo collabrorerà con NSA&C ma perchè loro avrebbero dovuto collaborare con google quando questi erano dei pezzenti in un garage? Yahoo, Altavista & C secondo voi avrebbero rifiutato… ma per piacere!!

In ogni caso credo che TRADIZIONE+INNOVAZIONE possa essere un mix esplosivo ;) [sembra un controsenso dire tradizione + innovazione, ma anche nella tradizione non è tutto perfetto ;)]

Bel post, speriamo abbia un seguito con un qualcosa di più approfonodito!

In ogni caso altro caso italiano che potrebbe essere citato per l’innovazione tecnologica è PassPack, ma non so come siano messi ora come ora :)

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 19:28

31Gigi Cogo ha detto:

Nulla da eccepire, anzi.

Sul tema del mix esplosivo e sulle potenzialità dell’innovazione per l’Italia, fra le altre, ti cito una mia convinzione.
“Per far crescere il bel paese e renderlo competitivo è necessario sdoganare l’ICT e apparentarlo nelle discipline umanistiche.

Non ne posso più di sentire la parola “esperto informatico”!

Buon proseguimento di discussione.

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 19:51

32mentelab ha detto:

Quale innovazione ?
Il prodotto della creatività d’uso delle tecnologie è elemento di innovazione nella misura in cui viene trasformato in elemento di informazione, cioè valida ad essere trasferita in altri contesti e capace di generare nuove azioni, processi e prodotti anche formativi.
L’informazione che viene generata attraverso la progettualità delle scuole Enis, diventa così
fattore di nuove conoscenze nella scuola e nel territorio.
La formazione tradizionale ha conosciuto pochissime innovazioni dall’origine delle scuole e delle università a oggi.
Nel mondo attuale, fatto di costanti cambiamenti , l’innovazione nell’apprendimento è un fattore essenziale.
Nonostante tutto, negli ultimi dieci anni è stata sottovalutata la vera sfida dell’innovazione nell’apprendimento.
sul tema http://innovazioneascuola.blogspot.com

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 20:01

33Giorgio Soffiato ha detto:

Su quanto segnala Gigi Cogo in tema di ingerenza di google a livello privacy è chiaro che qualcosa non quadra e c’è da capire fino a che punto lo scan delle mie mail è indolore e ignorante rispetto alla soggettività e non solo, potenzialmente si può rendere soggettivo uno scan oggettivo? Rispondendo si anche solo alla seconda domanda saremmo di fronte ad un vuoto di protezione colossale, ma questo merita un post a sé.

Credo che nei molteplici commenti che questo post ha visto scorrere si sia riusciti nella declinazione dell’innovazione su due livelli. Chi sottolinea il fatto che google è stata un’innovazione radicale non sbaglia, anche se va detto che l’innovazione è in realtà l’algoritmo PageRank, tutto quanto sta attorno è una buona scatola per l’innovazione vera.

Siamo inoltre di fronte ad un gap di innovazione didattica preoccupante, non è sempre stimolante lasciare la pasta della mamma per andare ad abitare con un polacco a Tokio, ma nemmeno imparare gli integrali lo è. In pochi hanno capito che una formazione di eccellenza comprende anche uno “stage nella globalizzazione”, è necessario vivere contesti nuovi per relazionarsi in ambienti multiculturali, difficile parlare di integrazione quando il più straniero di Venezia è un vicentino. Gli studenti erasmus sembrano venusiani in visita relegati ai corsi più opzionali possibili per evitare di rompere le scatole con le loro esigenze a professori troppo indaffarati per aprire gli occhi su di loro, i programmi di scambio sono difficoltosi e non sempre ben gestiti, dobbiamo lavorare su vari fronti per trovare una dimensione culturale “2.0″

Credo di non dire una cavolata sostenendo che il confronto che ha avuto luogo su questo post vale ben più di un’ora in aula

Inserito il 14 Febbraio 2007 alle 23:14

34Cavolo Amaro ha detto:

“in Italia qualcuno avrebbe davvero messo 25 milioni di euro su un’azienda per la quale i creatori erano ancora alla ricerca del modello di business?”

No, ma se l’avesse fatto avrebbe poi scoperto di averli regalati a qualche furbetto del quartierino…

Inserito il 27 Febbraio 2008 alle 22:03

35Giorgio ha detto:

O forse avrebbero scoperto di avere in mano azioni di un’azienda che vale miliardi di dollari? Se c’è una cosa che non noto nei nostri dottorandi è la sagacia e l’astuzia dei furbetti.. i furbetti hanno spesso curricula oscuri, quello che mi preoccupa è la scarsa possibilità di fare impresa che i nostri talenti hanno

Inserito il 28 Febbraio 2008 alle 08:27

36nickel22 ha detto:

gli angel investors ci sono anche in europa il problema è farli contattare da qualcuno di importante o per lo meno serio (eban.org ad esempio in europa ma ci sono anche di locali).

l’ingrediente segreto e unico rimane sempre e solo uno: l’idea innovativa. Puoi avere anche 50M di $ ma se non hai idee nuove non penso che si possa ‘esplodere’.

Noi in Italia abbiamo tante PMI nate da buone idee, idee di altre riviste, prodotti rimescolati e servizi ampliati o verticalizzati… ma di veramente nuovo sempre come pmi non abbiamo molto, almeno da quel che conosco io (quindi visione limitata).

Questa è la mia opinione, ovviamente ;)

Inserito il 3 Settembre 2008 alle 13:26

37Gengis ha detto:

Sono daccordo e aggiungerei che in quest’Italia di sapientoni persone all’altezza di idee cosi brillanti si sono esaurite nel rinascimento. Fianziatori pronti a rischiare non ne esistono e ciliegina sulla torta sarebbero partiti cortei e manifestazionei contro da ogni dove. La conclusione scontata è siamo un paese di m.e.r.d.a!!! Simo brutti dentro e inutile gongolarci con i luoghi comuni delle grandi virtù italine frutto dell’ignoranza.

Inserito il 27 Ottobre 2008 alle 08:19

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